Arte extraeuropea ed esposizioni: nuove sfide per i Musei delle “Culture”

Arte extraeuropea ed esposizioni: nuove sfide per i Musei delle “Culture”

Acquisizioni, restituzioni, cambiamento di mentalità: tutte prove che attendono i Musei delle “Culture”. Con l’emergenza COVID-19 le operazioni sono in stand by, ma il dado pare tratto 😉

Da alcuni anni i vecchi musei etnologici ed etnografici stanno subendo una radicale trasformazione. Il cambiamento maggiormente visibile per il grande pubblico è quello del nome: Museo delle “Culture”, Museo delle “Civiltà”. Quasi non si sapeva più come ri-definirli.

Sembrava di avere a che fare con qualcosa di spinoso, avendo tanta paura di commettere un passo falso.

Del resto, nell’era della comunicazione di massa, le critiche sono dietro l’angolo e lo “scandalo” è a portata di click. Rimanere nei confini del politically correct obbliga ad essere “funamboli”: si ha sempre paura di cadere e commettere un torto verso questa o quell’altra realtà sociale.

Oltre alla ri-definizione del nome, anche le collezioni degli ex musei etnografici non sono rimaste indenni.

Come sono arrivate quelle opere in Europa?!

In maniera lecita o illecita?!

I proprietari, in origine, sono stati forzati a separarsi da oggetti simbolici e di culto?!

Arte extraeuropea ed esposizioni: nuove sfide per i Musei delle “Culture”

Ma facciamo un passo indietro: con etnologia si intende quella parte dell’antropologia che si occupa di studiare e confrontare le popolazioni attualmente esistenti nel mondo, mentre con etnografia si fa riferimento al metodo con cui operano le ricerche sul campo nelle scienze etnoantropologiche.

Stiamo, dunque, parlando di arti “tribali” o “primarie”…ecco mi pare già di aver offeso qualcuno definendole così -.-

Insomma maschere, statue, oggetti di culto, da cerimonia, ma anche di uso quotidiano (libri, documenti, filmati) tipici di culture extra europee.

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Arte extraeuropea ed esposizioni: nuove sfide per i Musei delle “Culture”. Foto scattata durante la mostra “Ex Africa”, Museo Civico Archeologico, Bologna 2019.

Ed in questo mare magnum c’è una storia che voglio raccontarvi e che, penso, pochi di voi conoscano.

Tre anni fa, nel Novembre 2017, il presidente delle Repubblica Francese Emmanuel Macron, si trovava in visita ufficiale in Burkina Faso e, durante un discorso all’Università di Ouagadougou, ha rilasciato delle dichiarazioni memorabili.

Ha, infatti, affermato che il “patrimonio africano non può rimanere prigioniero dei musei europei”. Insomma, di lì a tre anni sarebbe iniziato il processo di restituzione definitiva o temporanea delle opere conservate nelle istituzioni pubbliche francesi.

Un bel colpo! E non solo per i nostri vicini d’Oltralpe!

Arte extraeuropea ed esposizioni: nuove sfide per i Musei delle “Culture”

Si calcola, infatti, che la quasi totalità del patrimonio storico artistico africano si trovi al di fuori del continente.

Una grande parte in Francia, è vero, ma non solo.

Belgio, Germania, Gran Bretagna, Austria ed anche Italia possiedono molti reperti.

Se calcoliamo l’insieme di quanto rimasto nella propria terra d’origine, all’interno dei Musei, arriviamo a circa 3.000 pezzi.

Perché le istituzioni culturali esistono anche in Africa, eccome se esistono!

Certo, non tutti i 54 stati riconosciuti hanno delle strutture museali sviluppate.

Parlando di Africa subsahariana, Camerun, Senegal, Nigeria, Kenya, Ghana, Namibia, Sud Africa sono in testa in quanto a numero di organizzazioni culturali modernamente organizzate.

arte extraeuropea
Arte extraeuropea ed esposizioni: nuove sfide per i Musei delle “Culture”. Mappa delle istituzioni culturali presenti in Africa subsahariana, courtesy of “Restituer le patrimoine africain“, Philippe Rey/Seuil, 2019.

Arte extraeuropea ed esposizioni: nuove sfide per i Musei delle “Culture”

Eppure le loro opere d’arte rimangono nelle strutture europee.

Ben 70.000 reperti al Musée du Quai Branly, Parigi;

75.000 oggetti al Humboldt Forum, Berlino (inaugurazione nel 2020);

180.000 al Musée royal de l’Afrique centrale, Tervuren (Belgio);

69.000 opere al British Museum, Londra;

37.000 al Weltmuseum, Vienna;

70.000 ai Musei Vaticani, Città del Vaticano.

All’appello mancano i reperti conservati nei piccoli musei di provincia, in quelli privati o di proprietà di confraternite religiose.

Ma quando è iniziato questo vero e proprio export di opere d’arte?

All’incirca a fine XIX secolo, quando, dopo la Conferenza di Berlino (1884/1885), iniziò la spartizione dell’Africa da parte delle potenze europee.

Arte extraeuropea ed esposizioni: nuove sfide per i Musei delle “Culture”

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Arte extraeuropea ed esposizioni: nuove sfide per i Musei delle “Culture”. Spartizione dell’Africa da parte delle potenze europee.

Così le dichiarazioni di Emmanuel Macron a Ouagadougou hanno provocato effetti anche in altri stati europei, soprattutto all’interno dei cosiddetti Musei delle “Culture”.

Molte associazioni africane si sono mosse per chiedere provvedimenti simili ai propri governi, soprattutto in Germania.

Richieste non nuove: già all’inizio degli Anni Sessanta alcuni stati nazionali africani, di recente costituzione, avevano avanzato simili domande.

Considerate che era il periodo dell’indipendenza delle colonie: il Ghana è stato il primo stato dell’Africa nera ad ottenerla, nel 1957.

Così anche l’UNESCO si era interessato al tema, nel 1978.

Ma non basta una decisione governativa per innescare il processo. Servono studi adeguati per arrivare allo spostamento delle opere.

Così la Francia ha assegnato ufficialmente l’incarico ad un pool di studiosi, che ha messo in piedi un programma di ricerca ed azione riassunto nella pubblicazione “RESTITUER LE PATRIMOINE AFRICAIN“, redatta da F. Sarr e B. Savoy e pubblicata a Novembre 2019.

Ma quali sono le maggiori difficoltà che i ricercatori hanno incontrato in questo percorso? Complessità che tutti gli stati europei incontreranno una volta che aderiranno a tale processo.

– LEGISLAZIONE 

Molto spesso, all’interno delle costituzioni nazionali, esistono delle clausole che ostacolo un’eventuale restituzione, soprattutto se permanente. Tornando all’esempio francese, l’”inalienabilità del patrimonio nazionale” è uno dei nodi ancora da sciogliere per poter mettere in pratica lo spostamento dei beni.

– ACCERTAMENTO DELLA PROVENIENZA

Se molti beni sono stati acquisiti durante il periodo coloniale, in maniere non proprio legittime, altri sono stati acquistati sul mercato antiquario. E qui si apre un bel dibattito: la loro provenienza è lecita? Bisogna distinguere tra beni legalmente ottenuti, anche tramite donazioni da parte di capi di stato non collusi, e beni provenienti da fonti illecite.

– INVENTARI ED ACCOMPAGNAMENTO DELLE OPERE

Il numero dei reperti presenti in Europa non è chiaro. Come accennato in precedenza mancano all’appello le testimonianze custodite nei piccoli musei provinciali. Chiaramente, nel progetto francese, non sono compresi i musei e le collezioni private. Inoltre, al di là delle sculture ed altre forme di espressione, ci sono anche i documenti, i manoscritti, i libri: le testimonianze custodite negli archivi europei meriterebbero un’indagine a sé stante.

Una volta risolti i punti di cui sopra, scelti i beni da restituire (processi, appunto, lunghi e complessi), bisognerà mettere in piedi un team bilaterale di studiosi che accompagnino il trasporto degli oggetti e soprattutto il loro ricollocamento locale. Servirà, inoltre, un sistema amministrativo collaudato per favorire l’inoltro delle domande di restituzione da parte dei singoli stati.

Burocrati, antropologi, psicologi, storici dell’arte, giuristi: numerose figure professionali dovranno essere coinvolte.

Al momento non ho notizie dei progressi raggiunti sul fronte della restituzione da parte della Repubblica francese.

Spero vivamente che, dopo tanti discorsi e dispendio di energie, non finisca tutto nel “dimenticatoio”.

L’Italia, al momento, sembra la nazione meno toccata da questo movimento, latente agli occhi dei più, ma che in realtà si è messo in moto.

Arte extraeuropea ed esposizioni: nuove sfide per i Musei delle “Culture”

Ma siamo davvero sicuri che non ci tocchi?!

L’annosa questione dell’Obelisco di Axum dovrebbe averci insegnato qualcosa…perlomeno a non farci trovare impreparati.

La popolazione europea è sempre più vecchia, quella africana sempre più giovane.

Se davvero vogliamo portare sviluppo nel continente al di là del Mar Mediterraneo, di cui ogni giorno parlano i tg nazionali, dobbiamo iniziare ad aiutarli nella ricostruzione delle loro radici.

Mercato dell’arte, questo “sconosciuto”… – Art Nomade Milan

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Mercato dell’arte, questo “sconosciuto”… – Art Nomade Milan

Molti ne parlano, soprattutto negli ultimi anni. I servizi inerenti aumentano, ma siamo sicuri di destreggiarci con abilità nei meandri della finanza “artistica”?  Art Nomade Milan cercherà di darvi una mano

La sensazione che si ha, parlando di mercato dell’arte, è che tutti si sentano “esperti”, per poi cadere in inganno alla prova dei fatti.

Visto l’exploit del settore sono aumentati in maniera esponenziale anche i manuali che promettono di far luce su temi tutt’altro che facili e tutt’altro che chiari.

Oltre alle regole “scritte” esiste, infatti, un mondo di prassi che solo lavorando sul campo si riesce ad apprendere. Molto spesso un libro non basta, anche se è già una buona base di partenza.

Ma quale manuale scegliere?!

E qui si apre un mondo: la maggior parte delle edizioni valide sono in lingua inglese, altre sono zeppe di tecnicismi che solo un laureato in giurisprudenza riesce a comprendere fino in fondo.

Un buon compromesso, in questa giungla di offerte, è il volume “Professione arte“, ideato da Andrea Concas ed edito da Mondadori Electa.

Normalmente non sono solita sponsorizzare chicchessia prodotto o servizio, ma questa volta ne vale la pena.

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Mercato dell’arte, questo sconosciuto… – Art Nomade Milan   Copertina del libro ideato da Andrea Concas

Sfogliando il libro, che mi è arrivato da un mesetto circa, mi è così venuta un’idea: ma perché non redigere qualche articolo easy easy sul tema?! Del resto ho già una sezione del mio sito web dedicata proprio al MERCATO DELL’ARTE…

Ecco a voi, quindi, il primo articolo di questa nuova serie che spiega, in maniera “semplice”, il mercato dell’arte facendo riferimento a: “Professione arte. I protagonisti, le opportunità di investimento, le nuove sfide digitali” 😉

Mediamente un visitatore si ferma 27 secondi ad ammirare un’opera d’arte in un Museo. Parlare di ciò durante il World Art Day Unesco fa ancora più effetto.

Quante informazioni possiamo assorbire durante le visite ai luoghi artistici?! A quanto pare molto poche, quasi nulla in merito all’acquisizione di quelle stesse opere ed alla loro storia prima di approdare nel Museo. Racconti, spesso, interessantissimi.

Meglio, quindi, partire dalle basi del settore 😉

Di seguito le prime nozioni!

