Mostre, artisti e…curatori. Intervista a Sabino Maria Frassà

Sabino Maria Frassà

Mostre, artisti e…curatori. Intervista a Sabino Maria Frassà 

Riapre all’arte e alla cultura lo spazio Gaggenau DesignElementi Hub in Corso Magenta. Art Nomade Milan ha intervistato il curatore Sabino Maria Frassà.

 

Con un digital vernissage la prossima settimana riaprirà per gli amanti dell’arte il famoso showroom milanese. “Cieli Impossibili“, dell’artista e fotografo Davide Tranchina, sarà visitabile fino al 22 settembre 2020.

Ma cosa significa digital vernissage in un periodo caratterizzato dall’emergenza COVID-19, seppur meno grave rispetto ai mesi scorsi?

L’inaugurazione avverrà su una piattaforma web dove si potranno, tramite un format, porre all’artista ed al curatore domande e curiosità scaturite dal tour virtuale a 360° all’interno dello spazio.

Abbiamo già analizzato cosa comporti essere dei creativi in un’epoca così differente dalle normali prassi del mondo dell’arte.

Come affrontano questo periodo i curatori?!

Figure emblematiche del sistema, a volte famosissime (Hans Ulrich Olbrist docet), spesso criticate per la troppa esposizione mediatica a discapito degli artisti stessi (interessante il volume “Curatori d’assalto” che avevo già citato). Comunque elementi dell’ingranaggio artistico che lasciano il segno (come dimenticare Okwui Enwezor?!)

Ormai è un paio d’anni che conosco e stimo Sabino: non potevo non interpellarlo in questo clima così sui generis per l’arte e cultura.

Ecco a voi l’intervista.

– Sabino Maria Frassà, posso definirti curatore d’arte o preferisci dare alla tua professionalità un altro appellativo più completo?

In realtà sono un autodidatta. Ho una formazione economica e, inizialmente, mi occupavo soprattutto di corporate social responsability. Sì, ad oggi mi posso definire senz’altro un”curatore”: sono 7 anni che mi dedico ad esposizioni d’arte ed ho scritto una decina di libri. Però, se penso alla mia figura, non concordo su una parola così stringata. Mi piacerebbe qualificare questa professionalità in maniera più ampia: probabilmente “intellettuale” sarebbe il termine più appropriato.

Mostre, artisti e…curatori. Intervista a Sabino Maria Frassà 

Occuparsi di cultura, agire come un operatore di promozione dell’arte, non solo contemporanea, non è facile. Non è semplice nemmeno trovare il termine più adatto per definire in maniera completa l’insieme di compiti che si svolgono. Spesso esercito la funzione di direttore artistico. Non sono quel tipo di curatore che, finita l’esposizione, considera assolta la propria funzione. Mi piace seguire l’evolversi nel tempo dei progetti. In Cramum sono direttore creativo. Il mio passato da consulente per alcune aziende di moda mi ha permesso di sviluppare il lato pragmatico del mio carattere e questo pragmatismo cerco di applicarlo all’arte contemporanea. Esistono dei parametri di budget, spazio e tempo che bisogna tenere ben presenti anche nel mondo della cultura quando si organizza un evento. Bisogna dimostrare competenze di management, adoperando anche un’ottica legale, amministrativa e di business development. 

– Cosa significa essere un giovane curatore in Italia? Secondo te ci si può mantenere esercitando questa professione?

Sì, in Italia, con difficoltà e probabilmente scendendo a compromessi, si riesce a vivere di questo mestiere. In realtà io sono anche un insegnante. Credo che l’artista ed il curatore debbano essere indipendenti, senza essere ossessionati dai desiderata del mercato dell’arte. L’importante è credere nel progetto che si realizza. In Italia, molto spesso, per mantenersi in ambito culturale si deve rinunciare alla parte creativa. In qualità di direttore artistico, ad esempio, io non vendo opere d’arte. Forse è un limite, ma credo che il mio “prodotto” sia il progetto culturale stesso, il che è diverso. Sicuramente, quando noto che gli artisti che ho seguito ottengono ottimi risultati di vendita, è una grande soddisfazione.

– Sei membro del consiglio d’amministrazione del MUFOCO (Museo di Fotografia Contemporanea), direttore creativo del Premio Cramum, direttore artistico di Gaggenau DesignElementi HUB, curatore di numerose esposizioni. Hai seguito un percorso di studi particolare per arrivare a questi livelli?

Ho studiato tantissimo, anche se penso che il percorso formativo debba coniugarsi alla pratica. Quando avevo 14 anni, per quattro anni, ho aiutato mio zio che aveva un banco di frutta e verdura al mercato ortofrutticolo. È importantissimo sviluppare le proprie capacità relazionali e non solo tecniche. Inoltre è fondamentale avere una prospettiva di lungo periodo, anche dal punto di vista del guadagno. A ventiquattro anni, quando ero a Londra, ho iniziato da autodidatta ad interessarmi all’arte contemporanea: mercato, trust, società. Volevo capirne di più, colmare le lacune. Vivevo una sorta di “ansia di conoscenza”. Ho poi iniziato un corso da perito e, in seguito, ho approfondito argomenti di filosofia, storia e cultura. Avevo l’idea di unire corporate social responsability e arte, avvicinare le aziende al mondo della cultura. 

 

Sabino Maria Frassà
Mostre, artisti e…curatori. Intervista a Sabino Maria Frassà  ©BertoPoli

– Cosa ne pensi del panorama italiano dell’arte contemporanea?

È molto variegato e le risorse sono poche. La situazione economica sicuramente non giova. Riusciamo ad essere esterofili e campanilistici allo stesso tempo. Anche nel mondo dell’arte la concorrenza è enorme. “Fare l’artista” piace, i giovani creativi sono più strutturati di maestri come Franco Mazzucchelli o Paolo Scirpa, per citare dei grandi con cui ho avuto il piacere di collaborare.  A volte, però, si perde quell’autenticità che caratterizzava il periodo post bellico, gli anni che vanno dal 1950 al 1970. Il vero momento bohemienne italiano.  Adesso siamo più strutturati e meno spontanei. Un artista può vivere del suo lavoro se è bravo, ma spesso si rinuncia alla spontaneità. La domanda da porsi è: “Cosa rimarrà dell’arte contemporanea italiana nel prossimo futuro?”. È questa la grande sfida.

Mostre, artisti e…curatori. Intervista a Sabino Maria Frassà 

Io, da curatore, mi devo sempre interrogare su quali giovani artisti seguire, creativi che rimarranno nel tempo. Sembra che l’arte italiana non abbia il coraggio di guardare al medio lungo periodo. Visione che ha avuto il Museo del Novecento di Milano: la forza di tornare su determinati progetti dopo cinque o dieci anni.  A volte constato che l’arte coeva non sia poi così contemporanea: Caravaggio, ad esempio, risulta più “moderno” di molti creativi attuali. Il panorama artistico sembra ossessionato dai “giovani”: spesso, però, si rischia di “confezionare” nomi da dare in pasto al mercato. 

– A volte si pensa che il curatore d’arte indichi il concept dell’esposizione, ne strutturi la parte di ricerca, e che il lavoro manuale, di allestimento e gestione, competa ad altre figure. Sfatiamo in parte questo mito?! Elencami alcune delle difficoltà incontrate nel tuo percorso…

L’unico “lusso” che mi concedo è affidarmi a dei professionisti per quanto concerne l’allestimento delle esposizioni. Essere un curatore non prevede solo la creazione del “concept” del progetto: bisogna avere una vision chiara dello spazio e del tempo. Si deve essere pragmatici e, se ci si accorge di un elevato grado di complessità, affidarsi a chi di competenza. Il curatore è un team builder, aperto a coordinare un lavoro di squadra. É spesso un front man, ma alle sue spalle c’è un vero e proprio sistema. L’arte è un bene di lusso e durante una mostra tutto deve funzionare al meglio. Un po’ come una sfilata di moda. L’impegno presso il Gaggenau DesignElementi HUB mi ha insegnato ancora di più ad ascoltare gli altri. La propria vision si deve adattare. Il motto “genio e sregolatezza” non è più perseguibile. 

–  A questo proposito, ci racconti qualcosa su “Cieli Impossibili” che inaugurerà tra poco proprio da Gaggenau DesignElementi Hub?

Quest’anno ho voluto portare in showroom una riflessione sul significato di contemporaneità nell’arte. Per la fotografia ho scelto Davide Tranchina perché è un “Maestro”. Ha ripreso l’off camera, ovvero le tecniche usate decenni fa, per farle diventare nuovo strumento espressivo. È quindi riuscito a nutrirsi del passato per creare il futuro. Questo, per me, significa essere contemporanei. Nello specifico “Cieli Impossibili” l’abbiamo costruita insieme perché Tranchina utilizza lo scatto non per restituire l’immagine “retinica”, ma quella interiore.

Davide Tranchina
Mostre, artisti e…curatori. Intervista a Sabino Maria Frassà  “Cieli Impossibili”, Davide Tranchina Gaggenau DesignElementi HUB, 9/07-22/09/2020

– L’inaugurazione si svolgerà solo in maniera “digitale”: la mancanza dell’incontro con i visitatori come viene vissuta da un curatore?

In realtà non è una mancanza, ma, insieme a Erica Sagripanti, brand manager di Gaggenau, abbiamo trasformato la visita digitale in un’opportunità. Chi vorrà verrà a vedere la mostra e sono state già tante le richieste. L’assembramento non era pensabile e il digitale ha compensato solo l’aspetto inaugurale di incontro. Darà, però, la possibilità, anche ai tanti che visiteranno “Cieli Impossibili“, di fruire di contenuti integrativi inediti. Quindi, ogni visitatore reale godrà di una sorta di audio-guida che verrà svelata pienamente durante l’inaugurazione, a cui vi invitiamo, e che integrerà l’esperienza artistica progettata da Gaggenau & Cramum.

– L’emergenza sanitaria, derivante dall’epidemia causata dal COVID-19, ha influito anche sulle modalità di svolgimento del Premio Cramum, edizione 2020?

Una parte di Cramum voleva che il premio fosse in modalità digitale. Io mi sono opposto. Il Premio Cramum, per fortuna, è caratterizzato da alti numeri e l’inaugurazione e tutto ciò che c’è prima, come l’incontro tra giurati e artisti, è una parte fondamentale. Il Premio Cramum non si riduce alla mostra, ma è costituito dalle relazioni e dal vivere un’esperienza che ti può cambiare la vita. Per Cramum, a differenza di Gaggenau, il digitale sarebbe stato uno strumento accrescitivo e non compensativo. Aspettiamo settembre per confermare modalità e tempi dell’8° edizione, che si terrà nel 2021, e che permetterà una deroga al limite di età per non escludere gli artisti per cui il 2020 era l’ultimo anno in cui poter partecipare, per vincoli previsti dal bando tradizionale.

 

#10cents – ART AT THE SUPERMARKET Art Nomade Milan

10 cent

#10cents – ART AT THE SUPERMARKET Art Nomade Milan

Non possiamo vivere senza arte e cultura, in barba all’articolo del The Sunday Times di qualche settimana fa. È quanto ribadisce Giuseppina Giordano con il suo nuovo progetto, partito dal supermercato Migros di Mazara del Vallo (TP).

