Miniartextile: arrivederci al 2019! – Art Nomade Milan

Miniartextile: arrivederci al 2019! - Art Nomade Milan

La XXVIII edizione della mostra internazionale di Fiber Art si è conclusa con l’anticipazione del tema 2019: “POP UP”.

Miniartextile ha chiuso i battenti Domenica scorsa con numeri da record.

Tanto per darvi un’idea ben 300 persone hanno visitato l’esposizione nella sola giornata del 18 Novembre.

Molti gli appassionati di arte tessile ed i semplici curiosi, arrivati anche da fuori regione.

L’importanza del lavoro svolto dall’associazione culturale ARTE&ARTE aumenta anno dopo anno.

Prova ne è la costituzione della Fondazione Bortolaso-Totaro-Sponga ad inizio 2018. Un’unione di forze che vede la partecipazione del “papà” dei “minitessiliMimmo Totaro, di Nazzarena Bortolaso e di Giancarlo Sponga.

Sua moglie, Maraluisa Sponga, è stata una delle più note fiber artist italiane.

Come da tradizione la XXVIII edizione è stata caratterizzata dalla commistione di installazioni e mini realizzazioni. Certo, non tutte le grandi opere rientravano nella definizione canonica di fiber art, il che ha fatto storcere il naso ai puristi del genere.

Proprio per questo parlare di arte tessile in connessione a Miniartextile non è un argomento facile.

Sono però convinta che non ci si debba fossilizzare in compartimenti stagni.

Non si può classificare con precisione qualsiasi espressione artistica ci capiti sottomano.

Viviamo in un’epoca “fluida”…quindi ben venga l’influenza reciproca tra le diverse esperienze artistiche.

Oltretutto il tessile non gode ancora di ampia popolarità presso il grande pubblico: un aiutino dalle altre forme d’arte potrebbe fare comodo 😉

Parlando di installazioni, “Unwoven light” di Soo Sunny Park è stata senza dubbio l’opera più fotografata. Una cascata di plexiglas è stata montata su una struttura metallica e sapientemente collocata nell’abside dell’ex Chiesa di San Francesco.

La penombra della location e le migliaia di riflessi catturavano lo sguardo.

Miniartextile: arrivederci al 2019! - Art Nomade Milan
Miniartextile: arrivederci al 2019!. Soo Sunny Park, “Unwoven Light”, 2013.

Quest’anno ad accogliere i visitatori c’era “Déjà vu“, inchiostro su tulle dell’artista Pia Männiko.

Il lavoro era un interessante studio sul corpo umano e sul suo “abitare” lo spazio.

Miniartextile: arrivederci al 2019! - Art Nomade Milan
Miniartextile: arrivederci al 2019!. Pia Manniko, “Déjà Vu”, 2013-2018.

L’importanza della luce e dello sguardo, la coesistenza…ecco che ci avviciniamo sempre più al tema della XXVIII edizione: “Humans“, brillantemente rappresentato da “Touba minaret, Red minaret, Heavenly minaret“.

L’artista Maimouna Guerresi ha creato tre cappelli a forma di minareto seguendo la tradizione artigianale dei Sufi Baifall del Senegal. La testa è la parte più importante del corpo umano e la Guerresi sembra proteggerla dalle “intemperie” della vita.

Il risultato è un’amalgama di influenze culturali e religiose che promuove la ricerca di un equilibrio tra differenti stili di vita.

Miniartextile: arrivederci al 2019! - Art Nomade Milan
Miniartextile: arrivederci al 2019!. Maimouna Guerresi, “Touba minaret, Red minaret, Heavenly minaret”. 

Negli anni del progresso forsennato della tecnologia abbiamo forse messo da parte la nostra “umanità”?

A vedere quanto accade quotidianamente, guerre, carestie, innalzamento di frontiere, penso proprio di sì.

O perlomeno il rischio della perdita di “umanità” è dietro l’angolo.

Ma, al giorno d’oggi, cosa significa essere un “umano”?

Il pioniere dell’arte generativa Charles Sandison ha provato a rispondere al quesito.

La sua opera, “Genoma“, mostrava i risultati di un software per identikit “al contrario”: partendo dal volto attuale lo scomponeva fino a ricreare il viso che un individuo aveva alla nascita.

In mostra non c’erano solo nuove generazioni di artisti, ma anche grandi ritorni, quale quello di Maria Lai, rappresentata a Miniartextile 2018 dall’opera “Rosso e Nero“.

Che dire poi dei “minitessili“?!

54 opere curate nei minimi dettagli, molte delle quali hanno affrontato il tema del cuore e del cervello.

Per vederne una selezione, cliccate qui

Miniartextile: arrivederci al 2019! - Art Nomade Milan
Miniartextile: arrivederci al 2019!. Hiromi Murotani, “Heart”, cotone e filo metallico.

Scelti tra oltre 220 candidati, molti degli artisti esposti vedono in Miniartextile un vero e proprio trampolino di lancio.

Infatti, se la tappa comasca si è conclusa, non è così per la XXVIII edizione. Imballate accuratamente le opere, la mostra prosegue in Francia, precisamente a Montrouge, dove l’esposizione aprirà i battenti a Febbraio 2019.

E la XXIX edizione?!

Quali novità ci riserverà?

Al momento ne è stato svelato solo il titolo, “Pop Up“, che così viene descritto dagli organizzatori: “gli HUMANS del 2018 sono cresciuti e pronti ad un salto verso qualcosa di nuovo e sorprendente”.

Per gli artisti il bando di partecipazione è già pronto sul sito dell’associazione

Invece, a noi visitatori, non resta che aspettare il prossimo anno.

Dunque, arrivederci al 2019!! 🙂

Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position

Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position

Si è conclusa Domenica la celebre fiera torinese dedicata all’arte contemporanea. La fiber art stra-vince…su tutti i fronti

In attesa di visitare domani GrandArt, concentriamoci sul resoconto di Artissima 😉

La famosa mostra mercato torinese ha mostrato ahimè poche novità in questa 25esima edizione.

Chi, come me, vi si è recato il 4 Novembre è rimasto stupito della tranquillità con cui si girava tra gli stand.

Certo, prima di dare giudizi affrettati, bisogna considerare tre fattori: il tempo nefasto che invitava a rimanere sul divano di casa; Domenica 4 Novembre era l’ultimo giorno di apertura su tre; non si può pretendere un’affluenza pari ad altre fiere straniere aventi un numero maggiore di espositori.