–  SISTEMA DELL’ARTE    mercato arte

Persone (artisti, galleristi, collezionisti, critici, curatori, operatori museali, giornalisti…), oggetti (opere d’arte), luoghi (gallerie, istituzioni culturali). Insomma, la nervatura del “favoloso” settore o mercato culturale. Negli ultimi decenni, complice lo sviluppo del web, si sono inserite negli ingranaggi di questo colosso nuove professionalità e specializzazioni.

Tutti pronti a mangiare una “fetta di torta”, ma il dessert basterà per tutti?

A quanto pare sì, vista la stima annua del valore di mercato dell’ambito: 20 miliardi di dollari. Senza il “sistema” non si può parlare di arte. Tutto sommato, anche gli artisti ribelli ed indipendenti facevano parte di quello stesso meccanismo che combattevano, o le loro opere sono entrate a farne parte dopo la loro dipartita.

– CURATORE D’ARTE

Professionista che coglie l’essenza delle opere d’arte, il loro messaggio, si interfaccia con l’artista (se ancora in vita) e crea un format espositivo da presentare al pubblico. Svolge un ruolo di mediazione tra varie figure: collezionisti, direttori di musei, gestori di spazi espositivi, allestitori, eventuali sponsor. Raccoglie informazioni, ordina dati al fine di presentare ai futuri visitatori un prodotto culturale (mostra) completo, dal punto di vista storico artistico, e facilmente fruibile, dal punto di vista espositivo.

Quindi curatori come mediatori e come…star del sistema, soprattutto negli ultimi anni 😉

La fama di alcuni di essi è, infatti, cresciuta enormemente, a discapito, a volte, degli stessi artisti. Per indagare al meglio questa professione consiglio il volume della Johan & Levi EditoreCuratori d’assalto. L’irrefrenabile impulso alla curatela nel mondo dell’arte ed in tutto il resto“, di David Balzer.

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Mercato dell’arte, questo sconosciuto… – Art Nomade Milan Copertina del libro di David Balzer

ART ADVISOR  mercato arte

Affianca e consiglia il collezionista nella creazione, gestione, valorizzazione o dismissione della sua collezione. Consulente indipendente, opera nel campo dell’ottimizzazione finanziaria dei beni artistico culturali. Insomma, un po’ il trait d’union tra finanzia e storia dell’arte ;).

Paradossalmente, per una professione così delicata, non esistono corsi di studio specifici.

Ogni tanto compare qualche master, validissimo quello dell’Università degli Studi di Milano o i percorsi proposti dall’Università IULM, ma è la gavetta sul campo il vero strumento di formazione. Lavorare per case d’asta, gallerie, musei, istituti finanziari consente di mettere assieme quelle conoscenze storico artistiche ed economiche fondamentali per svolgere questo mestiere, oltre al crearsi l’indispensabile rete di contatti.

MERCATO PRIMARIO

Quante volte noi, appassionati d’arte, ne abbiamo sentito parlare, assieme al suo “partner” ovvero il cosiddetto “mercato secondario” ?!

Con questa dicitura si intendono i primi scambi, transazioni, di opere d’arte tra artista e/o galleria d’arte/collezionista. La galleria, in questo primo approdo sul mercato, gioca un ruolo determinante: stabilisce il prezzo dei beni, cercando di non sottostimare né sovrastimare le creazioni. Non c’è niente di peggio che creare una “bolla speculativa”, soprattutto ad inizio carriera. A volte gli artisti si propongono direttamente alle case d’asta specializzate in questo segmento: una bella assunzione di rischio, se si considera che un eventuale invenduto peserebbe molto sui passi successivi. Il “mercato primario” non coinvolge solo i creativi alle prime armi, ma anche gli artisti affermati quando propongono, ad esempio, una nuova produzione.

MERCATO SECONDARIO

Ed ecco l’altra faccia della medaglia. Con “mercato secondario” si parla di vendite successive alla prima. Qui si raggiungono i prezzi milionari di alcune opere, che tanto colpiscono l’opinione pubblica.

È il regno incontrastato delle case d’asta, che danno grande visibilità ai loro incanti indicando, poi, i costi di aggiudicazione che fanno “notizia”.

Ma di questi particolari soggetti del sistema dell’arte ne parleremo in un prossimo articolo 😉

COEFFICIENTE D’ARTISTA   mercato arte

Devo confessarvi che è uno dei primi termini che ho sentito nominare, quando ho iniziato a lavorare in questo mondo, e uno degli ultimi che ho compreso!

La domanda che si rincorre frequentemente negli spazi commerciali devoti all’arte è: “Quanto vale?”. Per calcolare il prezzo di un’opera è essenziale conoscere il cosiddetto “coefficiente d’artista”, che nasce grazie al curriculum del creativo, al numero di mostre effettuate, alla presenza di opere in importanti collezioni museali e private, alle pubblicazioni ottenute. Esiste, però, una vera e propria formula matematica per definire il valore economico di una creazione. Essa include il coefficiente: un punteggio che parte da 0,2 (artisti ad inizio carriera) ed arriva anche fino a 10 (artisti noti). Vero è che, arrivati ad una certa soglia di notorietà, sono i risultati d’asta a dettare i parametri economici delle quotazioni.

Eccovi, dunque, la tanto famigerata formula “magica”:

[(base+altezza)*coefficiente]*10 = prezzo di un’opera

Sembra tutto facile, ma in realtà esistono delle eccezioni a questa “regola”: la produzione di più copie di una singola opera fa diminuire il coefficiente. Momenti di grande creatività e sperimentazione di tecniche possono farlo salire.

Insomma, il coefficiente d’artista è uno strumento di “orientamento”.

La questione inizia a farsi “spinosa”, non vi sembra?!

E pensare che mancano ancora all’appello la disamina delle già citate case d’asta e del loro funzionamento, la trattazione della “due diligence“, l’analisi dei principali contratti che si applicano nel mondo artistico.

È proprio di ciò che parleremo nei prossimi articoli 😀

Il mercato dell’arte islamica online – Art Nomade Milan

mercato arte islamica

Il mercato dell’arte islamica online – Art Nomade Milan

Stante l’emergenza mondiale da COVID-19, tutti gli incanti si svolgono online. Esiste addirittura un’intera settimana dedicata alle vendite di arte islamica…la conoscete?!

Appuntamenti sospesi, consuete aste primaveriali newyorkesi rinviate a giugno.

Il virus non risparmia nemmeno le major del mondo dell’arte, che puntano ad abbattere i costi operativi.

È di alcuni giorni fa la notizia che Sotheby’s ha avviato un piano di tagli al personale, che porterà ad una riduzione di circa 200 dipendenti.

Christie’s, al momento, non sembra agire sulla forza lavoro interna, ma solo sui collaboratori esterni.

Entrambi i colossi hanno assicurato che non vi saranno cambiamenti all’interno dei dipartimenti specializzati, tra i quali spicca quello di…arte islamica.

Il mercato – Art Nomade Milan

Qualche giorno fa, mentre ero a “zonzo” sul web, sono capitata sul sito di Sotheby’s e mi è saltata all’occhio una definizione: “Islamic Week”.

Ebbene sì: due volte l’anno, ad aprile e ad ottobre, vi è un’intera settimana dedicata agli incanti di questa speciale nicchia di mercato. Come sempre, anche la competitor Christie’s non è da meno e sviluppa il medesimo format, all’incirca nello stesso periodo temporale.

Artcurial, invece, casa d’aste francese nata nel 2002, ha creato un evento speciale: la settimana di vendite PARIS#MARRAKECH, con aste che si svolgono a Parigi e nella cittadina marocchina.

L’azienda francese si sta facendo strada nel panorama del continente africano: ha aperto una sede in Marocco ed ha inaugurato il dipartimento di arte africana contemporanea.

Il mercato dell’arte islamica online – Art Nomade Milan

In questo frangente è però la storia di Sotheby’s ad essere davvero interessante.

La prima vendita di manoscritti islamici della casa londinese avvenne nel lontano 1755, durante la cessione di una collezione di testi provenienti dalla cittadina di Oxford. Nei secoli la major ha curato l’incanto di collezioni famosissime come la “Kevorkian Foundation Collection” (1967-83), la “Aryeh Family Collection” (1999) e la  “Khosrovani-Diba Collection” (2016). Proprio tra le mura londinesi sono stati toccati i record d’asta del settore: una magnifica pagina di un’edizione dello “Shahnameh” di Shah Tahmasp, famosissima epopea persiana (venduta per £ 7.433.250) ed un candeliere araldico mamalucco (venduto per  £ 4.521.250).

Oggi il dipartimento si occupa di miniature, ceramiche, dipinti, armi, vetro, oggetti metallici e di tutte le creazioni provenienti dal Medio Oriente fino ad arrivare, alcune volte, all’India.

mercato arte islamica
Il mercato dell’arte islamica online – Art Nomade Milan  Pagina dedicata al dipartimento di arte islamica (www.sothebys.com).

Islam – Art Nomade Milan

In questo annus horribilis, l’asta di “Arte del Mondo Islamico e dell’India“, prevista a fine marzo, è stata posticipata al 10 giugno. Tutti gli altri incanti sono finiti online.

Quindi un'”Islamic Week” primaverile un po’ sottotono, anche se alcune vendite non hanno deluso.

Tre gli eventi da seguire per gli appassionati di settore: “Modern and Contemporary African Art Online” (27/31 Marzo), “Important Works from the Najd Collection, Part II” (31 Marzo) e “The Orientalist Sale” (2/7 Aprile).

Piccolo mistero: le informazioni inerenti la vendita della seconda porzione della collezione Najd sono sparite dal sito (rinvio dell’incanto?! Sto aspettando delucidazioni dalla casa d’aste).

Assemblata durante gli anni Ottanta, la raccolta di arte orientale era la più importante al mondo in mani private. Per anni il suo proprietario è rimasto top secret. Era il milionario saudita Nasser Al Rashid.

Veniamo, però. agli incanti che si sono regolarmente svolti, il più interessante dei quali è stato la Orientalist Sale.

55 lotti, tra i quali dipinti e sculture che rappresentavano paesaggi, persone ed usanze del Nord Africa, dell’Egitto, dell’Arabia e del mondo ottomano. Dalle scene di culto alle vita quotidiana nei souq, la vendita è sempre stata un must dell’Islamic Week.

islam online – Art Nomade Milan

mercato arte islamica online
Il mercato dell’arte islamica online-Art Nomade Milan  Henriette Browne, “Una visita: interno di un harem”  Courtesy of www.sothebys.com 

La quasi totalità delle opere datava fine XIX, inizi XX secolo e molte avevano per soggetto Costantinopoli.

Istanbul, come divenne nota agli occidentali all’inizio del XX secolo, attirò tantissimi artisti, che ne rimasero incantati. Tra questi anche un italiano, Fausto Zonaro (1854-1929), arrivato da Venezia e rimasto in città quasi venti anni. Divenne una figura di spicco dei circoli culturali oltre che, per un certo periodo, pittore di corte del Sultano Abdulhamid II.

Il Corno d’Oro, Hagia Sophia, le architettura rilucenti al sole, il porto…una città che continua ad affascinare anche ai nostri giorni, come ci ricorda il celebre scrittore Orhan Pamuk. Per l’uscita de “Il Museo dell’Innocenza“, aveva dichiarato di aggirarsi spesso, macchina fotografica alla mano, per le colline della moderna Istanbul. Da quelle alture si possono ancora ammirare i paesaggi “apprezzati dalle ambasciate straniere in epoca ottomana”.

arte online – Art Nomade Milan

E di magia si tratta, visti i risultati raggiunti dai 31 lotti venduti, considerato il periodo e la datazione dei pezzi.

Infatti, tra gli addetti del settore, circola la voce che i dipinti di fine Ottocento abbiano perso di valore negli ultimi anni. Rimasti in una sorta di “limbo”, a cavallo tra modernità e mercato antiquario.