Di lei avevamo già parlato in piena fase lockdown, quando vi avevo presentato WE ARE COROLLA. Ora l’artista Giuseppina Giordano torna a far parlare di sé grazie a #10cents – ART AT THE SUPERMARKET.

Già il nome non poteva non incuriosirmi!

Infatti, in una “precedente vita”, ho lavorato con profitto nell’ambito dell’internazionalizzazione della grande distribuzione organizzata in Medio Oriente. In due parole mi occupavo di esportazione di prodotti alimentari italiani verso gli Emirati Arabi Uniti, per grandi catene di vendita al dettaglio.

Dopo qualche anno ho ricevuto la “chiamata” ed il “sacro fuoco dell’arte” mi ha folgorata…sulla via del supermercato, diciamo così 😛

Quindi, avendo toccato con mano sia la realtà commerciale che quella culturale, l’idea dell’arte come genere di prima necessità non mi è dispiaciuta affatto. Soprattutto se si considera la statistica riportata dal celebre The Sunday Times, edizione di Singapore, dove il lavoro dell’artista viene collocato al primo posto tra le occupazioni meno utili durante una crisi globale.

Certo, paragonare l’arte al pane può risultare provocatorio, ma sono convinta che senza la cultura, seppur fruita online, la permanenza di questi mesi nelle proprie abitazioni sarebbe risultata ancora più pesante.

Arricchisce dal punto di vista umano, educa e permette di sfuggire mentalmente alle problematiche quotidiane. Insomma la cultura è un vero e proprio “cibo” per l’anima.

Ciò ha spinto Giuseppina a dar vita a “#10cents – ART AT THE SUPERMARKET, 2020 the supportive art r-evolution”.

#10cents – ART AT THE SUPERMARKET Art Nomade Milan

Infatti, nello statement del progetto, si dichiara che “l’arte è buona ed essenziale. Come il pane. Abbiamo bisogno dell’arte, così come abbiamo bisogno del cibo”.

Ma di cosa si tratta nello specifico?!

Per 10 giorni, dal 23 Maggio al 1 Giugno, alcune opere di Pietro Consagra, Cose Cosmiche, Federica Di Pietrantonio, Domenico Laterza, Tania Lombardo, Matteo Pizzolante sono state esposte tra gli scaffali del supermercato Migros. Sì, presentate al fianco dei consueti prodotti alimentari in un punto vendita regolarmente aperto al pubblico. L’operazione ha coinvolto artisti, operatori culturali, collezionisti ed attori della filiera food. I lavori sono stati prestati direttamente dai proprietari diventati, in questo modo, dei filantropi pronti a condividere una parte della loro collezione con un pubblico inusuale.

#10cents – ART AT THE SUPERMARKET Art Nomade Milan

ART AT THE SUPERMARKET
#10cents – ART AT THE SUPERMARKET Art Nomade Milan Matteo Pizzolante, “Silent Sun”, ph Benito Frazzetta

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Una performance diffusa che ha portato l’arte contemporanea in uno scenario totalmente opposto a quello del museo o a certi spazi espositivi ancora oggi troppo elitari, perlomeno in apparenza. Le opere sono entrate nella vita di tutti i giorni, a stretto contatto con le persone, in un momento in cui gli scambi sono limitati.

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ART AT THE SUPERMARKET
#10cents – ART AT THE SUPERMARKET Art Nomade Milan Domenico Laterza, “limoni da tennis”, ph Benito Frazzetta

#10cents – ART AT THE SUPERMARKET Art Nomade Milan

Se è vero che non ci si può saziare guardando un programma di cucina, allo stesso modo l’arte e gli artisti non possono sopravvivere solo on-line o attraverso la digitalizzazione dei loro lavori. Al contempo un mondo che si dimentica di quanto la cultura sia un bene essenziale è un mondo che non può far fronte alle sfide che il futuro ci riserva“, afferma l’ideatrice del progetto.

Un’ulteriore occasione di riflessione l’ho riscontrata nell’invito rivolto ai consumatori a dare il proprio contribuito, a fare la differenza per supportare i giovani artisti. Infatti, i clienti potevano devolvere una quota a sostegno dei partecipanti a #10cents – ART AT THE SUPERMARKET. La donazione simbolica partiva da 10 centesimi, da lasciare in cassa.

Alla fine dell’esposizione il 10% di quanto raccolto è andato ad un artista od operatore culturale in difficoltà economica, fisica, sociale o proveniente da un paese in cui vengono negati i diritti fondamentali dell’uomo (10cents – ART AT THE SUPERMARKET GRANT).

Sinceramente questo elemento mi ha fortemente colpita.

Davvero l’arte vale così poco, o perlomeno questa è la percezione dell’opinione pubblica?

Chiaramente i 10 cent di partenza richiamano il nome dell’esposizione, ma la cifra ha creato non poche perplessità.

#10cents – ART AT THE SUPERMARKET Art Nomade Milan

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#10cents – ART AT THE SUPERMARKET Art Nomade Milan Tania Lombardo, “Untitled”, ph Benito Frazzetta

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Oltre all’esposizione delle opere, il punto vendita è stato coinvolto completamente: le grafiche del progetto hanno rivestito l’esterno e l’interno del locale, ibridandosi con quelle degli sconti e delle offerte. L’impianto audio ha diffuso “Antidoti nel futuro” del duo Cose Cosmiche (Silvia Hell, Helga Franza), ideato per il Festival di Radio Gwendalyn. Una serie di conversazioni parallele con esperti nel settore delle scienze, della filosofia e dell’arte per conoscere quali “antidoti” si prospettano per il futuro dell’umanità.

Finita l’esperienza siciliana, #10cents – ART AT THE SUPERMARKET è già pronto a replicare ulteriori edizioni in Italia (Milano, Livorno, Prato, Firenze, Siena, Mazara del Vallo, San Gimignano,Torino) e non solo.

A quanto pare il team ha preso contatti per proporre il format all’estero: Stati Uniti (New York, Phoenix, Provincetown, San Francisco, Westford, Chicago, Los Angeles), Corea (Seoul), Grecia (Atene), Gran Bretagna (Londra), Pakistan (Lahore), Canada (Montreal), Finlandia (Helsinki) ed Australia (Sidney).

Per quanto riguarda le riflessioni da diffondere attraverso l’impianto audio dei punti vendita hanno dato la loro disponibilità a contribuire i curatori Bernardo Agrò, Arianna Baldoni, Matteo Bergamini, Ginevra Bria, Michela Eremita, Gianni Di Matteo, Pietro Gaglianò, Gianluca Gramolazzi, Marco Marelli, Cristina Muccioli, Susanna Ravelli, Gabi Scardi.

#10cents – ART AT THE SUPERMARKET Art Nomade Milan

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#10cents – ART AT THE SUPERMARKET Art Nomade Milan Pietro Consagra, “Untitled”, ph Benito Frazzetta

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Fondamentalmente quello che serve per creare un’edizione non è poi così difficile da trovare. Basta un negozio di generi alimentari, almeno due artisti, alcuni collezionisti e, aggiungo io, controllare le modalità assicurative 😉

Gli organizzatori di #10cents – ART AT THE SUPERMARKET hanno anche pensato allo sviluppo di progetti site-specific per i singoli punti vendita o per le catene agroalimentari che vogliano contribuire in maniera più incisiva alla mostra, con sezioni dedicate.

Collezionisti, giovani artisti, siete rimasti affascinati dall’idea?!

Andate a dare un’occhiata alle modalità di partecipazione su https://www.10centsproject.com/.

Opere d’arte tra il banco della macelleria e quello della gastronomia, o tra le confezioni di pasta: un’immagine forte, che farà storcere il naso ai puristi.

Se questo servisse ad una maggiore presa di coscienza dell’importanza e del valore della cultura, in vista di un aumento della sua tutela, ben venga.

“Solo l’immaginazione e un cambio di prospettiva possono aiutarci a crescere insieme, a sognarci come individui e come comunità. Scopriamo una lingua nuova che faccia luce sulla dimensione interdipendente in cui viviamo e la trasformi in una realtà compassionevole e solidale.”

 

OFFICIAL VIDEO ZERO EDITION by Benito Frazzetta

https://vimeo.com/421838761

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Documenti e libri antichi…versione 2.0 – Art Nomade Milan

Documenti e libri antichi

Documenti e libri antichi…versione 2.0 – Art Nomade Milan

Chi l’ha detto che biblioteche ed archivi siano i luoghi preferiti dalle persone “diversamente giovani”? Art Nomade Milan ha intervistato Maria Rosa Borraccino, che del restauro e della conservazione della carta ne ha fatto la sua professione.

 

Settimana scorsa avevamo introdotto il tema del collezionismo di manifesti pubblicitari ed affini, oggi non potevamo non parlare della conservazione di stampe, libri e documenti cartacei 😉

Perché se il loro valore di acquisto appare spesso più “affordable” per gli appassionati d’arte, è anche vero che la conservazione pone non pochi problemi.

Ne abbiamo parlato con Maria Rosa Borraccino in una diretta sul profilo Instagram Art Nomade Milan: eccovi il riassunto dei temi principali in maniera tale che abbiate qualche consiglio in più per gestire al meglio la vostra collezione.

– Maria Rosa, come è nata la tua passione per i libri e che percorso di studi hai intrapreso per diventare una conservatrice specializzata in restauro e legatoria?

Mi è sempre piaciuto vivere con “il naso tra i libri”. La mia passione per la lettura mi ha permesso di frequentare biblioteche e archivi, facendoli diventare i miei luoghi preferiti. L’amore per l’arte e l’antiquariato, trasmessomi dai miei genitori, ha fatto il resto.

Sono stata attratta dalle attività artistiche e scientifiche e così all’università ho intrapreso il corso di laurea, triennale e magistrale, in “Scienze e tecnologie per la diagnostica e la conservazione dei beni culturali”, presso l’Università degli Studi di Bari. Il curriculum studiorum mi affascinava perché permetteva di analizzare le opere d’arte andando oltre le apparenze e l’interpretazione soggettiva. In particolare il corso di “chimica dei materiali” con lo studio dei fenomeni di degrado, della struttura dei supporti di scrittura, degli inchiostri e delle legature, è stato folgorante. Mi ha permesso di comprendere qual’era la mia nicchia d’interesse. Il periodo post-laurea l’ho dedicato alla formazione nel settore. Ho partecipato a corsi, concorsi e ho lavorato nel settore bibliotecario, presso laboratori e botteghe di restauro e legatoria. Nel 2016 il MIBACT mi ha riconosciuto la qualifica di Tecnico Restauratore dei beni culturali.

– Qual è stata la materia di studi più significativa?

