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Professione RESTAURATORE: visita ad un laboratorio...

Professione RESTAURATORE: visita ad un laboratorio specializzato

Professione RESTAURATORE: scopriamo assieme un laboratorio specializzato

Professione RESTAURATORE: visita ad un laboratorio specializzato

Elisa, 30 anni e una grande passione per i tessuti: nasce così Arachne Conservazione e Restauro, nel cuore del centro storico genovese.

Professione restauratore: un possibile sbocco professionale per molti studenti d’arte, nonostante le difficoltà che ancora si hanno, in Italia, nello svolgere questo mestiere.

Il fiorentino Opificio delle Pietre Dure rimane un must, anche se esistono altri centri validissimi a supporto di chi voglia intraprendere una carriera nella conservazione del patrimonio.

Inoltre, apprendere i segreti di materiali meno usuali, come tessili/pelle ed opere cartacee, potrebbe fare la differenza nel trovare più velocemente un impiego.

Professione RESTAURATORE

Ne abbiamo parlato con Elisa Levrero, classe 1990, che ha deciso di aprire il proprio laboratorio nella sua città natale, Genova, dopo essersi specializzata a Brescia.

Formazione, “gavetta” presso altre realtà del settore ed apertura di Arachne Conservazione e Restauro.

A proposito, per chi non se lo ricordasse, il capoluogo ligure è anche il luogo natio di Art Nomade Milan 🙂

Il legame di questa regione con le arti tessili è antico e profondo: ad esempio a Zoagli, piccolo comune in provincia di Genova, esistono ancora delle tessiture specializzate in damaschi e velluti.

Difficile però conoscere le singole manifatture rimaste attive, trovare informazioni sui musei che conservano collezioni tessili od articoli a riguardo.

Anche in un’epoca di grande digitalizzazione sembra che il riserbo ligure verso le proprie attività faccia da padrone 😉

restauratore

Professione RESTAURATORE: scopriamo assieme un laboratorio specializzato – Elisa Levrero al lavoro in laboratorio

Arachne Conservazione e Restauro l’ho scoperto per caso, circa un annetto fa, gironzolando virtualmente su Facebook. Ho così iniziato a seguirlo sui social, scoprendo che il laboratorio aveva restaurato alcuni tabarrini che sarebbero stati esposti in “Cristezzanti“, mostra sulle confraternite genovesi tenutasi al Museo Navale di Genova Pegli.

Il territorio ligure è sempre stato la patria di grandi collezionisti: le civiche raccolte tessili sono una vera “chicca” per gli amanti del genere e non mancano anche collezioni private, sulle quali compaiono ogni tanto articoli in riviste specialistiche.

Nel mondo dell’arte si vocifera che i genovesi siano ancora degli ottimi acquirenti…

Dunque molti potenziali clienti per i restauratori, anche se la nostra legislazione non regolamenta in maniera ottimale il settore.

Ma ora lascio la parola ad Elisa che ci racconterà come si intraprenda questa professione e che difficoltà si debbano affrontare.

– Elisa, com’è scaturita questa passione per il tessile e che percorso di studi hai seguito per diventare una restauratrice? Professione RESTAURATORE

La passione per il restauro in generale è scattata non appena ho iniziato l’Università: un colpo di fulmine. Il primo anno ho svolto sei mesi di tirocinio in un laboratorio di restauro dipinti a Genova e, durante il secondo anno, ho battuto “a tappeto” tutto il Nord Italia per visitare le scuole riconosciute dal Ministero. È stato durante i vari laboratori, workshop e open day che ho scoperto l’esistenza dei cosiddetti settori “minori” della conservazione, come la carta, l’oreficeria ed i tessuti. Mi sono innamorata dell’ambito e, contemporaneamente al terzo anno di Università, mi sono iscritta alla Scuola di Restauro di Botticino (BS), indirizzo “Arazzi, Tappeti e Tessuti Antichi”.

– Conosco altri restauratori che mi hanno spiegato come tale professione sia poco riconosciuta a livello normativo in Italia. Tu cosa ne pensi? È davvero difficile trovare lavoro in questo settore?