Eppure l'”orientalismo” “tira” ancora…come mai?!

Vi lascio nel dubbio aspettandovi al prossimo articolo 😉

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Il mercato dell’arte islamica online-Art Nomade Milan Théodore Gudin, “Il Corno d’Oro“, courtesy of www.sothebys.com.

 

 

Esperire la resilienza giocando con il linguaggio: Lorenzo Marini

Lorenzo Marini

Esperire la resilienza giocando con il linguaggio: Lorenzo Marini

Immagini versus lingua scritta, arte che migliora la vita, consigli per i giovani creativi: abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’artista Lorenzo Marini durante questo periodo di emergenza

Nel 2010, dopo anni passati nel settore pubblicitario, Lorenzo Marini esce allo scoperto e rende pubblico il suo innato talento per la creazione. Caposcuola del movimento “Type Art, tenuto a battesimo presso il milanese Palazzo della Permamente, espone alla  57° Biennale d’arte di Venezia. Una vita passata tra Milano, Los Angeles e New York, con puntate per esporre ad Art Basel Miami e a Dubai. Ma un grande artista come passerà questo periodo di crisi, caratterizzato dall’imperativo #iorestoacasa?

Lorenzo Marini lo svela ad Art Nomade Milan.

Quale è, secondo lei, il significato della scrittura per le giovani generazioni?

Il linguaggio contemporaneo sta cambiando molto rapidamente grazie, o per colpa, della necessità di parlare sempre più spesso a livello globale, planetario. Il mito della velocità e della contemporaneità ci ha spinto e ci spingerà alla semplificazione. La notizia non è più verticale e profonda, ma orizzontale e veloce. Easy, si direbbe, con tutte le conseguenze possibili. La convergenza multimediale, un computer che diventa televisione che diventa giornale, produce un linguaggio capace di sopravvivere a questa contaminazione, diventando veloce, frammentato, sincopato. Stupidamente easy. YouTube ha creato spezzatini visivi, Whatsapp ha creato telegrammi verbali, i social hanno creato frammenti di immagini condivise quasi tutte simili, grazie agli orribili filtri, che sono nati per differenziare e sono rimasti per omologare. Le nuove generazioni hanno, come dice il titolo “Out of Words” della mostra milanese da Gaggenau DesignElementi Hub, “perso le parole” e quella ricchezza-complessità della sintassi. In questo senso il linguaggio delle nuove generazioni è sempre più visivo, ma un visivo easy: stupido, un po’ banale e appiattito.

Lorenzo Marini
Esperire la resilienza giocando con il linguaggio: Lorenzo Marini Uno scatto tratto dalla mostra “Out of Words” in corso presso Gaggenau DesignElementi Hub

Davvero le immagini, le emoticon, rischiano di sostituire del tutto le parole? Un ritorno ai pittogrammi insomma….  Lorenzo Marini

La parte denotativa del nostro discorso digitale è diventata l’immagine. La parola scritta conta poco, in tempo di pensiero leggero.  Lo spazio interpretativo della frase è l’emoji. L’allegato è più importante del messaggio stesso. Così come il marchio diviene più importante del prodotto stesso. Il meme, la foto, la faccina si fanno parte integrante del parlare, come la gestualità durante i nostri discorsi. Anche nel linguaggio del commercio il marchio visivo è diventato il sostitutivo del verbale, da Nike a Apple, che usa l’immagine della mela e non la parola “apple”. Abbiamo sempre avuto i simboli attorno a noi. Basta pensare alla segnaletica stradale. Un’immagine è molto più veloce nel comunicare che una parola.

L’arte può ancora cambiare le nostre vite, aggiungervi un senso più profondo?

Una canzone, un libro o un’opera d’arte non possono mai cambiare una vita. La possono però migliorare. Innalzare. Arricchire. Il senso profondo è ricercato da pochi. Il termine surf ci racconta proprio questo: stare in superficie. La profondità si trova nel silenzio, ma ai più il silenzio fa paura. Abbiamo sempre bisogno di rumori, di suoni, di radio accesa, di media on line. Per nascondere il vuoto, abbiamo bisogno di rumori. Eppure il futuro sarà obbligatoriamente più profondo. Dovremo imparare a conoscere. Andare a vedere una mostra senza sapere nulla dell’artista non servirà a molto. Sarebbe come andare a vedere le vetrine nei negozi. “Si può amare solo ciò che si conosce” diceva Sri Yogananda. Dobbiamo imparare ad approfondire, se vogliamo amare.

Tanti anni passati in campo pubblicitario, nascondendo ai più la sua magistrale produzione di opere. Come mai questa scelta?  Lorenzo Marini

Ho dipinto per molti anni senza il bisogno di mostrare i miei lavori a nessuno. Lavorando come creativo nella comunicazione sono sempre on stage, sempre esibito, sempre condiviso, sempre “pubblico”, poiché questa è la natura della pubblicità. Brillantini di immagine su prodotti tutti uguali, dove la differenza lo fa il racconto, la scena, la storia, la musica, i colori. Così come il giorno è fatto per l’azione, la notte è fatta per la contemplazione. Il mio giorno era in technicolor, la notte in silenzio. I mezzi del giorno sono le riunioni e i computer, i mezzi della notte sono le tele. Ho incontrato un importante art manager che ha impiegato due anni a convincermi a fare la prima mostra. Sono grato a Milo Goj per questo trampolino. E a Di Pietrantonio per aver scritto il primo pezzo critico. E a Georges Berger, gallerista di New York, per avermi lanciato negli Usa.

Resilienza ai tempi del #iorestoacasa e dell’emergenza COVID-19. Ci racconta come è nata la sua ultima opera “C19SH” e ci descrive il suo significato?

C19SH” (acronimo di Covid 19 Stay Home ndr) è un’opera su rame che interpreta l’alfabeto così come lo conosciamo noi, in modo contestualizzato. Non puoi non vivere il tuo tempo. Non puoi non raccontarlo. E il mio Alphatype lo racconta a frammenti, come tessere diverse di un unico mosaico. La “Q” è una bomba, perché tutto è esploso rapidamente. La “C” diventa sigla del virus, aggiungendo il numero 19. Nella “S” le due frecce, invece di uscire verso l’esterno, vanno verso l’interno. La lettera “H” simboleggia la casa. La “B” è una bocca e simboleggia il bacio proibito di questi tempi. La “Z” è il finale di questa storia. Che non può che essere positivo.

Lorenzo Marini
Esperire la resilienza giocando con il linguaggio: Lorenzo Marini          L’opera “C19SH”.

Lo scorso anno l’installazione “AlphaCube”, presentata per la DesignWeek 2019 da Ventura Project, è stata esposta a Dubai. Come ha trovato il panorama artistico culturale degli Emirati Arabi Uniti? Lorenzo Marini

L’installazione “Alphacube” è stata un successo inatteso. È un’opera immersiva, un cubo di tre metri per tre che ti accoglie, ti abbraccia, ti avvolge. Cinque pareti di lettere senza parole, accompagnate da un suono di grammatica che diviene musica. Devo questo successo al curatore Sabino Maria Frassà, che ha fortemente voluto presentarlo al Fuorisalone durante la Design Week 2019, in collaborazione con Ventura Project. Da lì poi “Alphacube” è stato ospitato a Venezia da Tetis in occasione dell’ultima Biennale, a Spoleto per il Festival dei Due Mondi, a Dubai e infine a Los Angeles durante il LA Art Show, al Convention Center. La cosa strana era che c’era sempre la fila per andare dentro il cubo, per farsi i selfie. Pensavo di aver creato un’opera immersiva, in realtà ho scoperto che è diventata interattiva. Gli Emirati Arabi? Ho capito che il linguaggio è come il pane. C’è in tutto il mondo, ma ovunque ha una forma e un gusto diverso. Ecco, avrei dovuto aggiungere delle lettere arabe. Inizierò a studiare anche quelle.

In attesa della riapertura al pubblico dell’esposizione “Out of Words” presso Gaggenau DesignElementi HUB, ci racconta la nascita del suo iconico ciclo “Alphatype”?

Le cose nascono semplici. Le idee sono semplici: è l’uomo che è complicato. “Alphatype” è nato per caso. Come la maggioranza dei bambini nel mondo. Avevo completato un lavoro di tre anni, creando 5 alfabeti completi. Immagina il valore di ogni marchio-lettera se ci fosse stato un committente dietro. Di questi 150 type ne ho scelti metà da portare su tela o su acciaio, in formato 100×100 cm. Alla fine dei tre anni, ho fotografato queste opere e ho iniziato a riprodurle su formati più piccoli, mettendole assieme. Il lavoro di Alighiero Boetti, ovviamente, è eccezionale, ma è lontanissimo da me. Io trovo ispirazione maggiore nell’arte orientale, in un maestro come Xu Bing ed il suo Book from the Sky. Perciò il mio interesse in questa combinazione di lettere era la descrizione della perdita della parola, non il ritrovare un messaggio nel quadro. Le mie lettere formano “non-parole” senza significato, discorsi non-sense composti da successioni di lettere-immagini. Il mio modus operandi è perciò formare combinazioni nuove, seguendo la legge del caso anziché quella della logica, usando la stampa digitale su grandi formati e rilavorandoci successivamente per ulteriori stratificazioni.

Lorenzo Marini

Poi, con il curatore Sabino Maria Frassà, già prima di “AlphaCube”, si parlava spesso del mio lavoro di linguaggio e comunicazione, dell’ascesa dell’emoticon e dell’ultima trasformazione della comunicazione.  Così lui mi ha chiesto perché non trasportassi queste mie riflessioni su tela: in questo modo è nata la mostra milanese “Out of Words“. Era perfetta per il nuovo ciclo di mostre Gaggenau On Air, che esplora appunto come “il presente sia il futuro del passato”. Ora non so cosa mi capiterà e cosa inventerò, ma è il bello della vita e dell’arte. Renoir ha detto: “Una mattina, siccome uno di noi aveva finito il nero, si iniziò ad usare il blu. Così è nato l’impressionismo.”

Un consiglio per i giovani artisti?  Lorenzo Marini

Solo un consiglio: non mollare mai. Never give up. Un santo è un peccatore che non si è mai arreso.

Marocco mon amour! – Art Nomade Milan

1-54 Art Fair

Marocco mon amour! – Art Nomade Milan

Marocco mon amour

#iorestoacasa , ma possiamo viaggiare grazie ad Art Nomade Milan! Vi avevo promesso un approfondimento sulla scena culturale di Marrakech: eccolo 🙂

Si dice che i “luoghi del cuore” per ciascuno di noi non siano molti. Quelli di Art Nomade Milan, oltre alla città dove sono nata e cresciuta, sono Milano (“città del mio destino“), Parigi e…a sorpresa Marrakech!

Ero partita con molte incertezze: una ragazza che viaggia da sola, la prima volta in Africa…

Sono tornata incantata dai paesaggi, dalla cultura, dal cibo e naturalmente dall’arte del Marocco.

Per inciso, durante la mia permanenza, non mi sono capitate situazioni borderline: certo è che mi sono adeguata alle tradizioni del luogo che mi ospitava. Abiti abbastanza lunghi e profondo rispetto per le loro usanze. Queste accortezze penso debbano caratterizzare qualsiasi viaggio di scoperta, indipendentemente dalla meta.

Marocco mon amour

Con mia somma sorpresa ho scoperto che il Marocco è una nazione vivacissima dal punto di vista artistico. Prova ne è il censimento delle realtà culturali africane messo in campo da Art and About Africa, un nuovo progetto lanciato a febbraio 2020 (www.artandaboutafrica.com).

Analizzando la dislocazione di istituzioni culturali ed artisti si nota come il Marocco sia la quarta nazione per offerta culturale, dopo Sud Africa, Nigeria e Kenya.