Un esempio su tutti? Il colosso Art Basel.

Fatte queste dovute premesse, certamente Artissima 2018 è risultata un po’ sottotono. 

Ottima invece la campagna di comunicazione: il concept delle toppe da jeans anni ’90, combinate al colore rosa, colpiva nel segno.

Dunque, dunque…bramate dalla voglia di sapere quali siano state per me le Gallerie degne di menzione?!

Eccovi accontentati!

  1. La berlinese ChertLüddeche ha presentato, tra gli altri, lavori di Franco Mazzucchelli e Petrit Halilaj.
  2. La milanese Primo Marella Gallery che, come sempre, si piazza in prima fila sul fronte della promozione di artisti e movimenti extra europei.
  3. La Prometeo Art Gallery con Regina José Galindo, Santiago Sierra e Iva Lulashi.
Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position
Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position. Petrit Halilaj, galleria ChertLüdder.
Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position
Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position. Franco Mazzucchelli, galleria ChertLüdder.

Ecco, due su tre sono gallerie milanesi…forse il campanilismo mi ha un po’ preso la mano 🙂

Mi affretto però a tornare sui mie passi parlandovi della giapponese MA2: non si può non menzionarla viste la leggerezza ed eleganza che contraddistinguevano le sue opere, a cavallo tra video art e mixed media.

Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position
Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position. Ken Matsubara, “Urushi Box-Water Ring”, galleria MA2, Tokyo.

Ma parliamo ora della vera punta di diamante di Artissima 2018: la fiber art.

Questa volta di opere su tessuto ve ne erano davvero tante.

Devo dire che anche ad Art Basel 2018 le soddisfazioni per gli amanti del genere non erano mancate.

Che il vento stia cambiando?!

Giusto per rendervi l’idea la galleria londinese Richard Saltoun ha dedicato al tessile il suo intero stand.

Gli artisti rappresentati? Eterogenei per età e formazione: da Olga de Amaral a Thomas de Falco, da Mariella Bettineschi a Silvia Giambrone

Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position
Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position. Olga de Amaral, “Adherencia Natural”, 1973 – arazzo di lana e crini di cavallo tessuto a mano, particolare, galleria Richard Saltoun, Londra.
Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position
Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position. Thomas de Falco, galleria Richard Saltoun, Londra.

Il lay out espositivo dello stand è stato curato da Paola Ugolini che ha conferito allo spazio un titolo evocativo: “The Subversive Stitch“, ovvero “il punto (a maglia) sovversivo“.

Che dire poi dei lavori di Teresa Lanceta, presentati dalla galleria madrilena Espacio Mínimo?!

Una distesa di “kilim” da far mancare il fiato.

Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position
Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position. Teresa Lanceta, galleria Espacio Minimo, Madrid.

Ultima, ma non certo per importanza, la galleria Clima che ha esposto un lavoro di Matteo Nasini, super colorato e vibrante grazie alla tecnica di tessitura utilizzata.

Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position
Tessile, tessile, tessile: ad Artissima la fiber art è in pole position. Matteo Nasini, galleria Clima, Milano.

Sono stati davvero tantissimi gli espositori che hanno presentato almeno un’opera di fiber art:

Paz con Andres Pereira, Kow con Frédéric Moser & Philippe Schwinger, Braverman con Summer Wheat.

Insomma i tessili spuntavano come funghi man mano che si procedeva nella visita.

Per visualizzarne una galleria fotografica completa, cliccate qui

La fiber art non è stata però l’unica novità di Artissima 2018.

A risollevare le sorti di una mostra mercato un po’ sonnacchiosa ci ha pensato anche Artissima Sound organizzata alle OGR (Officine Grandi Riparazioni), il nuovo polo dedicato all’arte contemporanea.

Un percorso sperimentale ed interattivo che ha visto la partecipazione di 16 artisti con opere legate al mondo del sonoro.

L’invito era quello di perdersi nel proprio paesaggio interiore. Un’esortazione a esperire un’opera d’arte utilizzando un senso normalmente poco sollecitato durante i percorsi museali.

L’audio casco di Ugo la Pietra, la foresta di cavi di Christina Kubisch, la “Radio Galena” di Tomás Saraceno, vincitrice del premio OGR ed entrata di diritto nella collezione del Castello di Rivoli: la prima edizione di Artissima Sound di certo non ha deluso.

Gli appassionati di arte contemporanea venivano invitati ad approfondire le proprie conoscenze in materia grazie alle proposte editoriali presentate nel bookshop.

Dunque un ottimo lavoro quello di Yann Chateigné Tytelman, curatore e critico d’arte berlinese, e di Nicola Ricciardi, direttore artistico delle OGR

Ma la “settimana dell’arte” torinese non si esauriva solo con le manifestazioni legate ad Artissima.

Flashback e Paratissima, spin-off della fiera principale, hanno raccolto un buon successo di pubblico.

Soprattutto l’ultima ha visto nettamente aumentare espositori e visitatori.

Forse, a causa di tutto questo successo, Paratissima ha un po’ perso di vista l’arte, trasformandosi in bazar, ma l’atmosfera underground che si respirava nell’ex Caserma La Marmora, meritava una visita.

Che dire poi delle inaugurazioni nelle istituzioni pubbliche e private?!

Ecco, serviva un’intera settimana per riuscire ad assaporare e valutare tutta l’offerta culturale dell’art week 2018 made in Piemonte.

Purtroppo io ho potuto passarci solo una giornata, quindi…prossime mete?!

Avendo già visitato la meravigliosa retrospettiva su Nalini Malani, il Castello di Rivoli merita un ulteriore pit stop per la mostra su Hito Steyerl, altra grande artista contemporanea.

Anche questa volta la direttrice Carolyne Christov Bakargiev non sbaglia il colpo.

Alla Fondazione Merz, invece, fino al 3 Febbraio 2019 si potrà visitare “Shkrepëtima” dedicata al già citato Petrit Halilaj.

State già acquistando i biglietti del Frecciarossa, non è vero?!

Moda Modest: il fashion system ponte tra Oriente ed Occidente

Moda Modest: il fashion system ponte tra Oriente ed Occidente

Oriente, Occidente, una sola passione: quella per l’haute couture.  