Purtroppo è vero: a fronte di un lungo percorso di formazione, molto spesso dispendioso, i fondi pubblici riservati  al restauro ed alla conservazione sono veramente esigui, soprattutto se considerati in proporzione all’immenso patrimonio del nostro paese.

Professione RESTAURATORE

Bisogna rimboccarsi le maniche e trovare degli sponsor privati per poter lanciare un progetto. Il più delle volte un restauro richiede molte ore di lavoro, oltre a dei materiali specifici dai costi elevati. La sensazione è che non sia il lavoro a mancare, ma i fondi per realizzarlo. Personalmente non mi sono mai trovata in seria difficoltà, ma è un impegno a 360 gradi. Non basta svolgere un buon lavoro, bisogna essere attivi nel farsi conoscere, aggiornarsi e proporsi ad enti pubblici e privati. Per dirla in parole povere non si deve aspettare che la commissione arrivi da sé, come accadeva fino ad una decina di anni fa. Bisogna muoversi e andare a cercarla.

– Sei giovanissima eppure hai deciso, nel 2017, di aprire un laboratorio. Ci racconti la tua esperienza da “lavoratrice autonoma”? 

Mi sono diplomata alla Scuola di Restauro nel giugno 2015 e, in quel momento, sentivo di dover ancora acquisire competenze ed esperienza prima di potermi proporre sul mercato. Così ho lavorato per diverse ditte un paio di anni fino a quando, a inizio 2017, dopo che mi è stato commissionato un lavoro molto importante, ho deciso di aprire la partita iva ed il laboratorio.

Professione RESTAURATORE

Ovviamente ci sono i pro ed i contro dell’essere una “lavoratrice autonoma”. Da una parte si hanno molte responsabilità, come il lavorare su opere tutelate dalla Soprintendenza ed il gestire tutta la rete di persone che ruota intorno a un restauro (i funzionari, la committenza, gli eventuali sponsor). Bisogna trovare il tempo per occuparsi di tutto l’aspetto burocratico dell’essere titolare di una ditta – per quanto piccola – senza trascurare i progetti e, naturalmente, fare un bilancio mettendo in conto le spese fisse (affitto, bollette e quant’altro). D’altra parte posso dire di fare il lavoro che amo e per cui ho studiato. Non lo cambierei per nulla al mondo nonostante le difficoltà, compresa la recentissima chiusura forzata a causa dell’emergenza sanitaria.

Professione RESTAURATORE: scopriamo assieme un laboratorio specializzato

– Chi sono i tuoi principali clienti? Io ti seguo già da diverso tempo e ho visto che hai restaurato alcune preziosi tabarri poi esposti nella mostra “Cristezzanti” al Museo Archeologico di Genova Pegli…

Sì, in occasione della mostra ho lavorato su due straordinari tabarrini settecenteschi, appartenenti alla Confraternita di Sant’Ambrogio di Voltri. Le Confraternite genovesi e liguri sono sicuramente uno dei canali più importanti per il mio lavoro. Nei loro oratori si conservano dei veri e propri gioielli tessili: vesti processionali in raso e velluto, spesso ricamati in oro e argento, risalenti anche al XVII secolo. Quello che amo del lavorare con le Confraternite è sicuramente il loro profondo e sincero legame con questi abiti, che sono parte della loro storia. La loro gratitudine per il lavoro svolto (assolutamente non scontata!) mi riempie sempre di orgoglio.

Professione RESTAURATORE

Tra gli enti pubblici con cui lavoro ci sono poi i musei. Infatti, proprio questo febbraio, ho iniziato una campagna di restauro in loco sugli arredi del Museo di Palazzo Reale di Genova. Abbiamo sospeso il cantiere a causa dell’emergenza, ma spero di poter tornare al più presto e riprendere a pieno regime. C’è poi tutta la committenza privata, dagli antiquari ai collezionisti agli appassionati, che possiedono i manufatti più disparati.