Marocco mon amour! - Art Nomade Milan
Marocco mon amour! – Art Nomade Milan Pianta dei luoghi di arte e cultura iscritti al progetto Art and About Africa

Non solo Marrakech, ma anche Casablanca, Tangeri, Rabat (dove a gennaio ha inaugurato il Musée National de la Photographie): quasi tutte le città marocchine offrono un ricco ventaglio di alternative per gli appassionati d’arte.

Marocco mon amour

Io sono arrivata a Marrakech per seguire la 1-54 Art Fair, come vi ho raccontato in un precedente articolo. La città è una meraviglia per gli occhi e soddisfa tutte le tipologie di turisti: l’appassionato di gastronomia (dai ristoranti gourmet come il Restaurant Dardar, al brivido dello street food in stile Chef Rubio in Place Jemaa el-Fna); la stacanovista dei rituali di bellezza (l’hammam è da provare, oltre all’acquisto di essenze di zagara, patchouli e ambra, sapone nero e maschere per il viso allo zafferano); l’avventuriero “ma non troppo” (gite nel deserto comodamente effettuabili in due giorni, immersione totale nelle strette viuzze della Medina, una corsa in cammello nella Palmeraie); l’irrinunciabile dello shopping (i negozietti dei diversi Souk vanno dalla botteguccia alla vera e propria boutique. Occhio ai gioielli d’epoca in argento berberi: sono meravigliosi); lo “sbocciatore” (Nikki Beach, La Mamounia, Es Saadi Marrakech Resort, Mandarin Oriental e Four Season sono i suoi posti).

Marocco mon amour! - Art Nomade Milan
Marocco mon amour! – Art Nomade Milan    La Mamounia

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Ma veniamo alla tipologia di turista che più mi interessa: l’appassionato d’arte 😉

Eccovi quindi la lista dei luoghi di cultura imperdibili per Art Nomade Milan!

PS: visto che di tempo libero, purtroppo, ne abbiamo, quale occasione migliore per pianificare il prossimo viaggio?!

–MACAAL: Musée d’Art Contemporain Africain Al Maaden

Essendo un’art consultant non potevo non partire dall’arte contemporanea. Dislocato a qualche km dal centro, il MACAAL è una pietra miliare del panorama museale contemporaneo africano, dopo il sud africano ZEITZ MOCAA. Inaugurato nel 2018, il museo è votato soprattutto alle esposizioni temporanee, anche se la Fondation Alliances, alla base della sua costituzione, possiede un fondo di circa 2.000 opere d’arte. La struttura si dedica molto ai progetti formativi e di sperimentazione: residenze, conferenze e supporto alla creatività sono il suo pane quotidiano.

– Jardin Majorelle

Buen retiro di Yves Saint Laurent e Pierre Bergé dal 1980, i 9.000 mq di giardino e strutture, costruite per volontà del pittore Jacques Majorelle, non sono solo una tappa obbligata per i fashion addicted. Oltre al Musée Yves Saint Laurent , struttura recente suddivisa in collezione permanente, dedicata al grande couturier, ed esposizioni temporanee d’arte, la vera “chicca” è il Musée Berbère. Inaugurato nel 2011, all’interno dell’ex atelier di Jacques Majorelle, presenta in maniera completa la ricca storia delle tribù berbere, le popolazioni più antiche del Nord Africa. La collezione è frutto del lascito del grande stilista che aveva accumulato, assieme a Pierre Bergé, più di 600 reperti.

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Marocco mon amour! – Art Nomade Milan    Le Jardin Majorelle

– Musée Tiskiwin  Marocco mon amour

Se la cultura berbera vi incuriosisce, allora la visita alla Maison Tiskiwin, nel cuore della Medina, fa per voi. Voluto dal grande ricercatore Bert Flint, il percorso museale vi condurrà in un vero e proprio tour da Marrakech a Timbuctu, sulle tracce delle carovane che collegavano il Nord Africa al Sahel.  Vengono presentati tutti gli aspetti della cultura materiale delle popolazioni di lingua berbera di origine sahariana. Vita sociale, festeggiamenti, mercati settimanali: una vera e propria full immersion per scoprirne tutte le usanze. L’edificio che ospita il museo è, oltretutto, meraviglioso!

– Maison de la Photographie de Marrakech

Se l’architettura islamica vi affascina allora dovete visitare per forza la parente marocchina della Maison Européenne de la Photographie. Aperta nel cuore di Marrakech nel 2009, l’edificio che la ospita è uno dei più antichi fondouk o caravanserraglio della città. Queste strutture servivano come luoghi di posta per ospitare e far riposare i mercanti e gli animali che percorrevano le vie carovaniere. La collezione della Maison de la Photographie è interamente dedicata alla preservazione degli scatti aventi per soggetto il Marocco, dal 1879 al 1960. Inoltre vi consiglio di degustare un bel te alla menta (il famoso “whisky berbero”) sulla terrazza all’ultimo piano: la vista è meravigliosa!!

tramonto
Marocco mon amour! – Art Nomade Milan    Vista dalla terrazza della Maison de la Photographie

– MACMA: Musée d’Art et de Culture de Marrakech   

Il naturale completamento della visita alla Maison de la Photographie è il passaggio al MACMA, museo privato fondato nel 2016 dal gallerista e collezionista Nabil El Mallouki. Il polo espositivo è dedicato all’approfondimento di tutte le espressioni artistiche che connotano la storia della nazione. Ogni sala offre ai visitatori un quadro completo delle tradizioni, dell’arte, della cultura e dell’artigianato del Paese.

– Le Jardin Secret Marocco mon amour

Se il MACMA è collocato nella parte nuova della città, Le Jardin Secret vi permetterà di rituffarvi nelle atmosfere arabeggianti nel cuore pulsante del centro storico. Il palazzo attualmente visitabile risale al XIX secolo ed è stato aperto al pubblico nel 2016. Due edifici distinti formano Le Jardin Secret, ognuno concepito come un riad a sè stante. Racchiuso da alte mura senza finestre, il riad, con la sua pianta rettangolare, si sviluppa attorno ad un ampio giardino. Le strutture ospitano il museo dell’acqua ed alcune mostre temporanee, ma è lo spazio verde la vera punta di diamante, suddiviso in giardino esotico ed islamico. Dall’epoca medievale ai primi anni del Novecento, Marrakech ha incarnato il modello della città giardino, come dimostrano i soprannomi storici della città (“una rosa tra le palme”, ​​”un’oasi nel deserto”, “Al-Bahja”, la città della pace e dell’aria aperta). La disposizione in quattro parti del giardino islamico facilita l’irrigazione del terreno e ricorda la descrizione del cielo narrata nel Corano, metafora del paradiso.

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Marocco mon amour! – Art Nomade Milan    Le Jardin Secret

– Musée d’Art Culinaire Marocain

Visto che, dopo tutti questi giri, vi sarà venuta fame, potete fermarvi al Musée d’Art Culinaire Marocain, che ha aperto i battenti lo scorso anno. La struttura non ha ancora un sito internet, ma si possono ricavare molte informazioni dalle ottime recensioni che circolano in rete. Il percorso espositivo non è lungo, ma offre dettagli accurati su tutti i piatti tipici della cucina del Paese, suddivisi per alimento. Vi è anche la possibilità di acquistare un biglietto comprensivo di degustazione, da effettuare comodante seduti nella terrazza all’ultimo piano.

– Le Gallerie d’Arte della città

Tra le molte sorprese che mi ha riservato Marrakech vi è anche quella delle moltissime Gallerie d’Arte, quasi tutte nella parte nuova della città. Io ne ho contate e visitate ben 11, ma continuo a scoprirne di nuove, conteggiando anche spazi indipendenti e atelier di artisti. Ma quali sono quelle che non potete farvi davvero sfuggire?!

  • Galerie 127

Aperta nel 2006 da Nathalie Locatelli nel quartiere di Guéliz, molto gettonato da designer, stilisti ed architetti, la gallerie è specializzata nella diffusione delle nuove tendenze della fotografia contemporanea.

Marocco mon amour! - Art Nomade Milan
Marocco mon amour! – Art Nomade Milan    Scatto tratto dalla visita alla mostra ” À Quatre Mains”, opere di Sara Imloul e Nicolas Lefebvre
  • Comptoir des Mines Galerie  Marocco mon amour

Dotata di spazi giganteschi (un’intera palazzina ed annesso hangar) la Comptoir des Mines mira ad essere un nuovo centro per l’arte contemporanea in Marocco. Il suo obbiettivo è lavorare a fianco dei migliori artisti del continente per consentire la realizzazione e la massima visibilità dei loro progetti.

opera comptoir de mines
Marocco mon amour! – Art Nomade Milan     “Qui tiendra l’Afrique tiendra le ciel”, 2019 Mohamed Aredjal
  • Galerie Siniya28

Si trova al primo piano di una palazzina in Rue Tarik Ibn Ziad e propone ai collezionisti un vero parterre de roi di giovani artisti: grazie a loro ho scoperto le magnifiche fotografie di Alia Ali.

siniya 28
Marocco mon amour! – Art Nomade Milan     Galerie Siniya28, alle ,mie spalle alcune opere di Alia Ali

Pensavo che cinque giorni di permanenza in città sarebbero stati anche troppi, ma se qualcuno di voi mi chiedesse quanto tempo serve per visitare completamente Marrakech, avrei solo una risposta da dare: vale la pena viverla!

Restare uniti anche ai tempi del Coronavirus: WE ARE COROLLA

we are corolla

Restare uniti anche ai tempi del Coronavirus: WE ARE COROLLA

Giuseppina Giordano ci descrive il suo progetto artistico. Perché, come cantava Rino Gaetano, “può [comunque] nascere un fiore nel nostro giardino, che neanche l’inverno potrà mai gelare”.

Qualche giorno fa, aprendo le e-mail, ho trovato una missiva diversa dalle altre. Un progetto artistico, in un periodo di quarantena, è davvero una rarità. Riuscire a restare vicini, rimanendo ad un metro di distanza gli uni dagli altri, ancora di più. L’artista Giuseppina Giordano ci racconta come ha fatto.

Restare uniti anche ai tempi del coronavirus…Giuseppina ci racconti il progetto “Aspettando la Primavera, Uniti ai tempi di COVID-19”?  we are corolla

Corolla è l’espressione di una disposizione d’animo: la possibilità di essere, in un momento di crisi come questo, solidali e gentili l’uno con l’altro, delicati come fiori, uniti contro i pregiudizi e le discriminazioni come un’unica famiglia di umani. Fiorire insieme, nonostante le difficoltà. Il progetto è composto da una serie di sculture indossabili, a guisa di corolla, da usare negli spazi pubblici come estensione del nostro corpo, permettendoci di seguire le indicazioni raccomandate dall’OMS relative alle distanze di sicurezza per ridurre il contagio da COVID-19. Fanno parte del progetto anche un’illustrazione ed un’edizione limitata di corolle in latex. Opere uniche, realizzate da Matteo Signorelli, con il quale ho collaborato per la grafica del progetto.

we are corolla
Restare uniti anche ai tempi del Coronavirus: WE ARE COROLLA

Come è nata l’idea? 