Modest Fashion e hijab (r)evolution come punto d’incontro tra culture

اقرأ‎ (IQRAA), termine di non unanime interpretazione, è contenuto nel versetto 96 del sacro Corano.

Letteralmente lo si può tradurre con “leggi”: un invito ai fedeli ad affidarsi alla conoscenza per sconfiggere l’ignoranza.

Francamente la cultura islamica non mi era mai interessata in modo particolare. Sì, quando vivevo a Parigi avevo acquistato all’Institut du Monde Arabe una versione pocket in francese del Corano, forse convinta più dalla bellezza architettonica dell’edificio che da un reale interesse.

Io “faccio la mia vita, loro fanno la loro“: insomma una pacifica convivenza, o almeno così mi sembrava, dettata dal timore che mi incutevano le immagini truci trasmesse in quel periodo dai media.

Fidatevi: questo non è il metodo giusto. 

É stato calcolato che entro il 2050 il numero dei fedeli musulmani sarà pari a quello dei cristiani, per poi superarlo. Non voler considerare la questione sarebbe un po’ come ostinarsi ad ignorare il proprio vicino di casa…

Solo la conoscenza reciproca è alla base di una civile convivenza.

Ed io l’ho capito partecipando ad una sfilata di moda islamica, per quanto possa sembrare banale!

Ovviamente ci sono stati poi altri incontri con il meraviglioso team di The Shukran, il social network creato dalla comunità musulmana per promuovere la multiculturalità.

Ma cosa si intende per Moda Modest?

All’interno di questa dicitura si inseriscono tutte quelle collezioni ideate per donne che amano seguire gli ultimi trend nel rispetto delle norme coraniche.

Attenzione però!! Non facciamoci condizionare dalla pessima situazione femminile che ancora si registra in alcuni territori a maggioranza musulmana.

Effettivamente in certi paesi, ad esempio l’Iran, la legge coranica è adottata in maniera intransigente: le donne sono costrette a celarsi sotto un manto nero che lascia scoperti gli occhi. 

In molte altre realtà invece, come il Kuwait e gli Emirati Arabi, moda e religione si incontrano, dando vita ad un vero e proprio stile il cui simbolo è l’hijab: il velo che copre il capo è di colori accesi e viene indossato in moltissimi modi. 

Una vera e propria hijab (r)evolution!

In Medio Oriente sempre più persone con un alto potere di spesa sentono l’esigenza di essere stylish.

fashion blogger e gli influencer hanno una pletora di follower.

Insomma, la globalizzazione ogni tanto dà anche dei buoni frutti 😉

Del resto la femminilità e l’eleganza possono essere risaltate senza scoprire troppo il corpo.

E questo i brand occidentali del lusso sembrano averlo recepito appieno.

Dolce & Gabbana aveva fatto da apripista in tal senso già nel 2016, assieme a Nike ed al suo velo in tessuto sportivo e traspirante. 

Moda Modest: il fashion system ponte tra Oriente ed Occidente
Moda Modest: il fashion system ponte tra Oriente ed Occidente. Collezione Abaya, Dolce & Gabbana A/I 2016-2017.

D’altronde 1,6 miliardi di consumatori musulmani farebbero gola a chiunque 😉

Al di là dell'”irretire” nuovi acquirenti, se la moda si facesse promotrice dall’integrazione la questione sarebbe davvero interessante.

E l’Italia in tutto ciò come reagisce?!

Direi bene, soprattutto nell’anno in corso.

A Luglio la Modest Fashion è stata protagonista della Torino Fashion Week, con la partecipazione di ben 31 stilisti del settore.

Inoltre, durante l’ultima Fashion Week milanese, nella sede della Milan Fashion Library si è tenuta la Modest Soiree, spin off della MFW

La serata è stata patrocinata dall’Islamic Fashion & Design Council (IFDC), da The Shukran e sponsorizzata da ItHaly.

Nello spazio sono state presentate collezioni di marchi modest, alcuni dei quali premiati proprio a Torino: Chantique (Brunei), Bow Boutique (Arabia Saudita), Luya Moda e Isabella Caposano.

Gli ultimi due sono brandmade in Italy“.

In particolare Isabella Caposano è un atelier di abiti da cerimonia, che, questa volta, si è cimentato in una collezione islamic friendly.

Moda Modest: il fashion system ponte tra Oriente ed Occidente
Moda Modest: il fashion system ponte tra Oriente ed Occidente. Un capo del brand Luya Moda.

Ma, a dispetto del nome, anche lo sponsor dell’evento è italiano: ItHaly, nata dall’idea di due milanesi, è un’azienda che distribuisce prodotti food e non certificati Halal. 

I punti di contatto sono quindi sempre più numerosi, tant’è che una domanda sorge spontanea: i termini Occidente ed Oriente hanno ancora senso se utilizzati al di là del significato geografico?

Forse è meglio parlare di cooperazione, collaborazione, interculturalità…

Cristiani, musulmani, donne coperte o scoperte: se ogni essere umano è padrone di seguire le proprie volontà le differenze non costituiscono un problema, ma un arricchimento.

Ecco… libertà e rispetto, su ciò si dovrebbe puntare l’attenzione 🙂

Moda Modest: il fashion system ponte tra Oriente ed Occidente

Moda Modest: il fashion system ponte tra Oriente ed Occidente

Moda Modest: il fashion system ponte tra Oriente ed Occidente

Oriente, Occidente, una sola passione: quella per l’haute couture.  

Modest Fashion e hijab (r)evolution come punto d’incontro tra culture

اقرأ‎ (IQRAA), termine di non unanime interpretazione, è contenuto nel versetto 96 del sacro Corano.

Letteralmente lo si può tradurre con “leggi”: un invito ai fedeli ad affidarsi alla conoscenza per sconfiggere l’ignoranza.

Francamente la cultura islamica non mi era mai interessata in modo particolare. Sì, quando vivevo a Parigi avevo acquistato all’Institut du Monde Arabe una versione pocket in francese del Corano, forse convinta più dalla bellezza architettonica dell’edificio che da un reale interesse.

Io “faccio la mia vita, loro fanno la loro“: insomma una pacifica convivenza, o almeno così mi sembrava, dettata dal timore che mi incutevano le immagini truci trasmesse in quel periodo dai media.