L’incidenza maggiore l’ha avuta il corso sul restauro della carta, effettuato grazie alla vincita di una borsa di studio messa a disposizione dall’Associazione San Gemini Preservation Studies, in collaborazione con l’Institute for Restoration and Preservation Studies di New York. Il percorso si è svolto proprio a San Gemini, in provincia di Terni, con insegnanti e allievi stranieri. È stata un’opportunità per far pratica con la lingua inglese ed inserirmi nel settore, grazie alla vincita di una delle quattro borse di studio messe a disposizione per laureati italiani, nell’ambito del restauro e dei beni culturali.

libri antichi
Documenti e libri antichi…versione 2.0 – Art Nomade Milan Maria Rosa Borraccino all’opera su un volume antico

– Entriamo nel vivo dell’argomento: documenti e libri antichi, quali consigli dai ai nostri lettori per poterli conservare al meglio?  documenti e libri antichi

La carta è un materiale delicato ma allo stesso tempo molto resistente. Grazie a questo affascinante supporto possiamo ancora ammirare documenti e volumi scritti e stampati secoli fa. Dobbiamo, però, ricordarci che un libro non è composto solo da quest’ultima: è un manufatto in cui convivono più composti, che devono essere in equilibrio tra loro per garantire l’integrità del bene nel suo complesso.

Spesso il consiglio che mi trovo a rimarcare è l’importanza delle condizioni atmosferiche del luogo in cui documenti e libri antichi vengono conservati. La temperatura e l’umidità sono condizioni che bisogna tenere sotto controllo, così come le radiazioni provenienti da fonti luminose. Consiglio di evitare cantine e soffitte, spazi troppo umidi e secchi che accelerano i processi di deterioramento dei materiali. La luce non deve essere mai diretta, soprattutto quella solare. Conosciamo bene i danni che provoca: scolorimenti e imbrunimenti della carta e degli inchiostri. Un altro aspetto importante è l’areazione, che ha un’azione antibatterica, evitando la proliferazione di muffe e funghi. È pertanto sconsigliato l’uso di librerie chiuse con ante e vetri o la conservazione di documenti all’interno di cartelline in plastica, che non permettono ai materiali di “respirare”.

Per maggiori approfondimenti consiglio di seguire il mio blog che contiene molti articoli dedicati (www.micron-art.com).

– Quali sono i problemi, legati alla cattiva conservazione, che più spesso riscontri sui beni artistici durante il tuo lavoro quotidiano?

Spesso i danni sono provocati dall’incuria e dal cattivo maneggiamento. Ad esempio la pessima abitudine di estrarre i libri dagli scaffali tirandoli dalla cuffia, la parte superiore del dorso di un libro, ne determina il distacco. Mi ritrovo di frequente a restaurare libri il cui dorso si presenta del tutto separato, con le cerniere lacerate a causa di questa errata manipolazione.

– Sei anche specializzata in legatoria: quali sono le richieste più numerose che ti capita di ricevere in questo ambito?   documenti e libri antichi

La legatoria mi permette di esprimere la mia creatività, uscendo dagli schemi richiesti nel restauro e nella conservazione. Mi piace lavorare “su misura” personalizzando e concretizzando qualsiasi idea che riguarda libri, album e lavori cartotecnici. Le richieste più numerose sono quelle inerenti gli album fotografici, nonostante il boom del digitale abbia reso quasi superfluo e difficoltoso scegliere un numero limitato di foto da stampare. Non mancano agende e block-notes in cui annotare appuntamenti e pensieri di ogni tipo, preferendo la carta al medium elettronico sempre e comunque.

 

Documenti e libri antichi
Documenti e libri antichi…versione 2.0 – Art Nomade Milan  Maria Rosa Borraccino al lavoro in laboratorio

–  Molte volte si pensa che solo le edizioni antiche abbiano bisogno di interventi di conservazione. È vero?

No, non è affatto vero, anzi. I materiali moderni sono spesso effimeri rispetto a quelli antichi e pertanto hanno bisogno di maggiore attenzione. Difatti non è raro trovare libri o documenti, moderni e contemporanei, con degradi evidenti ed avanzati. Purtroppo oggi giorno si tende a pensare al profitto, a scapito di materie prime di buona qualità.

– Capitolo clienti: collezionisti privati versus enti pubblici. Chi sono i tuoi principali committenti? documenti e libri antichi

Sono per lo più collezionisti privati e amatori. Purtroppo, anche se collaboro con altri professionisti restauratori, le biblioteche e gli archivi non investono nel recupero del materiale librario e archivistico, spesso per mancanza di fondi.

–  Come hai vissuto il periodo di lockdown causato dall’epidemia da COVID-19? Hai riscontrato una sensibile diminuzione delle richieste nell’ambito della conservazione dei beni culturali?

Le richieste sono state sospese del tutto, data la situazione. Ho continuato a lavorare su alcuni progetti che avevo ricevuto prima del lockdown e su alcuni lavori arretrati. Sono stati comunque mesi molto produttivi, in cui ho avuto modo di seguire corsi, seminari e webinar, ideando nuovi progetti che ho appena concretizzato.

– Ce ne vuoi svelare qualcuno in anteprima?

In realtà ho un progetto che mi entusiasma molto e che vorrei quanto prima realizzare, ma richiederà ancora un po’ di tempo e formazione per poterlo attuare.

I libri restano il fulcro centrale!

 

Affiche: i manifesti pubblicitari entrano nelle collezioni – Art Nomade Milan

manifesti pubblicitari

Affiche: i manifesti pubblicitari entrano nelle collezioni – Art Nomade Milan

I cartelloni d’annata sono sempre più presenti nelle raccolte d’arte. Ne abbiamo parlato con Mirko Morini di Tortona4Arte, che ci ha dato qualche dritta per avventurarci in questo settore.

È ormai da qualche anno che si parla di “affordable art”: cultura per tutti, oggetti da collezione che arricchiscano le nostre vite senza farci spendere un capitale. Certo le blue chip (capolavori di grande valore, che riescono a mantenerlo nel tempo) non potranno mai essere alla portata dei più, a meno che tu non sia uno degli HNWI: persone con circa 1 milione di $ in liquidità. 😉

Esistono, però, altri settore del collezionismo che cominciano ad essere presi in considerazione dagli appassionati d’arte, con conseguente crescita di attenzione da parte dei critici e di tutti gli operatori del settore.

Grazie a Mirko Morini, protagonista di una delle dirette che ha animato il profilo Instagram @artnomademilan durante il lockdown, scopriamo il filone dei manifesti pubblicitari, che sta vivendo un vero periodo d’oro.

A proposito: se capitate a Milano passate a trovarlo da Tortona4Arte, negozio di modernariato, design e arte del Novecento. Mirko, assieme ai soci che lo accompagnano in questa avventura, ama definirlo un “contenitore multimediale”.

Eccovi, quindi, alcune tips per iniziare a districarvi in questo settore e abbozzare la vostra collezione 😉

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Affiche: i manifesti pubblicitari entrano nelle collezioni – Art Nomade Milan  Courtesy Tortona4Arte

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Iniziamo dal perché i poster pubblicitari diventino un oggetto di preziosa raccolta.

Di natura il manifesto è un elemento raro e molto decorativo, che si posiziona a cavallo tra arte e design. Molto spesso lo si acquista per arricchire l’interior di determinati ambienti, avendo presente il luogo dove lo si andrà a collocare. Certamente sono le quotazioni di mercato abbordabili, rispetto a quadri e ad altre forme artistiche, che ne agevolano l’acquisto. Inoltre è facile trovare un tema da seguire per la raccolta: si può ordinarli per stile grafico, periodo storico, città, autore o dare spazio alle proprie passioni e iniziare una collezione tematica (sport, marchi di bevande o automobili).

I manifesti sono anche utilizzati per decorare gli uffici, secondo uno stile ricercato e unico.
Spesso le gallerie di settore offrono un servizio di rendering per visualizzare al meglio, pre acquisto, i poster nelle loro future sedi.

Ad esempio Tortona4Arte si è occupata dell’arredamento di alcuni ristoranti (il parigino Cacio e Pepe) e di certi punti vendita della catena Cioccolati Italiani.

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Per iniziare a collezionare manifesti è utile affidarsi a dei professionisti del settore.

Ad una persona alle prime armi possono apparire un po’ tutti uguali tra loro. In realtà hanno quotazioni molto differenti, anche se di stesso formato, che variano in base a stile grafico, anno, artista, stato di conservazione.
Purtroppo esistono pochi manuali riguardanti i poster pubblicitari: molte volte quello che viene pubblicato è, in realtà, difficile da reperire. Alcuni collezionisti incalliti cercano un manifesto specifico per anni senza riuscire a trovarlo. Abbiamo parlato di quotazioni alla portata di molti, ma se si cercano dei pezzi estremamente rari i prezzi salgono, soprattutto per i poster originali.

Pubblicazioni utili per iniziare ad approfondire le proprie conoscenze sono quelle della Silvana Editoriale, suddivise per genere.

Affiche: i manifesti pubblicitari entrano nelle collezioni – Art Nomade Milan  Courtesy of Tortona4Arte

Affiche: i manifesti pubblicitari entrano nelle collezioni – Art Nomade Milan

Una volta che si sono mossi i primi passi nel settore è possibile esplorarne le varie tematiche che, come già accennato, sono tantissime.

Si spazia dell’aperitivo all’equitazione, dal mondo assicurativo al turismo, dall’automotive al cibo.

Alcuni soggetti sono più difficili da reperire, ma una buona ricerca ed una dose di fortuna aiutano 😉
Altro argomento molto gettonato è quello cinematografico che, in termini di popolarità, se la gioca con il più ampio universo della pubblicità generica. Tendenzialmente i cartelloni dei film sono facili da trovare in quanto erano conservati all’interno delle sale.

Infatti dobbiamo pensare che in origine i poster non avevano valore collezionistico: venivano affissi in strada e le rimanenze mandate al macero. I “superstiti” sono stati conservati da persone lungimiranti che avevano capito la loro rilevanza artistica.

Affiche: i manifesti pubblicitari entrano nelle collezioni – Art Nomade Milan

Venendo alle quotazioni bisogna davvero aver accumulato una certa esperienza per non prendere delle “cantonate”. Alcune linee guida possono essere la constatazione della rarità, dello stile grafico e dell’autore.

Esistono molti “falsi”, o meglio riproduzioni di poster celebri. Per riconoscere l’autenticità è essenziale analizzare la carta: nei primi anni del Novecento si usava una tipologia particolare di supporto, diverso da quello degli Anni Trenta e degli Anni Cinquanta.

Potremmo affermare che ogni periodo storico ha utilizzato una carta dalla composizione specifica.

Un’altra variante da considerare è la tecnica di stampa.
La litografia e l’offset sono le più famose (esistevano anche la cromolitografia e la serigrafia).
Nell’ambito dei manifesti la prima è stata molto usata fino agli Anni Quaranta/Cinquanta del Novecento.  Il risultato era un tratto di colore pieno e definito.
L’offset, invece, formava un reticolo di puntini.
La litografia era una metodologia più fine e quotata: ciò non toglie che anche le stampe offset possano raggiungere prezzi elevati.
Altra caratteristica da tener presente è il formato: i cartelloni hanno dimensioni “standard”.

Un manifesto rigido è, di norma, 100 X 70 cm. Se lo si trova in altre misure i dubbi sulla sua autenticità aumentano.