E’ nata in auto-isolamento, a casa dei miei in Sicilia, sognando la primavera e l’hanami a Tokyo. Il giorno in cui si è diffusa la notizia dei primi casi di coronavirus in Lombardia ero a Firenze e stavo seguendo con apprensione la diffusione di COVID-19 in Giappone. Sarei partita per lavoro il 29 febbraio, rimanendo lì circa due mesi. Domenica 23 febbraio dovevo rientrare a Milano da Firenze, ma il mio treno è stato cancellato. In quel momento, in preda alla confusione sul da farsi, ho ascoltato i miei genitori: da ore mi tempestavano di chiamate, preoccupati per me, chiedendomi di tornare in Sicilia. Ho ceduto alla loro richiesta e ho preso un volo senza saper bene cosa mi aspettasse. 

we are corolla

we are corolla
Restare uniti anche ai tempi del Coronavirus: WE ARE COROLLA

Arrivata a casa mi è stato chiesto, molto serenamente, di auto-isolarmi in una stanza. I primi giorni sono stati una sorta di blackout. Poi qualcosa è accaduto. La mia fame di futuro e la resistenza a qualsiasi tipo di restrizione hanno avuto la meglio. Ho così immaginato come rendere abitabile questo spazio imposto. La parola che ha avuto maggiormente eco in quei giorni è stata “insieme”. “Insieme” per dire che nessuno è indipendente dall’altro. Anche l’essere umano più distante geograficamente da noi definisce quello che chiamiamo “IO” e la sfera di possibilità in cui ci muoviamo ogni giorno. Corolla è nato con la speranza di donare un sorriso e il coraggio di sognare insieme come individui e come comunità perché, come scrive Danilo Dolci: “ciascuno cresce solo se sognato”.

“Sculture da indossare” a guisa di corolle di fiori, che permettano di rimanere a distanza gli uni dagli altri secondo le normative dell’OMS: di che materiale sono fatte? we are corolla

 Le sculture indossabili in tre colori , rosa-viola-verde, sono costituite da tubicini in gomma flessibili, modellati e ripieni di pittura acrilica, legati a una cintura elastica, disponibile in tre taglie, da indossare in vita. Oltre alle corolle indossabili è disponibile una serie limitata di corolle in latex e dei pezzi unici in pasta di petali di fiori. Queste creazioni sono indipendenti, per tempi di produzione e modalità di fruizione, dalle corolle colorate. 

we are corolla
Restare uniti anche ai tempi del Coronavirus: WE ARE COROLLA

L’idea di ricreare un grande campo fiorito è molto poetica. Da dove hai tratto questa ispirazione? Ti ha influenzato qualche artista o poeta del passato? 

Gli input di ogni mio progetto sono molti e stratificati. Durante i giorni di isolamento ho riletto un libro di Kobayashi Issa, poeta giapponese del XVIII secolo. Si narra abbia avuto una vita sfortunata. Adoro le sue poesie perché luminose e dense di una vita che è sorgente e non cessa di sgorgare. Quella semplicità zen per cui tutto è manifesto e non nasconde significati reconditi da raggiungere.

“Mondo di sofferenza: eppure i ciliegi sono in fiore.”

Questi versi sono stati scritti dopo la morte del figlio dell’autore. Rileggerli ha, in qualche modo, acceso una luce in me, contribuendo alla nascita di Corolla.

Hai scelto di finanziare in parte il progetto grazie ad una piattaforma di crowfunding…quali sono le difficoltà che incontra un giovane artista al giorno d’oggi? we are corolla

Senza essere generalista, poiché ogni storia è a sé, le sfide più evidenti per me rimangono: la precarietà, a cui si unisce una volontà di ferro e un’autodisciplina (non sempre semplice da mantenere), e la sostenibilità economica dei progetti. È difficile reperire fondi, anche pubblici, dedicati alle arti.  La scelta del crowfunding per Corolla non è stata un caso: mi sembrava il modo migliore per rendere accessibile a tutti il progetto, tenendo conto di una diffusione su vasta scala per dare luogo a quel campo fiorito di cui ho avuto visione. 

“We_are_corolla”, ma non solo: ci racconti chi è Giuseppina Giordano?

La definizione di me stessa che mi piace dare è “un continuo accadimento”.  Sin da bambina ho amato la poesia, la spiritualità e la mistica.  Adoro le sfumature, do valore alla tenerezza. Sono appassionata di cultura giapponese, ho una dipendenza dai Korean Drama e sono convinta che l’unica vita possibile sia una vita insieme. Sorrido a chi crede nell’indipendenza. Sono un’artista interdisciplinare, consapevole di una realtà interdipendente, con molti progetti nel cassetto. Spero di avere un’esistenza abbastanza lunga per poterli realizzare tutti. Amo i piani a lungo termine, quelli che richiedono cura, che ti accompagnano nella vita e fanno del loro fondamento il rapporto con l’altro. Uno di questi potrebbe essere “Tracce di bambini sognati“: un libro e una pratica artistico-sociale diffusa, che nasce dall’esigenza di mettere al centro il potenziale creativo e mutevole della donna durante il periodo della gravidanza. Il progetto raccoglie le esperienze di donne in stato interessante, con particolare enfasi sul sogno e sulla possibilità infinita che si dispiega durante la gestazione. Il mio scopo è quello di trovare dei punti di contatto tra le gestanti in diversi paesi del mondo. Vorrei costruire una pratica artistica e sociale condivisa, che possa essere facilmente appresa e che duri nel tempo.

we are corolla

Il mio sogno, la mia visione, è quella di creare una rete di donne che possa costruire insieme, nello spazio pubblico di ogni città, una “sorgente”, ovvero un luogo che si muova dall’idea opposta di ciò che è un cimitero. Un luogo di trasformazione, vivo e senza pregiudizi, in cui la donna, da protagonista, possa essere agente di cambiamento per una lettura nuova della gestazione. Uno spazio per costruire insieme la memoria della nostra trasformazione: il “Noi Accadiamo”. Da qualche anno ho pensato anche ad una applicazione per smartphone, un’anti-dating app molto particolare: sono convinta possa rivoluzionare i rapporti sociali. Richiede, però, degli investimenti cospicui ed è in attesa dei giusti referenti per essere svelata. La mia vita è guidata da pochi punti fissi e uno di questi è la convinzione che “ciò che cerchi, ti sta cercando” come scrisse Rumi, poeta sufi che amo molto.

Siciliana di nascita, ma milanese d’adozione: il capoluogo meneghino cosa rappresenta per te?

 Milano è la mia casa, il posto dove voglio tornare dopo ogni viaggio, dove ho conosciuto e creato la famiglia che ho scelto: i miei amici. È il posto dove vorrei sperimentare nuove possibilità che, fin’ora, si sono concretizzate maggiormente durante i miei periodi di residenza all’estero.

Ho letto sul tuo sito web (giuseppinagiordano.com) che non hai intrapreso da subito la carriera artistica. Possiamo definire questa scelta una sorta di “chiamata”?

Si, assolutamente. Ho studiato al liceo scientifico, poi ho iniziato Scienze Politiche e Relazioni Internazionali: avrei voluto lavorare nell’ambito della cooperazione internazionale. In particolare il tema delle migrazioni mi è sempre stato a cuore. Ancora oggi è presente nella mia ricerca, in progetti quali “The wall of delicacy“: una pratica meditativa, un’istallazione che ricorda un filo spinato, ma fatto di piccoli boccioli di rosa profumati. Mentre studiavo all’università mi sono innamorata di un pittore, Santo Vassalo, che ha letteralmente cambiato la mia vita. Ho scoperto l’amore per l’arte.

Una giovane donna artista a Milano…che consigli daresti a chi, come te, vorrebbe intraprendere questo percorso?

Consiglierei di essere in ascolto, consapevoli e auto disciplinati e non prendersi troppo sul serio. Inoltre suggerirei di essere generosi e, in sintonia con i tempi, seminare con coraggio. Non arrendersi e perseverare nella ricerca con gioia.

#iorestoacasa: 10+1 modi per affrontare l’emergenza con arte e cultura

#iorestoacasa: 10+1 modi per affrontare l’emergenza con arte e cultura

A 3 giorni dall’entrata in vigore delle misure straordinarie per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19, come state passando le vostre giornate?

Eccovi qualche idea all’insegna dell’arte e della cultura

Avevo programmato per oggi l’uscita di un bell’articolo sul Marocco ed i suoi luoghi di arte e cultura

Invece, mi sono dovuta fermare anche io. Ho pensato fosse più utile buttare giù qualche riga “a caldo” sull’attuale situazione. Voglio fare, nel mio piccolo, la mia parte.

Sicuramente la nostra vita è cambiata con il doveroso rafforzamento delle misure per evitare l’estendersi dell’epidemia da COVID-19. Musei e luoghi di aggregazione chiusi, un viaggio a Londra saltato ed improvvisamente tanto tempo libero da passare a casa. In tempi normali si anela la possibilità di ritagliarsi degli spazi free, ma, alla fine, quando arriva un mare inaspettato di ore libere, si rimane destabilizzati.

“Come mi organizzo la giornata?”

“Come la scandisco?”

Se pensiamo ai turni massacranti del personale sanitario queste due domande sono davvero un falso problema.

Ho deciso comunque di raccontarvi la mia esperienza e darvi qualche tips all’insegna dell’arte e della cultura. Non dimentichiamo, ragazzi: #iorestoacasa è un imperativo categorico. Diventiamo campioni di senso civico 😉

  Studiare  #iorestoacasa

È proprio vero: “nella vita non si finisce mai di studiare”. E vi confermo anche che, riprendere, dopo anni di stop, non è per nulla facile :/  In questo momento io sono alle prese con il corso di ISLAMIC ART & ARCHITECTURE della University of Oxford e con la redazione dell’elaborato finale del perfezionamento AMA (Antropologia Museale e dell’Arte) dell’Università Bicocca. Insomma “tanta carne al fuoco”. Sono percorsi che ho iniziato ben prima dello scoppio dell’emergenza, in linea con l’apertura degli anni accademici, obbietterete voi. Nessun problema però: per non farmi mancare nulla ho scelto di rispolverare le mie conoscenze basiche di arabo tramite lezioni via Skype. Ed ecco che arriva il primo consiglio: perché non riprendere in mano qualche lingua straniera?! Il miglior metodo che fin’ora ho sperimentato è il sito Superprof: inserendo il vostro indirizzo troverete insegnanti di quasi tutte le materie. La grande maggioranza di essi offre lezioni online a prezzi modici. Un’opportunità per ridurre l’asetticità dei corsi di lingua, mantenendo il contatto umano…”a distanza”. Nota bene: il servizio richiede una piccola fee da versare prima di finalizzare il contatto con il docente scelto. Non tutti però sono appassionati poliglotti: perché allora non dare un’occhiata al sito Professsione ARTE?! Trovate numerose risorse, alcune gratuite, altre a pagamento.

  Tisane

Come avrete dunque intuito, la mia mattinata si apre all’insegna dello studio…inframmezzato da molteplici bevande calde! Il motivo?! Ebbene sì, lo confesso: contrastare, per quanto possibile, la ritenzione idrica 😉 Come diceva Brandon Lee ne “Il Corvo” “non può piovere per sempre”! Anzi, le giornate sono sempre più soleggiate: un piacere non vedere il cielo uggioso dagli ampi finestroni della mia sala. Visto che credo in un altro slogan diffusosi in questo periodo tramite post it sparsi in molte città lombarde (“andrà tutto bene”) non posso non pensare all’estate imminente ed alla…prova costume.

Sembrerà strano, ma anche nelle bevande possiamo unire l’amore per l’arte. Vi avevo già mostrato qualcosa in merito un mesetto fa su Instagram: esistono delle bustine di tè molto particolari, che abbinano al’infusione un piccolo racconto su personaggi storici, città italiane, concetti filosofici e chi ne ha più ne metta. Ovviamente potete acquistarle online 😉 Basta cliccare: Narratè.

#iorestoacasa
#iorestoacasa 10+1 modi per affrontare l’emergenza con arte e cultura

– Musei virtuali

Avete letto bene! È possibile partecipare ad eventi culturali, visitare esposizioni, ascoltare delle brevi visite guidate stando sul divano di casa 😉 Ve ne parlerò in maniera completa nei prossimi giorni, ma, intanto, vi lascio qualche indicazione. Sull’account Instagram della Fondazione Prada (@fondazioneprada) alcuni video, postati in bacheca, vi permetteranno di scoprire le varie sale delle mostre temporanee che erano attualmente in corso.