Fidatevi: questo non è il metodo giusto. 

É stato calcolato che entro il 2050 il numero dei fedeli musulmani sarà pari a quello dei cristiani, per poi superarlo. Non voler considerare la questione sarebbe un po’ come ostinarsi ad ignorare il proprio vicino di casa…

Solo la conoscenza reciproca è alla base di una civile convivenza.

Ed io l’ho capito partecipando ad una sfilata di moda islamica, per quanto possa sembrare banale!

Ovviamente ci sono stati poi altri incontri con il meraviglioso team di The Shukran, il social network creato dalla comunità musulmana per promuovere la multiculturalità.

Ma cosa si intende per Moda Modest?

All’interno di questa dicitura si inseriscono tutte quelle collezioni ideate per donne che amano seguire gli ultimi trend nel rispetto delle norme coraniche.

Attenzione però!! Non facciamoci condizionare dalla pessima situazione femminile che ancora si registra in alcuni territori a maggioranza musulmana.

Effettivamente in certi paesi, ad esempio l’Iran, la legge coranica è adottata in maniera intransigente: le donne sono costrette a celarsi sotto un manto nero che lascia scoperti gli occhi. 

In molte altre realtà invece, come il Kuwait e gli Emirati Arabi, moda e religione si incontrano, dando vita ad un vero e proprio stile il cui simbolo è l’hijab: il velo che copre il capo è di colori accesi e viene indossato in moltissimi modi. 

Una vera e propria hijab (r)evolution!

In Medio Oriente sempre più persone con un alto potere di spesa sentono l’esigenza di essere stylish.

fashion blogger e gli influencer hanno una pletora di follower.

Insomma, la globalizzazione ogni tanto dà anche dei buoni frutti 😉

Del resto la femminilità e l’eleganza possono essere risaltate senza scoprire troppo il corpo.

E questo i brand occidentali del lusso sembrano averlo recepito appieno.

Dolce & Gabbana aveva fatto da apripista in tal senso già nel 2016, assieme a Nike ed al suo velo in tessuto sportivo e traspirante. 

Moda Modest: il fashion system ponte tra Oriente ed Occidente
Moda Modest: il fashion system ponte tra Oriente ed Occidente. Collezione Abaya, Dolce & Gabbana A/I 2016-2017.

D’altronde 1,6 miliardi di consumatori musulmani farebbero gola a chiunque 😉

Al di là dell'”irretire” nuovi acquirenti, se la moda si facesse promotrice dall’integrazione la questione sarebbe davvero interessante.

E l’Italia in tutto ciò come reagisce?!

Direi bene, soprattutto nell’anno in corso.

A Luglio la Modest Fashion è stata protagonista della Torino Fashion Week, con la partecipazione di ben 31 stilisti del settore.

Inoltre, durante l’ultima Fashion Week milanese, nella sede della Milan Fashion Library si è tenuta la Modest Soiree, spin off della MFW

La serata è stata patrocinata dall’Islamic Fashion & Design Council (IFDC), da The Shukran e sponsorizzata da ItHaly.

Nello spazio sono state presentate collezioni di marchi modest, alcuni dei quali premiati proprio a Torino: Chantique (Brunei), Bow Boutique (Arabia Saudita), Luya Moda e Isabella Caposano.

Gli ultimi due sono brandmade in Italy“.

In particolare Isabella Caposano è un atelier di abiti da cerimonia, che, questa volta, si è cimentato in una collezione islamic friendly.

Moda Modest: il fashion system ponte tra Oriente ed Occidente
Moda Modest: il fashion system ponte tra Oriente ed Occidente. Un capo del brand Luya Moda.

Ma, a dispetto del nome, anche lo sponsor dell’evento è italiano: ItHaly, nata dall’idea di due milanesi, è un’azienda che distribuisce prodotti food e non certificati Halal. 

I punti di contatto sono quindi sempre più numerosi, tant’è che una domanda sorge spontanea: i termini Occidente ed Oriente hanno ancora senso se utilizzati al di là del significato geografico?

Forse è meglio parlare di cooperazione, collaborazione, interculturalità…

Cristiani, musulmani, donne coperte o scoperte: se ogni essere umano è padrone di seguire le proprie volontà le differenze non costituiscono un problema, ma un arricchimento.

Ecco… libertà e rispetto, su ciò si dovrebbe puntare l’attenzione 🙂

AFRO Fashion Week 2018: l’interculturalità sfila a Milano

AFRO Fashion Week 2018: l'interculturalità sfila a Milano

AFRO Fashion Week 2018: l’interculturalità sfila a Milano

Integrazione e creatività sono state le protagoniste della settimana milanese della moda AFRO

Immigrazione, convivenza, gestione dei flussi migratori sono ormai tutti temi all’ordine del giorno.

talk show televisivi fanno quasi a gara nel trattarli per alzare il proprio share.

In realtà in Italia la questione della comunicazione tra culture differenti deve essere ancora studiata in maniera approfondita.

Generalmente le realtà locali non sono preparate ad affrontare tutto ciò.

In quest’ambito l’arte e tutte le discipline artistico-creative potrebbero far davvero la differenza agendo come strumento di reciproca conoscenza e dialogo.

Sono stata perciò davvero curiosa quando mi hanno proposto di partecipare alla AFRO Fashion Week

AFRO Fashion Week 2018: l'interculturalità sfila a Milano
AFRO Fashion Week 2018: l’interculturalità sfila a Milano

Una Fashion week AFRO?! Sì, avete inteso bene 🙂

Durante la settimana della moda dedicata alle collezioni donna Primavera/Estate 2019, si é tenuta anche una serie di eventi collaterali riuniti sotto questa dicitura.

Il merito va all’associazione Afro Fashion, nata nel 2015 con lo scopo di organizzare eventi interculturali che coinvolgano giovani designer, artisti e blogger.

Fine ultimo di Afro Fashion è quello di dare consistenza al format della AFRO Fashion Week (AFW): una vera e propria settimana della moda AFRO, già presente in altri paesi.

Si è quindi scelta Milano come trampolino di lancio per il progetto italiano, presentato nel 2016 e replicato nel Febbraio 2018.

Tempistiche dunque identiche alla Fashion Week canonica, con un vero e proprio exploit ottenuto nell’edizione 2018 appena trascorsa.