Affiche: i manifesti pubblicitari entrano nelle collezioni – Art Nomade Milan

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Affiche: i manifesti pubblicitari entrano nelle collezioni – Art Nomade Milan  Courtesy of Tortona4Arte

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Passiamo ora al tema dell’acquisto.

Ad oggi non esistono fiere specializzate, almeno in Italia. Vi è però una rete di negozi/gallerie che si concentrano soprattutto sulla fascia temporale che va dagli Anni Cinquanta agli Anni Ottanta del Novecento.

Quindi riconoscere, quotare, acquistare, collezionare, ma anche…restaurare!

Ebbene sì, i manifesti pubblicitari, come tutti i supporti cartacei, hanno bisogno di adeguate modalità di conservazione e, a volte, di interventi per ripristinarne la bellezza originaria.

Sono pochi i restauratori specializzati in questo ambito.

I procedimenti utilizzati sono spesso molto lunghi e delicati: il rischio di peggiorare le condizioni del poster è sempre dietro l’angolo.

Talvolta si procede con l’incollare il cartellone su tela di lino e carta acid free. Si opera con una colla a base di amido di mais, così da non intaccare l’originalità della carta e rendere il procedimento reversibile.

Cercate dunque un oggetto d’arte ad un prezzo abbordabile?!

Volete avvicinarvi al collezionismo?!

Un buon primo passo possono essere proprio le affiche. Sono sicura che questo mondo vi ammalierà 😉

Alla prossima avventura!

 

 

“A Collection” ci invita a riscoprire gli arazzi d’artista – Art Nomade Milan

A Collection

“A Collection” ci invita a riscoprire gli arazzi d’artista – Art Nomade Milan

Unire una tradizione millenaria all’espressività contemporanea. Questo è il progetto, a cura di Chiara Casarin, ideato dal Maestro Tessitore Giovanni Bonotto. Art Nomade Milan l’ha intervistato per voi.

Qualche tempo fa, girovagando su Instagram, mi sono imbattuta in un profilo che ha catturato la mia attenzione: @acollectionart.

La sua descrizione recita: “tapestries collection by contemporary artists“.

“Forse qualcuno si ricorda di questo medium espressivo e cerca di rivitalizzarlo un po’”, ho subito pensato.

Mi sono quindi messa all’opera visitando il relativo sito web e prendendo contatti con gli organizzatori.

Ho così scoperto una collezione visionaria: 10+1 progetti artistici realizzati in arazzo dal Maestro Giovanni Bonotto, attualmente esposti al MUSE di Trento fino al 20 settembre 2020.

Ma “A Collection“, questo il nome del progetto, è molto di più, non ultimo una partnership con Arte Fiera, che ha portato alla creazione di un premio dedicato, e molto altro ancora.

Per la cronaca faceva parte della giuria del riconoscimento bolognese, destinato a scegliere il nuovo artista partecipante, anche una delle curatrici indipendenti che più stimo: Maria Chiara Valacchi.

A Collection” ha dunque invitato giovani ed affermati creativi italiani ad utilizzare la loro capacità in connubio con le più avanzate tecniche di tessitura.

riscoprire gli arazzi d’artista – Art Nomade Milan

A Collection
“A Collection” ci invita a riscoprire gli arazzi d’artista – Art Nomade Milan

Artisti eterogenei, è importante sottolinearlo, non fiber artist: ad aggiudicarsi il Premio A Collection durante la mostra mercato bolognese sono stati il duo milanese The Cool Couple.

Ora che le normative sanitarie lo permettono, la residenza di Niccolò Benetton e Simone Santilli potrà finalmente iniziare: si occuperanno del design di un nuovo arazzo che verrà realizzato, come i precedenti, dal Maestro Tessitore Giovanni Bonotto.

Sono convinta che ne vedremo davvero delle “belle”: come dimenticare l’installazione creata per BienNoLo?

Chissà come verrà tradotta la creatività di The Cool Couple in termini tessili…

Sono sicura di avervi già incuriosito abbastanza 😉

Cedo quindi la parola al Maestro Giovanni Bonotto, che ringrazio ancora per la disponibilità che mi ha dimostrato.

Nelle prossime righe scopriremo assieme a Lui “A Collection“.

Nel panorama dell’arte contemporanea il tessile rimane spesso nelle retrovie. Molte iniziative restano confinate a livello locale: il pubblico degli amanti dell’arte difficilmente ne viene a conoscenza. Secondo lei è davvero possibile far salire la fiber art alle luci della ribalta?

La storia dell’arazzo è millenaria. Un linguaggio universale, le cui prime testimonianze risalgono al 2000 a.C in Egitto. Dall’America precolombiana alla Francia, la produzione degli arazzi è sempre stata una strategia culturale.
Tessere è azione e metafora, performance e monito. L’arazzo è un oggetto considerato di lusso: richiede altissima specializzazione manuale, viene realizzato in tempi molto lunghi, troppo lunghi per essere accessibile a tutti. Ha avuto scopi decorativi, rituali, pubblici, commemorativi con significati politici, religiosi e sociali. È uno strumento antico, che da sempre ha avuto un pensiero contemporaneo e si fa traduttore di un sistema complesso e disarticolato, quello visivo, per realizzare esemplari inediti.

A Collection
“A Collection” ci invita a riscoprire gli arazzi d’artista – Art Nomade Milan

Nella contemporaneità la riscoperta del valore artigianale, della produzione manuale, dell’attenzione alla tradizione si afferma ogni giorno di più. L’arazzo contemporaneo sta diventando un oggetto del desiderio dei più raffinati collezionisti. Molti artisti, che non si sono mai confrontati con il tessile, scoprono oggi, grazie ai progetti di residenza di “A Collection“, la forza della collaborazione e le potenzialità della traduzione delle loro opere in oggetti tessuti di grandi dimensioni e di straordinaria forza comunicativa.

A Collection“, inoltre, risponde alla richiesta, sempre più urgente, di dare un contributo alla salvaguardia del pianeta e di tutte le forme di vita. Con i suoi arazzi, realizzati per lo più con filati ricavati dalla plastica riciclata, valorizza l’attenzione che gli artisti manifestano verso l’ambiente.

Come è nata l’idea di “A Collection”?

L’idea di questa collezione parte da un desiderio: immaginare di poter trasformare un problema in un’opera d’arte. “A Collection è nata proprio così pensando che, con il contributo di dieci artisti italiani giovani e già affermati, avremmo potuto trasformare la maggior fonte di inquinamento del nostro pianeta in un’opportunità per la produzione di meravigliose opere d’arte. Abbiamo dunque scelto dieci creativi che hanno realizzato dei progetti destinati, fin dalla nascita, a diventare delle opere d’arte: dei grandi arazzi.

I filati sono stati ricavati dalla plastica riciclata.

A Collectionparte dall’incontro tra tecnologia, ricerca e creatività. Ingredienti fondamentali di un progetto rivoluzionario. Lusso e sostenibilità si uniscono, dando vita ad una mostra collettiva in cui troviamo le più interessanti firme dell’arte contemporanea italiana.

Riprendendo la metafora delle fibre, che unendosi in trama ed ordito creano il manufatto finito, in A Collectionsi legano arte ed ambiente. Come mai questa scelta?

Abbiamo deciso di avviare un percorso che approcciasse l’arte fin dalla sua produzione. “A Collection” nasce dall’unione di un’attività industriale professionale e dell’amore per l’arte del Maestro Tessitore Giovanni Bonotto. Ecco perché è stato spontaneo incontrare gli artisti per realizzare questo progetto: dieci arazzi composti in prevalenza da plastica che proviene da rifiuti riciclati. Dagli scarti nasce una seconda vita, all’insegna dell’arte contemporanea.

Da amante dell’espressività africana non posso non pensare ai grandi arazzi di El Anatsui…Come nascono i filati plastici che andranno a comporre le opere degli artisti scelti per “A Collection”?

 I filati nascono dalla plastica: triturata, polverizzata e rifilata.

Si tratta di un processo che ha richiesto anni di studio e che ora è stato messo al servizio della produzione artistica contemporanea.

Il punto di riferimento di un nuovo linguaggio per la realizzazione di opere d’arte inedite.

A Collection
“A Collection” ci invita a riscoprire gli arazzi d’artista – Art Nomade Milan

Torino 2019, Bologna e Trento 2020, dove esponete al MUSE a Palazzo delle Albere. Quali saranno le tappe future di A Collection”? Creerete altri arazzi oltre i 10 +1?

Ad Arte Fiera 2020, attraverso la realizzazione di un premio dedicato, abbiamo selezionato i The Cool Couple, che stanno portando avanti la residenza disegnando un nuovo arazzo. Questo si andrà ad aggiungere ai 10+1 già realizzati. Il desiderio è di poter coinvolgere altri artisti e creare nuove opere.

A Collection è un progetto in continuo divenire. Scegliamo con regolarità i creativi e promuoviamo residenze per la realizzazione degli arazzi. La collezione cresce e le opportunità espositive si rivolgeranno, presto, anche all’estero.

A Bologna avete scelto di istituire il premio sopra menzionato, in collaborazione con Arte Fiera, uno dei principali player del mercato dell’arte italiano. Secondo lei queste realtà possono contribuire alla crescita culturale del panorama artistico e non solo al fiorire del business?

Le fiere, le biennali, le mostre in galleria sono tutte attività di verifica del lavoro svolto e di partenza per nuovi progetti. Il mercato è chiaramente monitorato all’interno delle grandi istituzioni, ma è di fatto l’altro lato della medaglia. Noi ci occupiamo della parte creativa, visionaria, curatoriale e culturale. Le gallerie che rappresentano gli artisti selezionati si dedicano al mercato. È importante mantenere la specificità delle competenze in ogni collaborazione. Certamente le fiere possono essere momenti di forte approfondimento culturale e, ancor più interessante, possono essere degli indicatori privilegiati sui trend di produzione artistica, in quanto hub di forze e di proposte eterogenee.

Dall’esperienza di A Collection potrebbe nascere, in futuro, una linea commerciale di arazzi creati da artisti? Magari di differenti dimensioni, per adattarsi agli appartamenti moderni. Finalmente l’arazzo tornerebbe ad essere un’opera d’arte e un arredo di pregio, come è sempre stato nelle passate epoche storiche…

Certo! Sono già molti i collezionisti che ci chiedono esplicitamente l’opera di uno o dell’altro artista, ma, come dicevamo prima, noi lavoriamo da “artisti e curatori”, non da galleristi. Bisognerà che di questo si occupino le gallerie.  Gli arazzi che “A Collection” produce sono pezzi unici destinati alla collezione ed alle grandi mostre.

Molte storiche manifatture italiane hanno cessato la produzione. Penso alla ligure MITA o all’atelier di Elio Palmisano. Spesso sopravvivono piccoli laboratori artigianali. Come vede il futuro dell’arazzeria artistica?

Come in molti altri ambiti è necessario avere una visione a lungo termine. Si deve raccontare una storia nuova, ma storicamente consolidata. Si deve avere rigore nel metodo ed eccellere nel risultato.

Con questi ingredienti tutti i piccoli laboratori, che sono i migliori, possono crescere e continuare a produrre bellezza.