#iorestoacasa
#iorestoacasa 10+1 modi per affrontare l’emergenza con arte e cultura

Il bolognese Museo MAMbo pubblicherà sul proprio profilo (@mambobologna) il format “2 Minuti di MAMbo“: racconti affidati a curatori, artisti, mediatori culturali pubblicati nei giorni consueti di apertura dello spazio (Martedì-Domenica).

La Triennale di Milano ha, invece, dato vita ad una propria versione del Decameron boccacesco: 10 giornate di racconti in streaming (@triennalemilano) affidati ad artisti, architetti, creativi e personaggi dello spettacolo.

Questi sono solo pochi esempi, ma molte istituzioni culturali stanno seguendo a ruota il trend. Il MAXXI ha annunciato la pubblicazione di nuovi contenuti online e non mancano nemmeno…le visite al telefono, idea geniale della milanese WAAM Tours 😀

Vi conviene quindi farvi un giro sui social network e seguire i profili delle istituzioni culturali: ne scoprirete delle belle 🙂

– Decameron…by Art Nomade Milan #iorestoacasa

A proposito di Decameron, anche Art Nomade Milan ha dato il suo contributo. 10 puntate + 3 special episode in cui ho risposto ad alcune domande poste dagli utenti. Dove vengono divulgate?! Instagram, Facebook e, tra non molto, anche YouTube :). “Da cosa nasce cosa” e così ho avuto la fortuna di partecipare al progetto delle ragazze di Luna’s Torta: 10 giornate, più di 100 artisti, ognuno dei quali ha letto una parte dell’opera di Boccaccio. Curiosi di scoprire il progetto?! Basta andare sulla pagina Facebook dell’iniziativa, Decamerone 2020.

– Ginnastica

A questo punto, però, dobbiamo un po’ alzarci dal divano 🙂 Io ho rispolverato alcune vecchie schede di esercizi da fare a casa, ma sicuramente il momento “sport à la maison” diventa più simpatico se fatto in compagnia…virtuale 🙂

Tra i tanti profili che, in questi giorni, si cimentano in consigli ginnici, mi ha colpita quello di @baliyoga.it : delle belle lezioni di yoga per avvicinarsi a questa disciplina oppure per non perderne il ritmo. Chi le ha provate mi ha detto che sono molto efficaci: insomma, un bel lavoro di muscoli 🙂

– Cura di sè  #iorestoacasa

E dopo lo sport non può di certo mancare una bella doccia! Anzi, meglio una vasca colma e profumata grazie alle bombe da bagno della Lush. In condizioni normali il mio momento “lavaggio” si riduce alle docce della Virgin post allenamento, ma, vista la chiusura degli impianti sportivi, posso dare libero sfogo alla mia passione per la cosmetica naturale e cruelty free. E se non avete la vasca a casa?! Nessun problema! Il famoso brand inglese vi delizierà con creme, cremine e tutto quanto possiate desiderare…ovviamente con spedizione a casa.

#iorestoacasa
#iorestoacasa 10+1 modi per affrontare l’emergenza con arte e cultura

– Magazine

Dunque studio, visite virtuali a musei, sport…avrete notato che la mia organizzazione è ferrea 😉 Effettivamente, se non scandisco in questo modo il tempo, rischio di perdermi tra tv, il mio compagno in smart working, quattro risate…e la giornata è volata. Sì, riesco a far volare il tempo anche a casa ;). Dopo il bagno però, prima di affrontare la cena, sfogliare un giornale è d’obbligo. In questo caso io ho scelto due bimestrali: Flash Art Italia e Diptyk. Il primo non ha bisogno di presentazioni, il secondo, invece, è un magazine dedicato all’arte africana contemporanea edito a Casablanca. Flash Art #348 ci propone un bell’excursus sul display in ambito arte che vale davvero la pena di assaporare, più che leggere. Diptyk l’ho scoperto grazie alla 1-54 Art Fair e penso che, a breve, mi abbonerò. Occhio, cari lettori: unico neo della rivista marocchina è che è in lingua francese ;).

– Smart Working

Prima il…piacere, poi il dovere 😉 In questi giorni mi sono concessa quest’unico ribaltamento delle consuete abitudini, ma non posso di certo abbandonare totalmente la questione “lavoro”. Anzi, per agevolare le connessioni, vi consiglio altre due piattaforme molto utili oltre al beneamato Skype. Ieri, per una conferenza, ho utilizzato la versione pro di Zoom: vi è la possibilità di effettuare chat video in diretta, registrare e salvare la sessione, accedere ai report di chi si connette alle riunioni, condividere lo schermo durante una chiamata. La qualità audio/video è stata eccezionale. Domani, invece, parteciperò a delle lezioni online impartire tramite la piattaforma WebEx. Nei prossimi giorni vi saprò dire come è andata.

– Cucina  #iorestoacasa

A quanto pare, anche in casa possiamo avere migliaia di cose da fare (oltre alle faccende domestiche di cui, di grazia, evito proprio di parlare ;))…ma dovremmo pure mangiare! Anzi, vi confesso che, più sto in casa, e più vengo colta da fame atavica. I primi generi alimentari che abbiamo terminato sono stati frutta e verdura, di cui io sono una grande consumatrice. Abbiamo così provato a fare la spesa sul sito Cortilia.it, ma non abbiamo capito se sia andata a buon fine nonostante il pagamento :/. Nei prossimi giorni vorrei provare a realizzare qualche ricetta ispirata ad opere d’arte di grande richiamo. Voi, avete qualche idea da consigliarmi?!

– Giardinaggio  #iorestoacasa

Avevo, una volta, il pollice verde. Ho poi cercato di trasmetterlo al mio compagno perchè “ero stufa di fare tutto io” ;).

Il nostro balcone al momento non è messo male, ma anche in questo campo avrei bisogno di qualche vostra dritta…

Anzi, sapete di cosa mi sono accorta redigendo questo articolo?! Di come la connessione online sia ormai diventata indispensabile. Riesco velocemente a dare consigli in ambiti connessi al web, a discapito delle conoscenze in settori  offline quali cucina e giardinaggio (vedi sopra). Una sorta di analfabetismo di ritorno.

Beh..dunque che vi dico?!

Sono le 15.00, c’è un bel sole che filtra dai vetri, mi disconnetto e vado ad innaffiare i fiori.

Quattro chiacchiere con…Eleonora Rebiscini – Art Nomade Milan

Eleonora Rebiscini

Quattro chiacchiere con…Eleonora Rebiscini – Art Nomade Milan

Avete presente le scatolette di “Merda d’artista” di Piero Manzoni?! Beh, questa settimana Eleonora Rebiscini ci racconta qualcosa in più sul progetto @fecidartista…

Finalmente sono riuscita a fare quattro chiacchiere con Eleonora Rebiscini: romana, classe 1992, è riuscita a coniugare le sue due grandi passioni, arte e digital marketing, in un interessante sbocco lavorativo.

Come ha fatto?!

Tanta “voglia di fare”, fantasia, tenacia e…il resto lo scoprirete nelle prossime righe.

Alla faccia di chi ancora crede che con “l’arte non si mangi” 😉

– Eleonora, quale è la tua formazione e la tua attuale professione?

Ciao Elisabetta! Mi sono laureata in Storia dell’Arte con il massimo dei voti nel 2018. Mentre scrivevo la tesi ho vinto una borsa di studio presso il Sole 24 Ore. Ho così iniziato il Master full time di un anno in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali. Dopo una brevissima esperienza di stage, ho deciso di aprire la P.IVA e portare avanti le mie due grandi passioni: l’arte ed il digital marketing. Inizialmente mi occupavo solo nel business di famiglia come social media manager. Nell’ultimo anno, invece, ho lavorato anche nel settore artistico: consulenze strategiche in ambito social media per artisti e piccoli business legati all’arte (es. gallerie e case d’asta).

Ci racconti qualcosina sul progetto @fecidartista?

Feci d’Artista è la prima rubrica nata su Instagram, fatta dagli storici dell’arte per gli storici dell’arte. Sul web è pieno di progetti editoriali, utilissimi, dedicati a divulgare l’arte e la cultura. Nessuno, invece, pensa agli operatori del settore culturale, che non se la passano bene. Un anno fa ho deciso di creare uno spazio dove giovani lavoratori, precari e non, hanno parlato delle loro esperienze d’impiego nel settore. Feci d’Artista ha un duplice scopo: sensibilizzare il pubblico sui vari mestieri del sistema culturale, spesso sconosciuti (la prima puntata spiega la differenza fra exhibition manager e curatore) e spronare i giovani studenti di materie umanistiche a non darsi per vinti. Da qualche parte, là fuori, c’è il lavoro che desiderano. Basta essere molto tenaci nel volerlo ottenere. Detto questo, più volte mi sono schierata a favore delle associazioni che si battono contro la precarietà nel nostro settore. Un ambito bellissimo, ma tutt’altro che facile.

 

Eleonora Rebiscini
Quattro chiacchiere con…Eleonora Rebiscini – Art Nomade Milan  Logo della rubrica Feci d’Artista

 

– Da 1 a 10 quanto è importante incoraggiare i giovani italiani che intraprendono una carriera nel mondo artistico culturale?  Eleonora Rebiscini

Direi 10. Quando ero all’università serpeggiava un diffuso sentimento di rassegnazione. Molti di noi erano consapevoli che, dopo la laurea, sarebbe stato necessario continuare a studiare (ne ero convinta anche io, altrimenti non avrei fatto il Master). Altri erano certi di dover accettare stage non retribuiti: non si sarebbero mantenuti grazie a ciò che avevano studiato. L’università non fa molto per convincerti del contrario. Eravamo tutti parecchio insofferenti. Mi ricordo benissimo quell’ironia diffusa sul fatto che avremmo lavorato al McDonald: in realtà ognuno di noi era tremendamente spaventato. Ecco, in una situazione simile, invece di fare uno scroll down disperatissimo su Instagram alla ricerca di qualche outfit, avrei volentieri seguito una pagina come Feci d’Artista. Persone che, poco più grandi di me, mi raccontavano come era il mondo lì fuori, dove lavoravano, spiegandomi che non esiste solo il curatore come mestiere nell’arte. La vera soddisfazione che ho nell’aver creato questo progetto editoriale è sentirmi dire: “da quando seguo Feci d’Artista, mi si è riaccesa un po’ di speranza!”

– Secondo te i social media possono bastare per una buona strategia di digital marketing? I cari vecchi blog sono “morti e sepolti”?!  Eleonora Rebiscini

Assolutamente non bastano. Il digital marketing è fatto di Google Ads, di Facebook Ads, di e-mail marketing: elementi che nell’arte non si conoscono, ma che fanno la differenza. Il blog lo ritengo importantissimo, io stessa vengo da lì. Ho scritto per un blog due anni fa, il mio primo progetto online retribuito nel settore artistico.  Poi ne ho aperto uno mio che però ha avuto vita breve. Il blog è importante per diverse ragioni: con una buona ottica SEO ti indicizza su Google, fidelizza il tuo cliente, ti dà dei contenuti che puoi modulare sulle piattaforme social. Io stessa ne parlo con i miei clienti per consigliare loro un approccio che permetta di scrivere contenuti andando incontro alle proprie esigenze di tempo. Il problema è che spesso le persone vedono il blog come un diario in cui uno riversare le proprie passioni: non è così, non c’è cosa più analitica della scrittura da blog. Mi hai fatto tornare la voglia di riaprire il mio!