Il merito di questo successo lo si deve anche agli sponsor tra cui spiccavano il Comune di Milano, il Consolato onorario di Capo Verde, NYK Professional Make UpSchwarzkopf.

Così dal 20 al 24 Settembre 2018 la Afro Fashion, con sede in Via Rancati 23, ha proposto una vera e propria full immersion nei colori e nella creatività del continente: 9 catwalks, una conferenza all’Università Cattolica ed, in chiusura, una visita alla Canclini Spa, rinomata azienda tessile comasca. 

Location delle passerelle sono state la Fabbrica del Vapore in Via Procaccini, famoso centro di produzione culturale, e lo spazio “Luogo Ideale“, creato dal Gruppo Finiper per riqualificare l’area ex Alfa Romeo in zona Portello.

Anche nella scelta delle venue si è perciò posta attenzione a temi socialmente importanti.

AFRO Fashion Week 2018: l'interculturalità sfila a Milano
AFRO Fashion Week 2018: l’interculturalità sfila a Milano. Alcune modelle sfilano durante le catwalk di Domenica 23 Settembre.

Le sfilate sono state l’occasione migliore per scoprire nuovi designer e nuove realtà. Tra queste spicca “La Maison de la Mode”, laboratorio sartoriale tarantino in cui ragazzi richiedenti asilo realizzano abiti sotto la guida della direttrice creativa Ida Chiatante e della modellista Patrizia Solito

Con un mix creativo di questo genere, come poteva Art Nomade Milan non rimanere attratta dalla AFW ?! 😉

Dalla passione per l’arte tessile all’analisi dei tessuti africani il passo è davvero breve: originalità, colore, forme comunicative ed espressive esplosive rendono le creazioni una sorta di opera d’arte.

Ho così partecipato alle tre sfilate di Domenica 23 Settembre, coordinate magnificamente da Michelle Francine Ngonmo e Ruth Akutu Maccarthy, fondatrici dell’associazione Afro Fashion in Italia.

Gli stilisti erano Mokodu FallAfrican Fashion Today Matilde Gerona Trillo, ognuno con una storia diversa da raccontare.

AFRO Fashion Week 2018: l'interculturalità sfila a Milano
AFRO Fashion Week 2018: l’interculturalità sfila a Milano. Art Nomade Milan posa con Mokodu Fall e Walter Aiguokhian

Mokodu Fall, pittore senegalese, ha coniugato la sua abilità creativa con la passione per la moda creando una collezione di capi dipinti a mano intitolata “Jardins de l’Amour“.

Matilde Gerona Trillo, protagonista della passerella delle 19.30, è una ragazza spagnola che ha debuttato prima nel mondo della recitazione per poi approdare al fashion system.

Ancor più curiosa è invece la vicenda che ha portato alla nascita del brand svizzero African Fashion Today.

L’idea si deve a Walter Aiguokhian, giovane parrucchiere in un salone di Berna.

Dopo anni di lavoro, nel 2005 Walter decide di creare un marchio che possa coniugare negli abiti lo stile europeo ed afro. Reperite le risorse economiche necessarie, finalmente il suo sogno si è concretizzato. 

Tre protagonisti, un unico concetto: l’unione che supera le differenze. 

Un mood azzeccatissimo per l’Afro Fashion Week il cui tema 2018 era la diversità. Diversità che si è concretizzata nella scelta di far sfilare modelle di varie etnie, nel tema della conferenza tenutasi all’Università Cattolica, nella decisione di presentare anche alcuni capi maschili. 

A questo punto però una domanda sorge spontanea…

Può l’ideazione di una fashion week a se stante dedicata al concept afro ottenere l’effetto contrario ed accrescere diffidenza e ghettizzazione? 

No, personalmente credo che tutta questa esibizione della diversità aiuti l’opinione pubblica non solo a comprendere l’altro da sè, ma soprattutto a comprendere se stessi attraverso l’altro.  

L’idea della AFW è dunque vincente sotto tutti gli aspetti, perciò non mi resta che concludere con il motto di Afro Fashion:

Be Afro…Be Modish! 😉 

Dal batik all’Art Nouveau. Il filo che unisce oriente ed occidente

Dal batik all’Art Nouveau. Il filo che unisce oriente ed occidente

Finalmente al Museo delle Culture di Milano va in scena una mostra dedicata al mondo tessile. Art Nomade Milan l’ha visitata per voi

Come ben sapete quando posso recensire mostre dedicate all’arte tessile lo faccio con estremo piacere…e se si tratta di culture extra-europee ancora di più 😉

Fino al 26 Agosto il MUDEC di Milano ospita un’esposizione gratuita dal titolo estremamente evocativo: “Dal batik all’Art Nouveau. Il filo che unisce oriente ed occidente“. 

Dal batik all’Art Nouveau. Il filo che unisce oriente ed occidente.

Promossa dall’Associazione CULTURAL PATHS e curata da Laura Todeschini e Giulia Ceschel,  la mostra illustra la storia e la lavorazione dei batik, tessuti di cotone tinti a riserva. 

In realtà i primi frammenti di batik rinvenuti dagli archeologi in Egitto sono in lino.

Le molte stoffe esposte al MUDEC provengono in gran parte dalla raccolta di Sergio Feldbauer, appassionato ricercatore che tra gli Anni Settanta ed Ottanta si è recato spessissimo in Indonesia.

Dal batik all’Art Nouveau. Il filo che unisce oriente ed occidente.

Il percorso espositivo parte dunque dall’Asia, in particolare dall’isola di Giava, dove ha origine la parola batik (in malese: goccia), per poi proseguire in altre zone del globo come l’Africa ed il medio-oriente.

Si hanno infatti tracce di questa produzione anche tra le popolazioni Youruba della Nigeria e Soninke del Senegal, mentre in alcune comunità arabe i batik erano denominati kaligrafi arab.

La retrospettiva evidenzia in maniera approfondita come i tessuti siano diventati una vera e propria forma di comunicazione con decori dai precisi significati e valori.

Addirittura nei sultanati, kraton, dell’isola indonesiana era proibito riprodurre alcuni temi in quanto destinati solo alla famiglia reale.

Esistevano perciò batik di “corte” e batik “rurali” e la tecnica era già utilizzata nel tredicesimo secolo. 

Si diceva che indossarli ponesse in armonia con l’universo.