 

 

AAAA: Art and About Africa e la vibrante scena artistica del continente

Art And About Africa

AAAA: Art and About Africa e la vibrante scena artistica del continente

Obbiettivo: dare voce e supporto alla creatività africana. Come farlo? Ci ha pensato la nuova piattaforma online ideata da AKKA Project.

Lunedì 25 maggio si è festeggiato l’Africa Day, per commemorare la fondazione dell’Organizzazione dell’unità africana (oggi chiamata Unione africana), fondata quello stesso giorno del 1963 ad Addis Abeba. All’epoca ne facevano parte 30 dei 32 stati che avevano raggiunto l’indipendenza.

Da allora di tempo ne è passato, la storia ha fatto il suo corso tra cambiamenti politici e sociali, ma un elemento sembra non essere mutato: la difficoltà nel reperire informazioni veritiere sul continente.

O meglio, la maggioranza delle notizie che ci arrivano sono, per così dire, filtrate da media ed entità estere.

Una nuova sottile forma di dipendenza?

AAAA: Art and About Africa e la vibrante scena artistica del continente

Di questo fenomeno si discute molto: ad esempio se ne è parlato nel convegno tenuto da Africa Rivista proprio questa settimana.

Ma, al di là della definizione teorica che si vuole dare, il quesito di fondo rimane: come fanno gli appassionati d’arte africana a rimanere uptodate?!

Perché se le news di politica, economia ed affari generali sono in qualche modo reperibili tramite media locali (internet dà una grande mano) il mondo della creatività rimane pressoché un territorio inesplorato.

E devo confessarvi che di cambiamenti, anche in questo settore, ne stanno avvenendo tantissimi.

Basti pensare ai risultati d’asta che ottengono alcuni artisti africani o della diaspora, all’aumento degli articoli a riguardo sulle riviste di settore e al moltiplicarsi delle mostre a tema, anche sul territorio italiano.

Chi voglia, però, andare alla “fonte”, scoprire istituzioni culturali locali, musei, studi d’artista come può fare?

Ci ha pensato Art And About Africa, piattaforma online dal 20 febbraio 2020.

AAAA: Art and About Africa e la vibrante scena artistica del continente

L’idea è di Lidija Khachatourian: grande energia, competenza ed una forte passione per l’espressività del continente. Negli anni Lidija ha visitato molte nazioni dell’Africa subsahariana, conoscendo artisti e sviluppando la collezione di famiglia.

È nato così AKKA Project, incubatore e promotore di arte contemporanea made in Africa, con sede a Dubai e a Venezia. Durante la Biennale Arte 2019 Lidijia Khachatourian ha curato il Padiglione Nazionale del Mozambico.

I tempi per un nuovo progetto erano ormai maturi ed ecco che ha fatto la sua comparsa Art And About Africa.

 

Art And About Africa
Courtesy of Art And About Africa www.artandaboutafrica.com

AAAA: Art and About Africa e la vibrante scena artistica del continente

L’obbiettivo del portale è sostenere e far conoscere la scena creativa, in rapida crescita, del continente africano.

Uno spazio digitale dove artisti, organizzazioni ed amanti dell’arte si connettano facilmente.

I collezionisti possono realizzare un vero e proprio itinerario di viaggio: una mappa scaricabile in PDF contenente le istituzioni artistiche, trovate sul portale, che gli piacerebbe visitare.

Basta cliccare sulla città che interessa per scoprire quali luoghi di cultura sono presenti sul suo territorio.

Fatte le proprie scelte, scaricare l’elenco è davvero un “gioco da ragazzi”. Inoltre vi è la possibilità di creare un profilo personale ed aggiungervi i punti culturali “preferiti”: una sorta di wishlist.

Il principio di base è molto semplice, ma non facilmente realizzabile se si pensa alla vastità geografica del territorio e alle profonde differenze che connotano i 54 stati riconosciuti a livello internazionale.

AAAA: Art and About Africa e la vibrante scena artistica del continente

Inoltre i benefici di Art And About Africa per singoli artisti ed istituzioni sono tantissimi: registrandosi al sito caricano le loro informazioni e descrizioni online, mostrano le opere e raggiungono, così, un pubblico più ampio.

Anche gli organizzatori di mostre, biennali, fiere d’arte possono promuovere il proprio evento.

Art And About Africa
AAAA: Art and About Africa e la vibrante scena artistica del continente  Mappa presente sul sito di Art And About Africa www.artandaboutafrica.com

Il servizio si basa su una vasta gamma di ricerche, informazioni, competenze locali ed è stato progettato per essere  accessibile a tutti.

Un vero e proprio motore di ricerca che raccolga in un unico spazio virtuale le informazioni inerenti la scena artistica africana che, normalmente, sono disperse in una miriade di siti web locali, profili Facebook o account poco raggiungibili se non si ha un contatto diretto.

Non si tratta, soltanto, di rendere più accessibili grandi opere, ma anche di stimolare tutti i sensi degli appassionati, includendo aspetti legati alle tradizioni, alla cultura, alla musica, alla moda, al cibo e a molto altro ancora.

scena artistica del continente

Itinerari d’arte, ma non solo.

In un periodo in cui i viaggi sono limitati a causa della pandemia, AAAA non si è fermata, anzi: ha dato vita all’iniziativa artistica di crownfundingArt: an Essential Need” (ArtEN), che mira a fornire sovvenzioni di emergenza agli artisti che vivono in Africa. 

È stata così aperta una call dedicata ai creativi, invitandoli a presentare alcune loro opere. I lavori scelti entreranno a far parte della pubblicazione intitolata proprio “Art: an Essential Need”.

Hanno partecipato perfino guest artist e spazi culturali che hanno diffuso la notizia.

Dopodiché la chiamata è stata rivolta a tutti.

Sì, perché anche noi possiamo contribuire 😉

Fino al 31 maggio, quindi ancora per questa settimana, è possibile acquistare una copia dell’e-book cliccando qui.

Tutto il ricavato verrà suddiviso tra i creativi africani che hanno aderito.

vibrante scena artistica del continente

La pandemia causata dal COVID-19 ci ha dimostrato, ancora una volta, la nostra vulnerabilità livellando, in un certo qual modo, alcune disuguaglianze.

Di fronte ad una malattia sconosciuta l’umanità è ugualmente inerme.

E’ giunto il momento di dare una mano anche a chi sta al di là del Mar Mediterraneo in nome dell’arte e della cultura.

 

 

Il “favoloso mondo” delle…riviste d’arte – Art Nomade Milan

riviste arte
Il “favoloso mondo” delle…riviste d’arte – Art Nomade Milan

In questo periodo di permanenza forzata in casa abbiamo riscoperto il piacere della lettura. Volumi d’autore, ma anche magazine d’arte…indipendenti.

Il mondo della pubblicazioni di settore è davvero sfaccettato.
Se lo si analizza in profondità si scopre che i titoli più conosciuti in commercio sono solo la punta dell’icerberg: esistono, infatti, decine di pubblicazioni specialistiche che non godono, al momento, delle luci della ribalta.
Guardando all’arte ed alla cultura la ricerca si fa ancora più avvincente: il panorama dell’espressione contemporanea è popolato da decine di magazine.
Insomma ce n’è un po’ per tutti i gusti 😛
Il rovescio della medaglia è che sono spesso difficili da conoscere e soprattutto da acquistare.
Non basta andare in edicola: la loro distribuzione avviene in certi rivenditori estremamente specializzati.

Il “favoloso mondo” delle…riviste d’arte – Art Nomade Milan  riviste arte

Occupandomi di nicchie di mercato, quali l’arte contemporanea africana ed islamica, so bene di cosa parlo: in lingua italiana esiste pochissimo, quasi tutti i magazine sono stranieri ed hanno una sequenzialità che va dal bimestrale a salire, fino ad arrivare a pubblicazioni che escono due volte l’anno.
Inoltre alcune di esse hanno, purtroppo, vita breve.
Sono spesso progetti autofinanziati che, dopo alcuni numeri, scompaiono dal mercato.
Per riuscire a “censirle” una grande mano me la danno i social network ed, in generale, tutte le piattaforme online: grazie alle connessioni della rete, prima scopro i profili delle riviste, poi risalgo al loro sito web, trovando i distributori italiani o i metodi di acquisto online.
Proprio così ho scoperto Francesca Spiller e “Reading Room” 🙂
Galeotta è stata la ricerca di un punto su Milano dove acquistare “Something We Africans Got“, pubblicazione di cui vi ho parlato in un video sul mio canale YouTube.
Ironia della sorte “Reading Room” sorge a pochi chilometri da casa mia!

Il “favoloso mondo” delle…riviste d’arte – Art Nomade Milan

Francesca ci accompagnerà nel favoloso mondo delle riviste indipendenti, svelandocene tutti i segreti.

Ciao Francesca! Conosciamoci meglio: come definiresti “Reading Room”? Libreria, concept store, spazio indipendente o galleria d’arte?  riviste arte

Reading Room è un po’ tutte queste cose. Il progetto nasce dall’ambizione di avvicinare quante più persone possibile alle bellissime pubblicazioni indipendenti, attraverso un luogo che sia qualcosa di diverso da un negozio: uno spazio culturale per soddisfare i curiosi e i lettori incalliti.
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Il favoloso mondo delle…riviste d’arte – Art Nomade Milan   Interno di Reading Room

– Quando e come è nata l’idea?

Reading Room è nata nel maggio 2018 dalla mia grande passione per la fotografia ed i magazine. In realtà la costruzione del progetto e la selezione hanno preso circa un anno di lavoro prima dell’apertura. A Milano mancava uno spazio dedicato a questo mondo, come ad esempio “do you read me?!” a Berlino o magCulture a Londra, che già da tempo portano avanti un discorso simile con ottimi riscontri. 

– Che percorso di studi hai alle spalle?  riviste arte

Ho una formazione in management culturale: ho lavorato per la Galleria Carla Sozzani, a Milano, e poi per Camera – Centro Italiano per la Fotografia a Torino. Sono state delle esperienze fondamentali prima di mettermi in gioco con Reading Room

Ti va di spiegare ai nostri lettori cosa si intenda con “riviste indipendenti” ?

Per “indipendenti” si intendono tutti quei progetti mossi dalla ricerca e da una profonda cura per i contenuti. Chi realizza pubblicazioni di questo tipo è, prima di tutto, un lettore, anzi un divoratore di contenuti. Alla base c’è quindi un profondo amore per il tema che si vuole sviluppare e poi uno studio della veste editoriale più adatta, essa stessa parte fondamentale del prodotto finale. 

– Ne esistono di tipologie diverse (fanzine…) ?  riviste arte

L’universo delle riviste indipendenti è vastissimo, non solo per i temi trattati, ma anche per la libertà e varietà del loro sviluppo. Per scelta da Reading Room non tengo fanzine (pubblicazione non professionale e non ufficiale, prodotta da entusiasti di un particolare fenomeno culturale. Parola nata dalla contrazione di “fan” e “magazine”), ma esclusivamente periodici. Evito anche le cosiddette pubblicazioni “coffee-table”, accattivanti ad un primo sguardo, ma a rapido rischio obsolescenza. 
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Il favoloso mondo delle…riviste d’arte – Art Nomade Milan   Uno dei numerosi eventi svoltosi presso Reading Room

– Ogni tanto tornano alla ribalta articoli e commenti che evidenziano la perdita di pubblico della carta stampata a vantaggio delle informazioni digitali. Tu cosa ne pensi?