– Facebook, Instagram, Tik Tok, Twitter, Youtube: quale è la tua personale classifica d’importanza pensando ad un utilizzo connesso ai beni culturali?

Se fossi un Museo direi:

  • Facebook (aprire un gruppo e creare una community, sponsorizzare eventi)
  • Instagram (per intercettare i millennials e farli interagire con le IG Stories)
  • Tik Tok (per intercettare la generazione Z – lo considero, quindi, al pari di Instagram)
  • Youtube (per i contenuti lunghi, che danno al Museo uno spessore)
  • Twitter: sono ignorante in materia, non so rispondere.

Per quel che riguarda me, devo dire che Instagram mi permette di farmi conoscere e Linkedin di lavorare. Ultimamente sto sperimentando Tik Tok e devo dire che mi è andata bene: la ricerca organica funziona in modo egregio. Un video ha raggiunto le 40.000 views.

– Non credi che le istituzioni artistico culturali italiane siano un po’ indietro sul fronte social rispetto ai colleghi europei, americani ed asiatici?

Dipende dai musei, alcuni sono in linea: Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Madre Napoli, MAXXIGalleria Nazionale. Se mi sono dimenticata qualcuno, chiedo scusa, ma questi sono quelli che seguo con più assiduità. Credo che i problemi dei nostri musei, quelli che non si trovano nelle grandi città, siano svariati: i social media, purtroppo, non godono ancora di buona fama. Il “potevo farlo anche io” è di prassi anche in questo settore, non solo nell’arte contemporanea. Se uniamo la mancanza di fondi pubblici, il precariato e tutto quello che sappiamo, forse i social media sono l’ultima delle loro difficoltà. Cinque anni fa ho studiato la presenza online dei siti web dei musei italiani: prima dei social media, bisogna capire cosa trova la gente quando ti cerca su Google.  Diciamo che molto spesso la risposta è: niente. Questo è il motivo per cui, nelle mie consulenze, fornisco anche la possibilità di creare un sito web da zero: la comunicazione parte da prima dei social.

– Artisti emergenti e mondo digitale: incontro spesso giovani creativi con profili social poco curati e senza un sito web. Gli strumenti digital sono importanti per emergere ed anche per vendere le proprie opere?  Eleonora Rebiscini

Sì, questa è la mia battaglia personale. Come dicevo prima, il sito web è fondamentale. Quando apro il computer e cerco qualcosa su Google, mi da molto fastidio trovare le pagine Instagram: per quelle ho il cellulare. Se cerco un nome su Google, vorrei trovare un sito web che mi dia tutte le informazioni di cui ho bisogno. Molto spesso mi capita di cercare artisti per lavoro e la situazione non è delle migliori. Io non sono una collezionista o un gallerista, ma se lo fossi, mi girerebbero parecchio le scatole. L’artista, almeno nella fase iniziale della sua carriera, è un imprenditore a tutti gli effetti: lavora con l’immagine delle sue opere e la sua personalità. Se non si fa trovare, il suo sforzo è vano. Sono comunque d’accordo sul fatto che, nel momento in cui la carriera decolla, è giusto che la galleria metta il creativo nella condizione di lavorare e si faccia carico della sua immagine. Ma, prima, è tutto nelle mani dell’artista. Deve giocarsi bene le carte che ha.

Venivano ad un argomento, trattato sul tuo profilo IG, che aveva catturato molto la mia attenzione: millenials e generazione Z. Ci spieghi le differenze?

Quell’argomento ha scaturito molto interesse e ho avuto la casella di messaggi Instagram pieni per giorni! Al Talking Galleries di Barcellona (gennaio 2020) si è parlato essenzialmente di come il mercato dell’arte sia fondato su dei presupposti che i millennials (i nati dal 1980 al 1994) e la generazione Z (i nati dal 1995 al 2015) non accettano più. Siamo abituati all’acquisto online, all’informarci prima di comprare un prodotto, ad avere tutto a portata di click. Nel mercato dell’arte questo si dovrebbe tradurre in: trasparenza di prezzo quando entro in galleria (rarissimo); possibilità di acquistare un’opera online (di solito una galleria non ha il proprio e-commerce); comunicazione efficace sui social e sul sito web (il vecchio catalogo in PDF e la Newsletter, diversa dall’e-mail marketing, cominciano ad essere desueti). Questo argomento lo trovo molto interessante perché credo che rifletta il modo di vedere il mondo che abbiamo noi giovani: smart e a portata di mano. I cosiddetti boomer (i nati durante il boom economico) hanno dei comportamenti d’acquisto che ormai non riflettono più il mercato attuale. Il mondo dell’arte sta facendo i conti con delle abitudini che il resto dei settori ha cominciato a prendere in considerazione 10 anni fa. E’ ora di fare qualcosa.

– Progetti futuri?! Pochi giorni fa hai annunciato che @fecidartista verrà interrotto per un periodo…  Eleonora Rebiscini

Feci d’Artista verrà interrotto perché ho molto rispetto per le persone che lo seguono e ho capito che non riuscivo a dare al progetto l’attenzione che meritava. Il lavoro dietro la rubrica non è eccessivo, ma troppo in questo momento in cui, per fortuna, sto lavorando molto, sia in termini di consulenze che in progetti più grandi. La mia idea è di tornare con nuove idee e dare alla pagina l’attenzione che merita. Non ho investito un euro in comunicazione e non ho un piano strategico per Feci d’Artista. E’ un peccato perché c’è del potenziale, lo vedo dalle persone che rispondono ai sondaggi, dai messaggi che ricevo ogni giorno. Mi piace pensare che tornerà più “figo” di prima. Nel frattempo lo congeliamo per un po’.  Il 6 marzo, però, andrò all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” per parlare del progetto e ci sono ancora 4 puntate: insomma, non è ancora finita del tutto!

Tanto me ne vado a…Marrakech: 1-54 Art Fair ed altre meraviglie

1-54 Art Fair

Tanto me ne vado a…Marrakech: 1-54 Art Fair ed altre meraviglie

In tempi di emergenza da Coronavirus, vi racconto il mio viaggio in Marocco facendovi una confessione: non volevo più tornare a casa! 😉

Il “mal d’Africa” esiste, ve lo assicuro!

Gli inglesi, che purtroppo in fatto di colonie ne sanno fin troppo, lo definiscono “africa blues“.

Non ero mai stata nel continente (fatta eccezione per qualche scappata in villaggio turistico): questa prima esperienza mi è bastata per sentirmi davvero a casa. Tramonti infuocati, temperature miti, calore umano e buona cucina, il tutto a prezzi sostenibili.

1-54 Art Fair
Tanto me ne vado a…Marrakech 1-54 Art Fair ed altre meraviglie!!

In Marocco ho trovato quel giusto mix tra Medio Oriente ed Occidente che mi ha avvicinato ad una cultura diversa  in punta di piedi, senza shock repentini.

Tanto me ne vado a…Marrakech: 1-54 Art Fair ed altre meraviglie

Il primo sintomo del “mal d’Africa” si è quindi manifestato la sera della partenza. Apatia ed una frase che si ripeteva costantemente nella mia testa: “non voglio andare via”. La soluzione?! Una ricerca spasmodica su Booking dei prezzi del soggiorno nel periodo pasquale. “Tornerò”, mi sono ripromessa.

Ma perchè sono finita a Marrakech, scoprendo così un luogo incantevole?!

Merito di Touria El Glaoui, fondatrice e direttrice della 1-54 Contemporary African Art Fair, inserita da Forbes tra le 100 donne più influenti d’Africa.

La 1-54 è la prima fiera internazionale dedicata all’arte contemporanea africana e alla diaspora. Gli appuntamenti annuali sono ben tre: nel 2013 si è partiti con Londra, nel 2015 si è aggiunta la tappa di New York e nel 2018 quella di Marrakech. Il suo nome fa proprio riferimento ai cinquantaquattro paesi che costituiscono il continente africano.

Ultima nata del circuito, la tappa marocchina si configura come una fiera “boutique”: 20 gallerie, 75 artisti rappresentati, una galleria italiana (Primo Marella Gallery).

Tanto me ne vado a…Marrakech: 1-54 Art Fair ed altre meraviglie

Un pochino penalizzante il fatto che si sia svolta a ridosso della Investec Cape Town Art Fair, altro appuntamento clou per questo settore, patrocinato da Fiera Milano.

La terza edizione della 1-54 si è infatti svolta dal 20 al 23 febbraio (apertura gratuita al pubblico solo nel weekend).

Tra gli stand inseriti nella stupenda cornice de La Mamounia, la lingua più parlata era il francese. Ma non pensate alla solita atmosfera coloniale! Ben 14 gallerie provenivano dal continente.

Il sistema dell’arte sul territorio si sta sviluppando ed ha bisogno di nuove infrastrutture che lo sostengano.

Un momento propizio per i collezionisti in cerca di nuovi artisti su cui puntare ;). I prezzi rimangono accessibili rispetto a quelli del mercato europeo e la fresca creatività del settore è rimarchevole.

Comunque i buyer non sono solo ricchi europei, spesso proprietari di case in zona in cui svernano: aumentano i collezionisti autoctoni, nord africani, ma anche provenienti da Nigeria e Ghana, incoraggiati dai successi sul mercato internazionale di artisti conterranei quali El Anatsui e Ibrahim Mahama.

Tanto me ne vado a…Marrakech: ed altre meraviglie

1-54 Art Fair
Tanto me ne vado a…Marrakech 1-54 Art Fair ed altre meraviglie

La location della 1-54 versione africana era davvero da mille ed una notte.

La Mamounia, palazzo privato fino alla fine del XIX secolo, dono del re Sidi Mohammed Ben Abdellah al figlio Mamoun, venne trasformato in hotel nel 1923. Vi hanno soggiornato molte personalità di rilievo come Winston Churchill, Franklin D. Roosvelt, Charles de Gaulle, oltre a personaggi del jet set quali Kirk Douglas, Omar Cherif, Joan Collins, Nicole Kidman, Silvester Stallone, Richard Gere, Susan Sarandon, Tom Cruise, Sharon Stone, Kate Winslet, Charles Aznavour, Jean Paul Belmondo, Catherine Deneuve, Alain Delon, Ornella Muti, Claudia Cardinale, Sophie Marceau. Indimenticabili i frame di Alerte au Sud, con Marlene Dietrich, che fu girato lì, così come L’uomo che sapeva troppo di Hitchcock.

La Mamounia
Tanto me ne vado a…Marrakech 1-54 Art Fair ed altre meraviglie – La Mamounia

Dallo scorso anno il celebre albergo si è impegnato anche sul fronte dell’arte ospitando, alla fine del 2019, un’asta.

Famoso anche l’incanto PARIS#MARRAKECH di Artcurial, che ha aperto una filiale proprio nel paese marocchino.

Da ben tre edizioni la tornata di vendite si tiene in un altra residenza di prestigio: Palazzo Es Saadi.

Tanto me ne vado a…Marrakech: ed altre meraviglie

L’edizione 2020 della 1-54 Contemporary African Art Fair si è aperta con una novità: una collaborazione con la Thami Mnyele Foundation per mettere in palio una residenza di tre mesi ad Amsterdam.

Il prescelto è stato Lakin Ogunbanwo, artista nigeriano, classe 1987, rappresentato dalla Whatiftheworld di Città del Capo. I suoi scatti tratti dalla serie “E wá wo mi” hanno impressionato anche me, oltre che la giuria. Le foto raffigurano delle spose nigeriane e si attestano in un range di prezzo che varia dai 2.500 ai 5.000 Euro, edizioni di 10. Buon successo anche dal punto di vista delle vendite: ben 6 sono state acquisite.

whatiftheworld
Tanto me ne vado a…Marrakech 1-54 Art Fair ed altre meraviglie – Lakin Ogunbanwo, scatto tratto dalla serie E wá wo mi, Whatiftheworld Gallery

Il ritmo delle transazioni, ecco un altro aspetto molto interessante: già durante la preview VIP molte gallerie avevano piazzato un buon numero di pezzi. Un mercato molto più vivace rispetto a quello fieristico del vecchio continente.