Il batik e l’Art Nouveau. Il filo che unisce oriente ed occidente. 

Nel progetto curatoriale viene messo in luce il ruolo delle donne, custodi dei segreti della tintura parziale e dei coloranti naturali da utilizzare.

Tintura parziale?! 

Ebbene sì: per ottenere i batik bisogna impermeabilizzare tramite cera od altro composto una parte della stoffa in maniera tale che solo alcune zone prendano colore.

Il tessuto dunque non è solo un genere di prima necessità prodotto in maniera artigianale, ma un mezzo per raccontare la propria cultura ed usanze. 

Ancora oggi i vacanzieri che si recano in Indonesia tornano a casa con questi coloratissimi souvenir. In realtà il loro significato è profondo, un filo che dall’Asia si dipana fino ad arrivare all’Europa.

Infatti, come accaduto per i tessuti wax della Vlisco di cui avevo parlato nell’articolo dedicato ad Africa Africa, i tessuti batik si sono diffusi grazie ai mercanti olandesi in alcune aeree del continente africano e poi anche in Europa.

Si suppone addirittura che i tessuti wax derivino proprio dai batik

In realtà l’arrivo nel vecchio continente lo si deve attribuire in primis ai portoghesi e poi agli inglesi, assidui frequentatori del sud-est asiatico alla ricerca soprattutto delle spezie.

Con il fiorire nel vecchio continente della corrente artistica dell’Art Nouveau, definita Liberty in Italia, Jugendstil in Germania, Sezessionstil in Austria, Nieuwe Kunst in Olanda, il rapporto tra tessile asiatico ed Europa diviene sempre più stretto. 

Dal batik all’Art Nouveau. Il filo che unisce oriente ed occidente. 

Lo stesso William Morris, padre dell’Arts & Crafts, nella fabbrica da lui fondata produceva batik

Così, nei primi decenni del Novecento, la produzione di questi tessuti assunse linfa vitale e spirito creativo sia in Europa che nei paesi d’origine. 

L’incontro tra Oriente ed Occidente contribuì a creare un nuovo gusto. 

L’importanza fondamentale dei batik é stata riconosciuta anche dall’UNESCO che nel 2014 li ha inseriti tra gli Intangible Cultural Heritage, patrimonio culturale immateriale. 

Non si poteva dunque scegliere una sede migliore per narrare questa storia. 

Il MUDEC, Museo delle Culture, già dalla sua fondazione nel 2015 si è posto come obbiettivo la valorizzazione delle differenti culture, delle loro connessioni e relazioni. 

Dal canto suo l’Associazione CULTURAL PATHS si propone di riattribuire importanza alle manifestazioni culturali ed artigianali che rischiano di sparire a causa della globalizzazione imperante. 

La mostra, ad ingresso gratuito, merita davvero una visita 🙂 

La collezione Durand-Dessert va all’incanto da Christie’s

La collezione Durand-Dessert va all'incanto da Christie's

Martedì la filiale parigina della nota casa d’aste ha messo all’incanto 105 pezzi di arte africana provenienti dalla collezione dei galleristi francesi.

Nel 1975 Michel e sua moglie Liliane aprivano la loro prima galleria d’arte in uno dei quartieri più poliedrici e caratteristici della capitale francese: il Marais.

Una scommessa“, dichiareranno in seguito, assolutamente vinta.

Per 30 anni i coniugi Durant-Dessert si sono imposti sul mercato internazionale dell’arte con artisti del calibro di Richter, Beuys, Parmiggiani.

Altro cavallo di battaglia del loro spazio, chiuso nel 2004, era l’Arte Povera

Proprio nello stesso anno il Museo di Grenoble dedicava al lavoro della coppia una retrospettiva intitolata: “L’art au futur antérieur – L’engagement d’une galerie“.

Titolo ripreso nella vendita di Christie’s. 

L’arte al futuro anteriore“, un’espressione spesso utilizzata dai due galleristi. 

Nella grammatica francese si usa questo tempo verbale per formulare ipotesi su azioni che si saranno concluse nel momento in cui si parla.

O che comunque saranno terminate in un determinato futuro.

Curiosa espressione per due appassionati di contemporaneo…che dovrebbe far riflettere i molti speculatori che oggi giorno si danno all’arte per affari 😉 

La collezione Durand-Dessert va all'incanto da Christie's
La collezione Durand-Dessert va all’incanto da Christie’s. Immagine del volume edito dal Museo di Grenoble in occasione della retrospettiva sulla Galleria Durand-Dessert.

Forse non tutti sanno però che Michael e Liliane sono sempre stati amanti dell’arte africana.

Tutto è cominciato a metà degli Anni Ottanta quando iniziarono a visitare alcune esposizioni dedicate al tema in Francia e negli Stati Uniti.

Tra queste vi era anche “African Aesthetics: The Carlo Monzino Collection“, intitolata all’importante collezionista italiano, all’African Center di New York.

Fu poi essenziale l’amicizia nata con un altro grande amatore del genere: Baudouin de Grunne.

Così, nel 1986,  i Durand-Dessert acquistarono la loro prima opera africana.

Una collezione che nel tempo è cresciuta in maniera sistematica cullata da una speciale dedizione.

Del resto le raccolte “sono dei ritratt[i], e [ne]gli oggetti a volte ci riconosciamo, a volte ci proiettiamo” affermava Michel.

Già in passato altre case d’asta avevano curato la vendita di lotti provenienti dai beni Durand. Sotheby’s, ad esempio, aveva messo all’incanto alcuni celebri pezzi contemporanei.

Questa volta è toccato a 105 lotti “tribali”.

Preferisco menzionare il termine “tribale” tra virgolette in quanto davvero desueto per definire l’arte del continente come avevo riportato in un mio precedente articolo.

Devo dire che i risultati della vendita non sono stati niente male, anche se non tutto è stato acquisito.

Complessivamente il totale del venduto ha toccato la quota di 6.124.250,00 Euro.

Il lotto più costoso è stato il 72: la figura Mbembe proveniente dalla Nigeria e datata XVII-XVIII secolo.

La donna intenta a suonare un tamburo è stata battuta per 1.927.500 Euro.

In realtà il valore dell’opera era stimato 2.000.000 – 3.000.000,00 di Euro.