Penso che il discorso valga solo per certa carta stampata, ovvero quella delle edicole, tipo i quotidiani e i settimanali dalle grandi tirature. Le riviste che tratto da Reading Room hanno la dignità del libro, da cui si distinguono per la periodicità. Ed è un mondo che sta fiorendo anche nei numeri, una massa critica di tante nicchie di qualità. 

– Quali sono i tuoi clienti tipo?

Il pubblico è molto vario, si va dagli addetti ai lavori di fotografia, design, moda, architettura, agli studenti e ai curiosi in genere. Una comunità assai molteplice. Considera che la nostra selezione non è monotematica, bensì multidisciplinare: ciò allarga il bacino d’utenza. 

– La tua attività è cambiata molto in questo periodo?

Ho approfittato dei mesi di lockdown per migliorare il sito di Reading Room* e il nostro servizio di consegne, ricevendo una risposta calorosa. Per la riapertura abbiamo dovuto adottare tutte le misure per rendere l’esperienza dei nostri clienti sicura e piacevole. 

– Pensieri e progetti per il futuro?!

I nostri incontri, che costituiscono una parte fondamentale del progetto, non scompariranno, ma saranno ripensati sia in chiave digitale che fisica. Quindi il consiglio che do è quello di seguirci anche sulle nostre pagine Instagram** e Facebook***, per scoprire questi imminenti sviluppi! 
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Professione RESTAURATORE: visita ad un laboratorio specializzato

Professione RESTAURATORE: scopriamo assieme un laboratorio specializzato

Professione RESTAURATORE: visita ad un laboratorio specializzato

Elisa, 30 anni e una grande passione per i tessuti: nasce così Arachne Conservazione e Restauro, nel cuore del centro storico genovese.

Professione restauratore: un possibile sbocco professionale per molti studenti d’arte, nonostante le difficoltà che ancora si hanno, in Italia, nello svolgere questo mestiere.

Il fiorentino Opificio delle Pietre Dure rimane un must, anche se esistono altri centri validissimi a supporto di chi voglia intraprendere una carriera nella conservazione del patrimonio.

Inoltre, apprendere i segreti di materiali meno usuali, come tessili/pelle ed opere cartacee, potrebbe fare la differenza nel trovare più velocemente un impiego.

Professione RESTAURATORE

Ne abbiamo parlato con Elisa Levrero, classe 1990, che ha deciso di aprire il proprio laboratorio nella sua città natale, Genova, dopo essersi specializzata a Brescia.

Formazione, “gavetta” presso altre realtà del settore ed apertura di Arachne Conservazione e Restauro.

A proposito, per chi non se lo ricordasse, il capoluogo ligure è anche il luogo natio di Art Nomade Milan 🙂

Il legame di questa regione con le arti tessili è antico e profondo: ad esempio a Zoagli, piccolo comune in provincia di Genova, esistono ancora delle tessiture specializzate in damaschi e velluti.

Difficile però conoscere le singole manifatture rimaste attive, trovare informazioni sui musei che conservano collezioni tessili od articoli a riguardo.

Anche in un’epoca di grande digitalizzazione sembra che il riserbo ligure verso le proprie attività faccia da padrone 😉

restauratore
Professione RESTAURATORE: scopriamo assieme un laboratorio specializzato – Elisa Levrero al lavoro in laboratorio

Arachne Conservazione e Restauro l’ho scoperto per caso, circa un annetto fa, gironzolando virtualmente su Facebook. Ho così iniziato a seguirlo sui social, scoprendo che il laboratorio aveva restaurato alcuni tabarrini che sarebbero stati esposti in “Cristezzanti“, mostra sulle confraternite genovesi tenutasi al Museo Navale di Genova Pegli.

Il territorio ligure è sempre stato la patria di grandi collezionisti: le civiche raccolte tessili sono una vera “chicca” per gli amanti del genere e non mancano anche collezioni private, sulle quali compaiono ogni tanto articoli in riviste specialistiche.

Nel mondo dell’arte si vocifera che i genovesi siano ancora degli ottimi acquirenti…

Dunque molti potenziali clienti per i restauratori, anche se la nostra legislazione non regolamenta in maniera ottimale il settore.

Ma ora lascio la parola ad Elisa che ci racconterà come si intraprenda questa professione e che difficoltà si debbano affrontare.

– Elisa, com’è scaturita questa passione per il tessile e che percorso di studi hai seguito per diventare una restauratrice? Professione RESTAURATORE

La passione per il restauro in generale è scattata non appena ho iniziato l’Università: un colpo di fulmine. Il primo anno ho svolto sei mesi di tirocinio in un laboratorio di restauro dipinti a Genova e, durante il secondo anno, ho battuto “a tappeto” tutto il Nord Italia per visitare le scuole riconosciute dal Ministero. È stato durante i vari laboratori, workshop e open day che ho scoperto l’esistenza dei cosiddetti settori “minori” della conservazione, come la carta, l’oreficeria ed i tessuti. Mi sono innamorata dell’ambito e, contemporaneamente al terzo anno di Università, mi sono iscritta alla Scuola di Restauro di Botticino (BS), indirizzo “Arazzi, Tappeti e Tessuti Antichi”.

– Conosco altri restauratori che mi hanno spiegato come tale professione sia poco riconosciuta a livello normativo in Italia. Tu cosa ne pensi? È davvero difficile trovare lavoro in questo settore?

Purtroppo è vero: a fronte di un lungo percorso di formazione, molto spesso dispendioso, i fondi pubblici riservati  al restauro ed alla conservazione sono veramente esigui, soprattutto se considerati in proporzione all’immenso patrimonio del nostro paese.

Professione RESTAURATORE

Bisogna rimboccarsi le maniche e trovare degli sponsor privati per poter lanciare un progetto. Il più delle volte un restauro richiede molte ore di lavoro, oltre a dei materiali specifici dai costi elevati. La sensazione è che non sia il lavoro a mancare, ma i fondi per realizzarlo. Personalmente non mi sono mai trovata in seria difficoltà, ma è un impegno a 360 gradi. Non basta svolgere un buon lavoro, bisogna essere attivi nel farsi conoscere, aggiornarsi e proporsi ad enti pubblici e privati. Per dirla in parole povere non si deve aspettare che la commissione arrivi da sé, come accadeva fino ad una decina di anni fa. Bisogna muoversi e andare a cercarla.

– Sei giovanissima eppure hai deciso, nel 2017, di aprire un laboratorio. Ci racconti la tua esperienza da “lavoratrice autonoma”? 

Mi sono diplomata alla Scuola di Restauro nel giugno 2015 e, in quel momento, sentivo di dover ancora acquisire competenze ed esperienza prima di potermi proporre sul mercato. Così ho lavorato per diverse ditte un paio di anni fino a quando, a inizio 2017, dopo che mi è stato commissionato un lavoro molto importante, ho deciso di aprire la partita iva ed il laboratorio.

Professione RESTAURATORE

Ovviamente ci sono i pro ed i contro dell’essere una “lavoratrice autonoma”. Da una parte si hanno molte responsabilità, come il lavorare su opere tutelate dalla Soprintendenza ed il gestire tutta la rete di persone che ruota intorno a un restauro (i funzionari, la committenza, gli eventuali sponsor). Bisogna trovare il tempo per occuparsi di tutto l’aspetto burocratico dell’essere titolare di una ditta – per quanto piccola – senza trascurare i progetti e, naturalmente, fare un bilancio mettendo in conto le spese fisse (affitto, bollette e quant’altro). D’altra parte posso dire di fare il lavoro che amo e per cui ho studiato. Non lo cambierei per nulla al mondo nonostante le difficoltà, compresa la recentissima chiusura forzata a causa dell’emergenza sanitaria.

Professione RESTAURATORE: scopriamo assieme un laboratorio specializzato

– Chi sono i tuoi principali clienti? Io ti seguo già da diverso tempo e ho visto che hai restaurato alcune preziosi tabarri poi esposti nella mostra “Cristezzanti” al Museo Archeologico di Genova Pegli…

Sì, in occasione della mostra ho lavorato su due straordinari tabarrini settecenteschi, appartenenti alla Confraternita di Sant’Ambrogio di Voltri. Le Confraternite genovesi e liguri sono sicuramente uno dei canali più importanti per il mio lavoro. Nei loro oratori si conservano dei veri e propri gioielli tessili: vesti processionali in raso e velluto, spesso ricamati in oro e argento, risalenti anche al XVII secolo. Quello che amo del lavorare con le Confraternite è sicuramente il loro profondo e sincero legame con questi abiti, che sono parte della loro storia. La loro gratitudine per il lavoro svolto (assolutamente non scontata!) mi riempie sempre di orgoglio.

Professione RESTAURATORE

Tra gli enti pubblici con cui lavoro ci sono poi i musei. Infatti, proprio questo febbraio, ho iniziato una campagna di restauro in loco sugli arredi del Museo di Palazzo Reale di Genova. Abbiamo sospeso il cantiere a causa dell’emergenza, ma spero di poter tornare al più presto e riprendere a pieno regime. C’è poi tutta la committenza privata, dagli antiquari ai collezionisti agli appassionati, che possiedono i manufatti più disparati.

– Finalmente parliamo di tessile! Sbaglio o Genova ha una lunga tradizione alle spalle? Velluti e altre meraviglie…

Certamente! A Genova non mancano collezioni tessili di alto livello. Non a caso è stata la città che ha dominato il mercato serico europeo per quasi quattro secoli, a partire dal Quattrocento. Il velluto prodotto nelle manifatture rivierasche, specialmente quello di colore nero, aveva raggiunto un livello qualitativo altissimo. Eravamo competitivi sul mercato tessile anche quando la Francia di Napoleone ci aveva “soffiato” il primato produttivo sul continente. Una delle ragioni per cui i tessuti liguri, principalmente rasi e velluti, hanno dominato così a lungo è che la loro qualità era ineccepibile. Venivano verificati in tutte le fasi di lavoro, dalla filatura delle fibre grezze alla tessitura, al ricamo. I commissari dell’Arte della Seta controllavano i passaggi in modo serrato e, se non erano rispettati i canoni dello statuto, venivano inferte multe salatissime!

– È difficile approcciarsi a questa tipologia di opere d’arte? Sono molto delicate? Raccontaci qualcosa in più del tuo lavoro quotidiano.

Sicuramente è necessaria una preparazione specifica per poter maneggiare un tessuto antico. I casi possono essere diversissimi. In generale, se un’opera tessile ha bisogno di un intervento di restauro, vuol dire che si trova in uno stato davvero precario.

Una parte del mio lavoro consiste nel rimuovere interventi grossolani fatti da chi non aveva alcuna preparazione nel settore. Parlo di rammendi (a mano e a macchina da cucire), spilli completamente arrugginiti, toppe adesive e, addirittura, pezzi di scotch.