Interessante anche la proposta dell’ivoriana Galerie Cécile Fakhoury, che ha presentato, tra gli altri, Vincent Michéa e Aboudia.

Galerie Cecile Fakhoury
Tanto me ne vado a…Marrakech 1-54 Art Fair ed altre meraviglie – Galerie Cécile Fakhoury

Tanto me ne vado a…Marrakech: ed altre meraviglie

Altro sold out per la sud africana Eclectica Contemporary e l’artista in solo show Hussein Salim.

Artisti giovani che hanno voglia di sperimentare mixando il loro retroterra culturale alle esperienze, molto spesso di studio, vissute all’estero.

Un buon insieme di ispirazioni che può incontrare anche il gusto occidentale. In pochissimi casi, girando tra gli stand, ho notato opere con marcati riferimenti ad episodi della storia autoctona, poco conosciuti da persone con altre provenienze.

Essenziale l’apporto della fotografia, molto presente come medium espressivo.

Tra le gallerie che proponevano opere fotografiche interessante la VOICE Gallery, che è stata aperta a Marrakech dall’italiano Rocco Orlacchio.

Rocco Orlacchio
Tanto me ne vado a…Marrakech 1-54 Art Fair ed altre meraviglie – VOICE Gallery

Oltre alle foto, stupende anche le opere di Moataz Nasr.

voice gallery
Tanto me ne vado a…Marrakech 1-54 Art Fair ed altre meraviglie – Moataz Nasr, VOICE Gallery

Tanto me ne vado a…Marrakech: 1-54 Art Fair ed altre meraviglie

Rimanendo in tema di Bel Paese, la Primo Marella Gallery presentava Joël Andrianomearisoa, Amani Bodo, Abdoulaye Konaté, Troy Makaza, Ghizlane Sahli e Amina Zoubir. Seguo con passione l’attività della Primo Marella, che ha appena concluso a Milano un ciclo di mostre dedicato ad artisti africani (Africa Universe).

L’artista Ghizlane Sahli è la protagonista anche di una monografica alla David Bloch Gallery proprio a Marrakech, visitabile fino al 14 marzo.

1-54 Art Fair
Tanto me ne vado a…Marrakech 1-54 Art Fair ed altre meraviglie – Ghizlane Sahli

Tanto tessile, sia tra le opere esposte in fiera che nei progetti delle gallerie cittadine, tra cui un’art night…perché Marrakech offre un ricco panorama di gallerie ed istituzioni. Ma di questo vi parlerò in un prossimo articolo 😉

tessile
Tanto me ne vado a…Marrakech 1-54 Art Fair ed altre meraviglie

Tanto me ne vado a…Marrakech: ed altre meraviglie

Venendo quindi agli espositori autoctoni, non posso non citare la Galerie 127: il progetto della fotografa Sara Imloul e dello scultore Nicolas Lefebvre merita una menzione!!

Galerie 127
Tanto me ne vado a…Marrakech 1-54 Art Fair ed altre meraviglie – Sara Imloul e Nicolas Lefebvre, Galerie 127

Siete appassionati di  gossip?! L’artista francese è stato uno dei compagni di Monica Bellucci…forse lo è ancora 😉

Stupenda anche le monografica che la Goodman Gallery ha dedicato al tangerino Mounir Fatmi: alcune delle sue sculture sono state subito vendute.

Goodman Gallery
Tanto me ne vado a…Marrakech 1-54 Art Fair ed altre meraviglie – Mounir Fatmi, Goodman Gallery

Tanto me ne vado a…Marrakech: 1-54 Art Fair ed altre meraviglie

Oltre all’esposizione mercato, accompagnava il programma della 1-54 una ricca serie di talk curati da Elvira Dyangani Ose, che io avevo avuto il piacere di conoscere al Verbier Art Summit. Tra gli ospiti il fotografo Hassan Hajjaj, protagonista di una retrospettiva alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi, conclusasi a novembre 2019.

Verbier Art Summit, Biennale dei fotografi del mondo arabo, Affordable Art Fair…tutti gli eventi ai quali ho partecipato sembrano intrecciarsi ed indicarmi che il mio settore d’elezione è proprio questo: l’arte africana contemporanea.

Un altro esempio?! Tra i media partner dell’edizione di Marrakech c’era anche The Art Gorgeous, che ho  incrociato durante l’ultima Affordable Art Fair Milan.

Caspita…mi sto accorgendo di essermi dilungata un po’ troppo 😉

Se siete appassionati di arte africana, oltre alla rivista ARTAFRICA, ho scoperto il bimestrale in lingua francese diptik: penso proprio che darò un’occhiata alla sua tipologia di abbonamenti 😀

Qua però urgono ulteriori articoli per raccontarvi tutta la mia avventura! Arte in città, street food, musei….seguitemi e vi farò respirare un po’ di atmosfera medio orientale.

Del resto abbiamo bisogno di un po’ d’evasione, soprattutto di questi tempi!!!

Tanto me ne vado a...Marrakech 1-54 Art Fair ed altre meraviglie
Tanto me ne vado a…Marrakech 1-54 Art Fair ed altre meraviglie

Vita da gallerista: Marta di Meglio e Up Urban Prospective Factory

Up Urban Prospective Factory

Vita da gallerista: Marta di Meglio e Up Urban Prospective Factory Up Urban Prospective Factory

Finalmente Art Nomade Milan incontra i professionisti del settore

“Con l’arte non si mangia, soprattutto in Italia”…o forse sì?!

Questo quesito mi tormentava dai tempi dell’università, forse anche da prima. Un primo spiraglio di luce l’avevo intravisto trovando lavoro nel settore culturale: quante cose si scoprono stando dietro alle quinte 😉

L’anno scorso è poi uscito il volume di Paola DubiniCon la cultura non si mangia: falso!” (Laterza) e così mi sono detta: “ma perché non raccontare le esperienze quotidiane di chi       “campa” d’arte?!”

Non i soliti grandi nomi, ma il “sottobosco”: le centinaia di operatori che, giorno dopo giorno, portano avanti la loro “missione”. Perché proprio di “missione” spesse volte, soprattutto in Italia, si tratta.

Non sono però troppo pessimista: il futuro può essere roseo anche nel Bel Paese. Abbiamo o non abbiamo uno dei patrimoni culturali più ricchi al mondo?!

Così ho buttato giù un po’ di nomi, una lista che si arricchisce di pari passo al mio girovagare per mostre e fiere in Italia e non solo. Se poi i soggetti sono donne, ancora meglio ?.

Vita da gallerista: Marta di Meglio e Up Urban Prospective Factory 

Quindi, viste le premesse, non potevo non iniziare il giro di interviste dalla Capitale: Roma è una città che, dall’agosto 2019, mi ha davvero rubato il cuore.

Protagonista del primo incontro è Marta Di Meglio, organizzatrice di eventi culturali, curatrice, consulente e responsabile di Up Urban Prospective Factory, spazio nato a Tor Pignattara.

Che dire cari #artlovers…godetevi lo scambio di battute ?

Up Urban Prospective Factory 

Recentemente si è polemizzato sul concetto di “donne belle che devono essere brave a stare un passo indietro” (Amadeus docet…). Vuoi raccontarci chi è Marta Di Meglio e cosa significhi essere galleriste su una piazza come Roma? 

Marta Di Meglio è una donna che non riesce a frenare la sua immaginazione. Per me questo lavoro è vera passione: se ho un’ora di tempo libero scrivo o immagino un nuovo progetto. Roma è una piazza importante, piena di persone dinamiche. Il mio ruolo di gallerista lo immagino e lo vivo come un “ponte” che mette in comunicazione luoghi e persone, realtà apparentemente lontane. Fin dall’inizio ho inteso il mio status nell’arte come possibilità: la possibilità di avvicinare i non addetti ai lavori, le persone comuni, gli uomini e le donne della strada alla cultura. 

Dall’arte urbana ad una galleria, quale è stato il percorso? Up Urban Prospective Factory 

Il percorso è stato molto naturale, perché non lavoriamo per nessuno. Gli stessi contenuti e valori che ci animano quando creiamo eventi e progetti sociali li riportiamo all’interno del nostro spazio. Organizziamo workshop, passeggiate, corsi, laboratori. Abbiamo un dipartimento didattico e stiamo ideando degli appuntamenti per persone con disabilità, in sinergia con realtà che si occupano di queste tematiche quotidianamente.

Up Urban Prospective Factory

Per rispondere alla domanda, però, dovrei dire che dopo l’Università mi sono formata nel mondo dell’arte contemporanea all’interno dell’Archivio del Laboratorio di Restauro del Museo di Capo di Monte. In seguito, grazie al Museo Emblema e a tutta la famiglia Emblema, ho avuto l’onore di partecipare alla redazione del Catalogo Generale dell’artista, imparando il senso della sacralità dell’arte e del suo rapporto con il territorio. Successivamente, in mezzo a mille avventure, mi sono avvicinata all’arte urbana ed alla sua concezione sociale con BlueFlow ed altri progetti legati all’arte di strada in tutte le sue declinazioni, che mi hanno permesso di costruire una base, una squadra, con la quale tuttora collaboriamo e cresciamo. Non a caso dividiamo lo spazio della galleria con Alessandra Carloni, artista e amica instancabile, che non ha certo bisogno di presentazioni.

Up Urban Prospective Factory
Vita da gallerista: Marta di Meglio e Up Urban Prospective Factory

Da dove nasce il nome Up Urban Prospective Factory?

Urban Prospective Factory. Lo sappiamo tutti che è un po’ lungo. L’idea è quella di trasmettere la concezione di una galleria che guardi al contesto dell’arte urbana come prospettiva futura del bello, dell’estetica. Al contempo la nostra realtà si è costituita come factory, creando e formando nuovi fruitori dell’arte contemporanea, allargandone il bacino di influenza ed esplorandone il ruolo nella società moderna. Scoviamo nuovi talenti e gli offriamo possibilità, spazi, link.

Quali difficoltà incontra un’associazione culturale al giorno d’oggi?

La difficoltà è quella che si vive in tutto il terzo settore ed in tutto il panorama culturale: riuscire ad offrire un prodotto di qualità a costo zero dovendo lottare perché il valore del proprio (ed altrui) lavoro venga riconosciuto come tale.

Legarsi ad un quartiere periferico, Tor Pignattara…ti senti in un certo modo un contributor nella riqualificazione del territorio, nell’ottica di un servizio alla comunità?

Mi piace pensare che la nostra galleria, con tutti i servizi che offriamo, possa essere un modo per avvicinare o riavvicinare le persone all’arte, restituendo alla cultura anche un valore pratico, concreto, comunitario ed aggregativo. Non dimentichiamoci che Tor Pignattara è un quartiere molto ricco a livello culturale: pensiamo alla sua composizione, alla grande densità di studi indipendenti di artisti, grafici, produzioni cinematografiche, gallerie, librerie…

Non solo mostre d’arte, ma anche laboratori per grandi e piccini, come riesci a conciliare il tutto, compresa la famiglia?! 

Vado velocissima!!!…E mi circondo di persone velocissime!

Ringraziandoti per il tempo che mi hai concesso, per la tua disponibilità e simpatia ti chiedo di svelarmi un “segreto”…: i tuoi progetti futuri?! Up Urban Prospective Factory 

Conquistare il mondo!…Se proprio non ci riuscissi, mi piacerebbe aprire uno spazio, una galleria più grande, polifunzionale, un museo: un luogo che possa essere di formazione, ma anche d’incontro e di scambio con la realtà circostante.