Dunque il compratore ha fatto un “affare”  😉

Le sculture Mbembe sono tra i più antichi e spettacolari manufatti in legno dell’Africa sub-sahariana. Ad oggi ne sono arrivate fino a noi meno di 20. 

La collezione Durand-Dessert va all'incanto da Christie's
La collezione Durand-Dessert va all’incanto da Christie’s. Figura femminile Mbembe intenta a suonare un tamburo, legno, XVII-XVIII sec., Nigeria sud-orientale.

Eccezionale anche la statua Fang appartenuta al celebre mercante Paul Guillaume da sempre annoverata tra le opere simbolo del classicismo africano.

La collezione Durand-Dessert va all'incanto da Christie's
La collezione Durand-Dessert va all’incanto da Christie’s. Statua Fang, Gabon, appartenuta al mercante Paul Guillaume.

Curioso che quest’ultimo pezzo non sia stato aggiudicato.

Non c’è che dire: l’arte africana, anche quella contemporanea, attira sempre di più collezionisti e semplici curiosi.

Le mostre dedicate al tema si stanno via via moltiplicando.

Tanto per citarne una al MAXXI di Roma, fino a Novembre 2018, va in scena “African Metropolis. Una città immaginaria” che si presenta come “una panoramica approfondita sulla scena artistica e culturale del continente africano“.

Eppure l’arte africana non riesce ancora a camminare a braccetto dell’arte europea, come si nota dai risultati delle aste. 

Ottime riuscite, ma non comparabili ai record raggiunti da un Fontana o da un Picasso.

A cosa è dovuto tutto ciò?

Una conoscenza del genere tuttora poco approfondita anche tra gli operatori del settore?

Ignoranza sull’argomento accompagnata da un’immagine non edificante dell’Africa trasmessaci dai media? Razzismo? 

Senza arrivare al disfattismo, forse la soluzione è più semplice: probabilmente il mito del “buon selvaggio” e l’idea novecentesca dell'”arte negra” non ci hanno ancora abbandonato del tutto.

Un Fontana è pure sempre un Fontana“, non paragonabile a qualsivoglia artista africano coevo, mi sembra di sentir riecheggiare…

In realtà il concetto di diverso, di estraneo dai nostri paradigmi esiste finché sopravvivono i paradigmi stessi. Appena si cambia punto di vista anche ciò che inizialmente è considerato differente muta. 

Perché alla fine “l’unica cosa che conta è la bellezza formale dell’oggetto e contemporaneamente il sentimento che crea; qualcosa che è profondamente vero, essenziale e vitale” come sosteneva il collezionista Baudouin de Grunne parlando della raccolta dei Durand-Dessert.

La collezione Durand-Dessert va all'incanto da Christie's
La collezione Durand-Dessert va all’incanto da Christie’s. Cimiero gianiforme Ungulali. 

A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018

La 49esima edizione della mostra-mercato ha riservato numerose sorprese anche in campo “tessile”.

Provare per credere o meglio…leggete per scoprirle 😉

Lasciatemelo dire: occuparsi di Fiber Art od anche solo appassionarsi all’argomento richiede il coraggio di un esploratore e la pazienza di un monaco certosino.

Le retrospettive dedicate al tema si contano sulle dita di una mano, quasi sempre poco pubblicizzate.

L’amante della creazione tessile, per rimanere aggiornato, veste i panni di un moderno Indiana Jones affidandosi a giornali locali, gruppi Facebook con pochi iscritti e soprattutto al passaparola. 

Esistono tante associazioni interessanti, ma a livello locale.

Poco sponsorizzate, soffrono del male che spesso attanaglia il sistema culturale italiano: la mancanza di fondi.

Eppure si era partiti bene…negli anni Sessanta le Biennali di Losanna avevano portato linfa e modernità nell’ambito dell’arte tessile.

Si era davvero al passo con i tempi con creazioni avveniristiche che nulla avevano da invidiare agli altri media artistici.

Poi, dal 1995, anno della fine della manifestazione, la Fiber Art è stata colta da una sorta di sindrome della “bella addormentata”: sonnecchiando è tornata nell’ombra in attesa di un magico e portentoso risveglio. 

Piano piano il grande pubblico ha quasi scordato cosa significhi questo termine inglese e le nuove generazioni lo ignorano.

Credetemi: per chi si avvicina all’argomento è davvero difficile capire quali opere artistiche possano essere classificate come Fiber Art.

Non bisogna però essere totalmente disfattisti: negli ultimi tempi qualcosa si “muove” come dimostra il buon numero di opere tessili esposte alla 57esima Biennale di Venezia lo scorso anno.

Dunque i puristi dell’argomento mi perdoneranno se, presa dalla brama di Fiber Art, inserirò nel calderone opere di datazione differente create da artisti dediti in maniera non esclusiva al lavoro su tessuto.

Bene, animata come sempre da queste buone intenzioni, girovagando tra gli stand di Art Basel mi sono messa a cercare del tessile.

E devo ammettere che quest’anno le sorprese non sono mancate 🙂

La prima piacevole scoperta è stata il ritorno sulla cresta dell’onda di Sheila Hicks.

L’ottantatreenne artista americana ha dedicato la sua vita alla Fiber Art.

Dopo la partecipazione alla Biennale di Venezia dello scorso anno (come dimenticare la parete di “gomitoli” colorati dell’Arsenale?!) anche Art Basel le ha reso omaggio.

A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018. Sheila Hicks, “Scalata al di là dei terreni cromatici”, Venezia 57esima Biennale 2017.

Una dedica davvero “preziosa” visto che, trattandosi di una mostra-mercato, evidenzia un rinnovato interesse da parte dei collezionisti. Nelle tre gallerie che esponevano suoi pezzi mi riempie di orgoglio il fatto che ci fosse anche la bresciana Galleria Massimo Minini

A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018. Sheila Hicks, Galleria Massimo Minini, Art Basel 2018.

Uno stand interessante quello della Massimo Minini che citava pietre miliari del passato come dOCUMENTA 5, diretta nel 1972 da Harald Szeemann.