Le operazioni sui tessili possono essere suddivise in due fasi generali: gli interventi preliminari al restauro ed il consolidamento. Nel primo stadio si studia il tessuto a 360 gradi (armatura, filati, riduzione…) e si procede con la pulitura. Meccanica (con micro-aspiratore chirurgico) e, se le condizioni lo consentono (il tessuto deve essere sufficientemente integro e, soprattutto, si verifica la stabilità dei coloranti) si fa un vero e proprio lavaggio. A quel punto si passa alla seconda fase, il consolidamento vero e proprio. Ogni restauro è a sé stante e sarebbe impossibile elencare tutte le casistiche. Il comune denominatore è l’utilizzo di supporti e filati della stessa natura dell’originale, che vengono appositamente tinti in laboratorio.

L’intervento può seguire principalmente due linee metodologiche: quella conservativa (applicata a ogni tipo di manufatto tessile) e quella integrativa, adottata nel caso di arazzi e tappeti.

Restauro accademia
Professione RESTAURATORE: scopriamo assieme un laboratorio specializzato – Elisa Levrero al lavoro

– Durante i tuoi studi hai anche appreso diverse tecniche di tessitura? Possiedi un telaio? Professione RESTAURATORE

Durante la Scuola di Restauro abbiamo svolto un corso dedicato proprio alla tessitura. É stato fondamentale per mettere in pratica quello che avevamo appreso nello studio dell’analisi del tessuto. Lo “scontro” con orditoio, pettini, licci e subbi mi ha insegnato a riconoscere con più facilità l’armatura dei tessili su cui devo intervenire. Possiedo un piccolo telaio che utilizzo principalmente per tessere ex novo le cimose degli arazzi. Sono la cornice più esterna e per questo, spesso, sono più consumate. La maggior parte delle volte vanno sostituite.

Hai in programma dei nuovi progetti di cui ci vuoi parlare? 

Sì, nuovissimi. Dal primo giugno io ed una collega, che si occupa di sculture e dipinti, uniremo forze e competenze per dare vita ad un laboratorio multi settoriale di restauro (Laboratorio Mura delle Cappuccine), dove espanderemo gli indirizzi di specializzazione ed amplieremo i servizi per la conservazione. Presenteremo tutti i nostri nuovi progetti sul sito dedicato, www.cappuccinerestauro.it.

 

Arte e lockdown: la parola ai giovani artisti – Art Nomade Milan

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Arte e lockdown: la parola ai giovani artisti – Art Nomade Milan

Si parla tanto di cambiamenti del settore, di incertezza del futuro: gli intervistati, però, sono sempre grandi galleristi o direttori di importanti istituzioni culturali.

Ma qualcuno ha sentito i giovani artisti?!

A quanto pare la major Sotheby’s sembra navigare in cattive acque (fonte il Sole24Ore), le gallerie tentano il tutto per tutto con eventi online e maggior presenza sui social media, le fiere di settore sviluppano viewing room. E i creativi, in questo periodo di chiusura forzata, come se la stanno cavando?

Ricordiamoci che senza di loro tutta la “baracca” non starebbe in piedi 😉

I giovani artisti italiani come vedono il futuro?

Art Nomade Milan lo ha domandato ad Iris Corvino, ventottenne bergamasca che vorrebbe fare dell’arte la sua professione. Inutile ricordavi quanto la Lombardia e le provincie di Bergamo, Brescia, Lodi e Cremona abbiano sofferto per questa dannata pandemia globale.

Ecco cosa ci ha raccontato Iris.

– Iris, da dove nasce la tua passione per l’arte? Quale è stato il tuo percorso di studi?

La mia passione per l’arte nasce da piccolina. Pensa che a 7 anni dissi a mia mamma: “Da grande voglio fare la pittrice”. 😁

Credo che questa determinazione mi abbia portato a realizzare il mio sogno, anche se non so bene se “sogno” sia la parola corretta, perché sono ancora in fase di crescita. Forse ho raggiunto un livello di consapevolezza che mi aiuterà a raggiungere il mio obiettivo: essere un’ artista riconosciuta per ciò che esprime e ciò che dà allo spettatore. Penso che questo sia il compito dei creativi: donare bellezza. Una bellezza intesa da ognuno di noi in modo diverso. Si devono trasmettere i valori che ciascuno ha dentro di sé e lo stupore per la vita . Il mio percorso di studi comincia dalla scelta di inscrivermi al liceo artistico di Bergamo. Dopo ho deciso di continuare nel settore e mi sono iscritta all’Accademia Carrara, dove ho frequentato il corso di “Pittura Arti visive”.

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L’accademia mi ha aperto un mondo, infondendomi la capacità di vedere in maniera diversa le cose. Ho compreso quanto la comunicazione visiva sia importante. Se usata con intelligenza è potente ed esplosiva come una “bomba”: riesce ad arrivare dritto al cuore ed alla mente delle persone. Mi sono poi iscritta all’Accademia di Brera, dove ho frequentato il biennio di pittura. Milano è davvero un altro mondo. Mi ha insegnato tanto ed in accademia ho stretto delle fortissime amicizie.

– Sbaglio o l’arte è un’“affare di famiglia”?! Anche tuo padre è un artista…

No, non sbagli, è proprio così! Un”affare di famiglia”. Mio padre è un pittore da tanti anni: ha esposto per molto tempo a Bergamo e soprattutto in Città Alta, anche durante i “mercatini” della domenica. Ero e sono ancora molto orgogliosa di mio padre. Grazie a lui, alla sua meravigliosa pittura ed alla sua tenacia siamo cresciuti amando l’arte.

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È riuscito a mantenere una famiglia solo con la sua arte per molti anni e io, da piccolina, vedendolo dipingere ogni giorno nel suo studio, guardando i suoi quadri, i suoi colori, le sue spatole pensavo quanto fosse meraviglioso. Credo sia stato questo il motivo che mi ha spinto a inseguire la mia passione: mio padre non ha potuto fare gli studi che ho fatto io, erano altri tempi, ma tutt’oggi mi ripete di quanto lui ora sia orgoglioso di me. Portare avanti lo spirito artistico, studiare per renderlo migliore è un dono.

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Arte e lockdown: la parola ai giovani artisti – Art Nomade Milan  “Walk this way“, Iris Corvino.

Riesci a descriverci la tua poetica…in poche righe?!  Arte e lockdown

Certo! Amo trasmettere gioia e armonia con la mia arte. Vedo la bellezza nelle piccole cose e con i colori tiro fuori questa energia. Armonia, unione, individualità, forza, potenza sono all’interno della mia poetica.

– Pittura, scultura, fotografia, video arte, performance, installazioni, grafica…quale medium preferisci?!

Questa è una domanda difficile, perché io amo usare tutti i media possibili. Non amo i limiti: riesco ad esprimermi con qualsiasi mezzo.

Mi piace molto l’installazione, specialmente interattiva, che faccia riflettere lo spettatore.

Mi piace tantissimo anche la performance: recitare con il proprio corpo per trasmettere il messaggio.

Della video arte apprezzo l’utilizzo dello schermo come un pennello ed una grande palette di colori. Devo ammettere che la mia artista di riferimento, fin dai tempi dell’accademia a Bergamo, è sempre stata Pipilotti Rist.

La fotografia, invece, la uso per catturare un istante preciso e trarne, poi, un’opera d’arte. 

Nelle mie creazioni uso, in parte, anche la scultura. Al momento, però, è la pittura il mezzo della mia espressione artistica.

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Arte e lockdown: la parola ai giovani artisti – Art Nomade Milan   Art Innsbruck.

Detto ciò, ritengo che sia molto importante per un artista essere capace di utilizzare qualsiasi medium e poi sceglierne uno nel momento in cui se ne ha bisogno per una determinata opera. L’arte per me è come un gioco, nel senso che trasmette emozioni che ci conducono ad esplorare noi stessi.

–  Giovani artisti e social media: il tuo rapporto con le principali piattaforme online?

Ti dirò, il mio rapporto con i social e le piattaforme online è buono. Mi trovo bene: credo sia un ottimo modo per entrare in contatto, specialmente in questo periodo. I giovani artisti sono poco riconosciuti e hanno pochi mezzi per ottenere visibilità: i social aiutano molto nel creare network e superare le timidezze. 

– So che hai partecipato a molte mostre mercato: come ti sei trovata?  arte e lockdown

Si, mi sono sempre trovata benissimo! Mettere in mostra la mia arte e osservare come la gente la guarda e la valuta mi dà grande emozione. È un’occasione per mettersi alla prova ;).

– Italy versus abroad: ho letto che hai spesso esposto in altre nazioni europee. Come ti sei trovata? È vero che il Bel Paese offre poche opportunità ai giovani creativi?

Sì, ho avuto la possibilità di esporre all’estero ed è stato molto utile conoscere altre realtà.

Purtroppo lo confermo: in Italia per i giovani creativi è difficile vivere della propria arte. Penso, però, che non ci si debba abbattere: una volta trovato il coraggio di “buttarsi”, di proporsi anche perseverando, le possibilità arrivano. Le occasioni esistono: basta crederci e provare.

– Secondo te come è cambiato il mondo dell’arte a causa delle chiusure forzate causate dall’epidemia da COVID-19?  arte e lockdown

Il mondo dell’arte ha sofferto a causa del lockdown. I musei, le gallerie… spero che piano piano si possa tornare alla normalità.

Io stessa mi sono resa conto di quanto sia stato e sia tutt’ora difficile. Per un po’ ho smesso di fare arte. Andavo nello studio e mi domandavo: “E ora? Che cosa faccio?”. Mi sono immedesimata nei panni delle associazioni, dei collettivi, dei piccoli gruppi di artisti…

Per raccontarti un aneddoto, qualche mese fa, ho ricevuto un invito da parte di una Galleria spagnola per partecipare ad una fiera a Bruxelles, ma ho rifiutato.

arte e lockdown

Ho detto di no perché non sapevo se ne valeva la pena in un periodo di crisi come questo. Tutto, specialmente a Bergamo, era chiuso. Non si poteva uscire nemmeno per spedire i quadri.

Dopo ho compreso quanto sia difficoltoso il momento anche per queste gallerie. In quel momento mi sono sentita frenata dall’emergenza. Adesso mi rendo conto di come sia importante portare avanti l’arte soprattutto nei momenti difficili. Così ho riscritto al gallerista ed ora siamo in contatto. Sono pronta a ricominciare.

Dobbiamo avere pazienza e lasciarci aperta ogni possibilità: dopo di che siamo liberi di fare le nostre scelte artistiche. 

– Quali sono, quindi, i tuoi progetti futuri?

I mie progetti futuri?!

Sto valutando l’idea di studiare ancora per insegnare al meglio “discipline pittoriche”, nonostante sia insegnante già da un po’. Mi piace tantissimo trasmettere la mia passione agli altri, ma bisogna sempre tenersi aggiornati. Nel frattempo sto creando nuovi lavori, che spero presto di esporre. Ho lasciato tre mostre in stand by: non vedo l’ora che la situazione si normalizzi e che le Gallerie possano riaprire regolarmente.

Le esposizioni si svolgeranno a Torino, Milano e Londra.

Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan

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Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan

In questi mesi non si è fatto altro che parlare di realtà virtuale e Musei, di digitalizzazione delle visite per sopperire alla chiusura forzata dei luoghi di cultura, causata dall’emergenza sanitaria globale.

In realtà qualcuno si era già rivolto al mondo dell’online in tempi non sospetti…

A quanto pare la riapertura degli spazi italiani dedicati all’edutainment si fa sempre più vicina. Il “liberi tutti” culturale è previsto il 18 Maggio, ma, sembrerebbe, non tutto sarà come prima.

Da assidua lettrice di ArtEconomy24, rubrica dedicata al mercato dell’arte del Sole24Ore, traspare quanto abbiano sofferto, in termini economici, tutti gli operatori del settore, soprattutto quelli di medio piccole dimensioni.

Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan

Certo, lo si poteva immaginare: quasi due mesi di stop forzato, i costi fissi da coprire e la paura di perdere il pubblico aficionado a causa della consueta formula “lontano dagli occhi, lontano dal cuore“. Così quasi tutte le realtà hanno ripiegato sull’online. Profili social, un tempo semi abbandonati, sono diventati attivissimi: dirette, tutorial…il mondo dell’arte sembra, finalmente, aver scoperto le potenzialità del web.

Meglio tardi che mai sperando che, una volta tornati alla normalità, si continuino a sfruttare queste possibilità, magari con calendari e piani editoriali ben definiti.

Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan

In realtà c’era già chi si era accorto dei vantaggi derivanti dagli strumenti digitali in tempi non sospetti.

È il caso del MoDCA, Museum of Contemporary Digital Art.

Serena Tabacchi, co-founder, CEO e direttrice, ne ha svelato tutti i segreti a Art Nomade Milan.

– Serena, ci racconti cosa è il MoCDA, Museum of Contemporary Digital Art? 

MoCDA e’ un Museo dedicato all’arte contemporanea digitale. MoCDA nasce dalla voglia di creare uno spazio virtuale, non votato esclusivamente alla promozione, ma anche alla conoscenza ed esposizione di progetti d’arte contemporanea e tecnologia. 

– Un vero e proprio Museo virtuale dedicato alla digital art, una piattaforma o entrambe le cose?

MoCDA sta diventando uno spazio interattivo online dove si potrà navigare ed esplorare l’arte digitale in queste maniere: VR (realtà virtuale), AR (realtà aumentata), XR (mixed reality), sculture 3D, generative photography, crypto arte, video arte, arte generativa e programmabile, GIFs, net art, multimedia art e molto altro. Il museo offre ai visitatori l’opportunità di comprendere come l’arte digitale venga ideata e creata dagli artisti, con attenzione all’integrazione ed alla comunicazione tra il creativo e la tecnologia.

Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan

Un esempio? L’arte creata con il machine learning, AI o la robotica. Il nostro obiettivo è quello di offrire al pubblico una visione curatoriale dell’arte che vediamo intorno a noi. Penso ai social media o ai film hollywoodiani, che spesso non apprezziamo nella loro forma artistica perché inseriti in un contesto più ampio. Gli artisti, ma anche il mercato dell’arte digitale, è in parte sottovalutato perché spesso non gli viene attribuito il giusto valore. Riconoscere l’arte digitale e dargli spazio è quello di cui ci stiamo occupando.

– Quali sono le modalità di fruizione da parte del pubblico e da parte degli artisti?

MoCDA vive online! Siamo un progetto fully digital. Ciononostante ci manca molto poter presentare arte digitale in spazi fisici come abbiamo fatto alla Tate Modern, alla Bloomsbury Gallery di Londra ed alla CADAF, Contemporary & Digital Art Fair, a Miami.

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Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan “Random Access”, Tate Modern, Novembre 2019.
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Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan   Bloomsbury Gallery, Febbraio 2020.

L’arte, le interviste live, i meet up, le visite agli studi degli artisti ed i progetti curatoriali sono visibili sui nostri social Instagram e Twitter, @mocda_ . Inoltre, su YouTube e Spotify, trovate i live e le interviste del Museum of Contemporary Digital Art. Abbiamo anche un sito internet, mocda.org ed una newsletter. 

– Visitatori, artisti, collezionisti: come fanno a consultare il materiale messo a disposizione dal MoCDA?

Quando abbiamo creato il MoCDA credevamo fosse necessario avere uno spazio fisico dove poter esporre arte digitale, ma più ci siamo addentrati in questo campo più abbiamo scoperto che la maggior parte dell’arte digitale viene fruita online, nello specifico sui social media. Tutti i nostri progetti sono sul web, molti ancora in fase embrionale come la collezione e due esposizioni. A queste stanno lavorando i nostri curatori, tra cui Eleonora Brizi, Stina Gustafsson e Chloe Diamond. Quest’anno siamo stati invitati come partner curatoriale alla prima fiera d’arte contemporanea digitale completamente online (CADAF), assieme al Lumen Prize, The Award for Art and Technology.

– Come e quando è nata l’idea del MoDCA?

L’idea e’ nata circa un paio di anni fa quando uno dei nostri fondatori, Dominic Perini oggi CTO di MoCDA, ha partecipato al primo “Art + Tech” summit alla casa d’aste Christie’s a Londra. In quell’occasione ha incontrato Jason Bailey, fondatore di Artnome, e Georg Bak. Così sono iniziate le prime conversazioni su come poter creare una collezione d’arte digitale e un museo dove esporla. Poco dopo io ho conosciuto Tom Van Avermaet, regista e curatore alla Tate Modern: abbiamo così deciso di fondare il MoDCA. Il team si è poi ampliato, includendo il supporto di rinomati consulenti in ambito arte e business development.

– Un team internazionale arricchisce, ma è anche una bella sfida. Come fate ad organizzare le attività e a coordinarvi?

Ci sentiamo spessissimo e siamo sempre connessi. Siamo un team compatto e ognuno di noi e’ impegnato in diversi progetti nel campo dell’arte e della tecnologia. Organizziamo meeting settimanali e, quando possibile, ci incontriamo di persona. La maggior parte di noi vive in Inghilterra, ma anche in Germania, in Svizzera, in Italia, in USA e in Canada. Siamo una famiglia allargata, ma molto unita. Essere disciplinati e’ molto importante quando si lavora online. Sono convinta che si risparmi molto tempo e molte risorse se si evitano spostamenti in aereo non necessari. L’ambiente ci sta a cuore e il cosiddetto “smart working” per noi non e’ una novità, piuttosto un modo per essere connessi e lavorare in maniera armoniosa accorciando le distanze.

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Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan  MoCDA team (Dominic Perini, Serena Tabacchi, Maria Cynkier, Chloe Diamond, Georg Bak, Daniel Liau, Andreea Iosub, Marek Woloszyn)

– Avete puntato sull’arte digitale in tempi non “sospetti”: come stanno cambiando le vostre attività in questo periodo di lockdown globale? Avete, ad esempio, riscontrato un incremento delle visite?

E’ stato sorprendente vedere come moltissime istituzioni e gallerie, nel giro di poche settimane, abbiano messo a disposizione intere collezioni ed eventi online. Il  COVID19 ha lasciato musei e gallerie d’arte vuote ed era necessario trovare un modo per rendere l’arte accessibile al pubblico. Attualmente c’è una sovrabbondanza di arte ed eventi culturali online, podcast, dirette e viewing room. Si rischia di creare molta confusione tra gli appassionati del settore.

Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan

Navigare in internet e trovare quello che ci interessa e’ diventato più complicato del solito e spesso ci si dimentica addirittura cosa si andava cercando. Quello che abbiamo appreso da questa ondata di eventi online è che creare una galleria o una viewing room online non è semplice. Si devono prendere in considerazioni le cosiddette “regole di internet”. Questo e’ un punto spesso sottovalutato. 

Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan

A volte si crea uno spazio virtuale navigabile, perdendo di vista lo scopo per il quale lo si è generato. Internet ha rappresentato per molti uno modo per rendere accessibile l’informazione, in questo caso artistica, ma è bene porsi anche alcune domande. Stiamo involontariamente creando delle barriere per la nostra audience? Se così fosse bisogna pianificare l’architettura del nostro futuro spazio online a misura delle opere che andrà ad ospitare e dell’osservatore che vi accederà. Un percorso di questo genere richiede tempo. L’arte digitale sembra “facile” da esibire, ma è esattamente il contrario.

Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan

L’arte “on screen” deve essere esposta, in accordo con le direttive dell’artista, sullo schermo e, come sappiamo,i generi d’arte digitale sono molteplici, tanti quanti i modi per esporre. È un processo che deve coinvolgere curatori, artisti e architetti dello spazio virtuale che studiano insieme l’esperienza da ricreare, adattandola allo location, sia questa virtuale o fisica.

– Secondo voi l’arte digitale sarà l’arte del futuro? E come si concilierà con i mezzi espressivi tradizionali e con i Musei “vecchio stampo”?

L’arte digitale è il presente e sarà sempre più apprezzata e valorizzata in futuro. I musei e le gallerie si stanno già adattando per introdurre opere d’arte digitale nelle loro collezioni. Non dimentichiamoci che le prime sperimentazioni tra artisti ed ingegneri cominciarono verso la metà degli Anni Sessanta del Novecento. Ad esempio il collettivo newyorchese E.A.T. (Experiments in Art and Technology), con a capo alcuni tra gli artisti pionieri del settore come Robert RauschenbergRobert Whitman.

Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan

Opere di quel genere sono poi entrate a far parte delle collezioni di arte contemporanea che oggi conosciamo. Uno degli aspetti più accattivanti del digital è la possibilità di esprimere la creatività dell’artista anche senza uno studio dove dipingere o scolpire. Oggi molti spazi, un tempo accessibili per alcuni artisti, sono diventati inarrivabili sia per questioni economiche, sia di mobilità. Il modo in cui viviamo e ci rapportiamo alla realtà che ci circonda è in continua evoluzione e la tecnologia fa parte del nostro modo di comunicare e creare. Inoltre il modello classico del trasporto di opere d’arte richiede estrema cura. Con il digitale ci sono moltissimi vantaggi: ad esempio si possono creare modelli 3D pre trasporto.

Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan

Le possibilità sono aumentate, ma la creatività e il talento rimangono per ogni artista il vero modo per affermarsi nel settore dell’arte e tra i collezionisti.

digital
Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan  Sala VR alla Tate Modern durante la mostra dedicata ad Amedeo Modigliani, 2018.
realtà virtuale e arte
Digitalizzazione e Musei: scopriamo il MoCDA – Art Nomade Milan Ricostruzione dello studio di Amedeo Modigliani in virtual reality, Tate Modern, 2018.

– Puoi svelarci alcuni dei vostri progetti futuri?

Al momento stiamo lavorando a diversi progetti che includono: la produzione di mostre di arte contemporanea e digitale online, la selezione della nostra collezione di arte digitale, nonché la promozione dell’educazione alla tecnologia. Il nostro prossimo appuntamento, al quale invitiamo tutti a partecipare, è la prima fiera d’arte interamente digitale, CADAF, che si terrà online a dal 25 al 28 giugno 2020, in collaborazione con Beaux Arts & Cie. Vi aspettiamo!