– Finalmente parliamo di tessile! Sbaglio o Genova ha una lunga tradizione alle spalle? Velluti e altre meraviglie…

Certamente! A Genova non mancano collezioni tessili di alto livello. Non a caso è stata la città che ha dominato il mercato serico europeo per quasi quattro secoli, a partire dal Quattrocento. Il velluto prodotto nelle manifatture rivierasche, specialmente quello di colore nero, aveva raggiunto un livello qualitativo altissimo. Eravamo competitivi sul mercato tessile anche quando la Francia di Napoleone ci aveva “soffiato” il primato produttivo sul continente. Una delle ragioni per cui i tessuti liguri, principalmente rasi e velluti, hanno dominato così a lungo è che la loro qualità era ineccepibile. Venivano verificati in tutte le fasi di lavoro, dalla filatura delle fibre grezze alla tessitura, al ricamo. I commissari dell’Arte della Seta controllavano i passaggi in modo serrato e, se non erano rispettati i canoni dello statuto, venivano inferte multe salatissime!

– È difficile approcciarsi a questa tipologia di opere d’arte? Sono molto delicate? Raccontaci qualcosa in più del tuo lavoro quotidiano.

Sicuramente è necessaria una preparazione specifica per poter maneggiare un tessuto antico. I casi possono essere diversissimi. In generale, se un’opera tessile ha bisogno di un intervento di restauro, vuol dire che si trova in uno stato davvero precario.

Una parte del mio lavoro consiste nel rimuovere interventi grossolani fatti da chi non aveva alcuna preparazione nel settore. Parlo di rammendi (a mano e a macchina da cucire), spilli completamente arrugginiti, toppe adesive e, addirittura, pezzi di scotch.

Le operazioni sui tessili possono essere suddivise in due fasi generali: gli interventi preliminari al restauro ed il consolidamento. Nel primo stadio si studia il tessuto a 360 gradi (armatura, filati, riduzione…) e si procede con la pulitura. Meccanica (con micro-aspiratore chirurgico) e, se le condizioni lo consentono (il tessuto deve essere sufficientemente integro e, soprattutto, si verifica la stabilità dei coloranti) si fa un vero e proprio lavaggio. A quel punto si passa alla seconda fase, il consolidamento vero e proprio. Ogni restauro è a sé stante e sarebbe impossibile elencare tutte le casistiche. Il comune denominatore è l’utilizzo di supporti e filati della stessa natura dell’originale, che vengono appositamente tinti in laboratorio.

L’intervento può seguire principalmente due linee metodologiche: quella conservativa (applicata a ogni tipo di manufatto tessile) e quella integrativa, adottata nel caso di arazzi e tappeti.

Restauro accademia

Professione RESTAURATORE: scopriamo assieme un laboratorio specializzato – Elisa Levrero al lavoro

– Durante i tuoi studi hai anche appreso diverse tecniche di tessitura? Possiedi un telaio? Professione RESTAURATORE

Durante la Scuola di Restauro abbiamo svolto un corso dedicato proprio alla tessitura. É stato fondamentale per mettere in pratica quello che avevamo appreso nello studio dell’analisi del tessuto. Lo “scontro” con orditoio, pettini, licci e subbi mi ha insegnato a riconoscere con più facilità l’armatura dei tessili su cui devo intervenire. Possiedo un piccolo telaio che utilizzo principalmente per tessere ex novo le cimose degli arazzi. Sono la cornice più esterna e per questo, spesso, sono più consumate. La maggior parte delle volte vanno sostituite.

Hai in programma dei nuovi progetti di cui ci vuoi parlare? 

Sì, nuovissimi. Dal primo giugno io ed una collega, che si occupa di sculture e dipinti, uniremo forze e competenze per dare vita ad un laboratorio multi settoriale di restauro (Laboratorio Mura delle Cappuccine), dove espanderemo gli indirizzi di specializzazione ed amplieremo i servizi per la conservazione. Presenteremo tutti i nostri nuovi progetti sul sito dedicato, www.cappuccinerestauro.it.

 


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