Annata fortunata per la Hicks: il Centre Pompidou le ha dedicato una retrospettiva (“Sheila Hicks. Lignes de vie) ed il Museo d’Arte Moderna della città di Parigi le ha chiesto di produrre un’installazione da esporre nella hall dell’istituzione già dominata da una scultura al neon di Lucio Fontana

É proprio vero che quando l’interesse verso un’artista cresce le gallerie e le istituzioni agiscono di conseguenza. O è l’attività delle medesime che punta a far tornare in auge chi di dovere?! 😉

Restando in clima d’oltralpe la Galerie Lelong ha dedicato l’intero stand a Etel Adnan. La poetessa e saggista libanese-americana è anche un’artista visuale che oltre ad oli ed acquerelli ha creato dei magnifici arazzi. Le sue opere sono forse ancora poco conosciute in Italia, nonostante una sua tela sia presente nella collezione del Castello di Rivoli. 

A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018. Etel Adnan, “Marée Basse”, 2018. Galerie Lelong, Art Basel 2018.

La tessitura è stata una sorta di metafora della vita per la Adnan, come esplica nel suo libro “Life is a weaving“.

Purtroppo non esiste ancora un volume dedicato alla sua produzione tessile, come confermatomi della responsabile della galleria.

Anche Ghada Amer attribuisce significati profondi alle sue composizioni, nate da un mix di media differenti tra cui filati di varia natura. Interessante che tra le tre gallerie che la proponevano ce ne fosse una asiatica (Kukje Gallery). 

A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018. Ghada Amer, “You are a Lady”, 2015 (acrylic and embrodery on canvas). Goodman Gallery, Art Basel 2018.

Ma chi quest’anno ha veramente stupito i Fiber-amanti è stata la messicana Galeria OMR dedicando un’intera parete agli arazzi di Yann Gerstberger, giovane artista di 35 anni. 

A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018. Yann Gerstberger, arazzi, Galeria OMR, Art Basel 2018.

Gerstberger, nato a Cagnes sur Mer, dopo gli studi a Marsiglia ha deciso di stabilirsi a Città del Messico.

Del resto l’America del Sud è la culla di tradizioni tessili particolari ed antichissime.  

La brasiliana Galeria Luisa Strina ha esposto opere che ricordano in piccolo gli intrecci di Ernesto Neto, un altro big dell’ambito. Come non ricordare le sue “reti”, di cui una esposta anche all’Expo 2015 a Milano?!.

A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018. Laura Lima, Galeria Luisa Strina. Art Basel 2018.

A conti fatti il vero exploit lo si è però raggiunto nella sezione Unlimited, grazie alle dimensioni monumentali delle opere.

Ben tre lavori si potevano ascrivere al panorama della Fiber Art:

  • Polly Apfelbaum, “Deep Purple, Red Shoes II”, 2015 (cotone e lana tessuti e colorati a mano) patrocinata dalla Frith Street Gallery di Londra;
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018. Polly Apfelbaum, “Deep Purple, Red Shoes II”. Frith Street Gallery, Art Basel 2018.
  • Josep Grau-Garriga, “Hores de llum I de foscar”, 1986 (arazzo di cotone, lana, seta, fibre sintetiche e stracci) promosso dalla Galerie Nathalie Obadia. Garriga è stata una figura fondamentale per la diffusione dell’arte tessile. A lui ed al committente Miquel Samaranch si deve la nascita del Museo del Tappeto Contemporaneo di Sant Cugat del Vallès in Catalogna;
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018. Josep Grau-Garriga, “Hores de Ilum I de foscar”, 1986. Galerie Nathalie Obadia, Art Basel 2018.
  • Sam Gilliam, “Untitled”, 2018, installazione della Davis Kordansky Gallery di Los Angeles. Se consideriamo le modalità di creazione l’opera dell’astrattista americano è quella che rimanda meno alla Fiber Art. Ciò che però colpisce è che Sam Gilliam abbia scelto, per un lavoro monumentale, il tessuto come miglior mezzo di espressione delle sue capacità pittoriche.
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018. Sam Gilliam, “Untitled”, 2018. David Kordansky Gallery, Art Basel 2018.

Sicuramente il numero delle opere tessili esposte superava quello di Art Basel 2017. Inoltre potrei essermi persa qualche lavoro, viste le 290 gallerie presenti.

Comunque la speranza sorge spontanea…che la Fiber Art, “bella addormentata”, abbia trovato il principe capace di risvegliarla dal sonno eterno?!

Con questa auspicio vi lascio ad una carrellata di altre immagini 🙂

A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018. Paul Morrison, “Nachtfeld”, 2018, arazzo. Galerie Sabine Knust, Art Basel 2018.
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018. Enrico David, “Untitled”, 2018, lana su cotone. Michael Werner Gallery, Art Basel 2018.
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018. Christina Forrer, “Untitled (Open Mouth)”, 2018, lana e cotone. Luhring Augustine Gallery, Art Basel 2018.
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018. David Renggli, “Floorplan Desire Painting (My Venice is Your Venice), 2018, fibre di iuta e acrilico su legno. Galerie Peter Kilchmann, Art Basel 2018.
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018
A tutto tessile: la Fiber Art ad Art Basel 2018. Ei Arakawa, “Performance People (Cut Piece July 20, 1964, 8.30 PM, Kyoto, Japan)”, 2018, led, trasmettitori, tessuto tinto a mano, metallo, batterie, sd card. 

Africa Africa: alla scoperta del continente “vero” tra design e fotografia

AfricaAfrica exploring the Now in African design and photography

A Palazzo Litta dal 15 Marzo al 2 Aprile 2018 fotografi e designer africani gettano nuova luce sull’arte contemporanea del continente.

Ha aperto i battenti l’esposizione “Africa Africa: exploring the Now in African design and photography” nel milanese Palazzo Litta.

Prosegue dunque, a poca distanza dalla sede della Sopraintendenza Archeologica, sempre in Corso Magenta 24, l’interessante iniziativa proposta dal MiBACTMoscaPartners chiamata “Palazzo Litta Cultura“. Il progetto mira ad utilizzare alcune sale del palazzo per esposizioni inerenti il panorama artistico contemporaneo, con un occhio rivolto soprattutto al mondo del design.

Questa volta ad animare le stanze del primo piano dell’edificio ci pensano 25 artisti  subsahariani autori di 40 prodotti di design e cinquantacinque opere fotografiche magnificamente esposte.

L’introduzione della mostra è affidata all’evocativo tavolo in legno massello a forma d’Africa: chiuso ricorda una farfalla. Leggerezza dunque ed unità che ci paiono strane pensando all’immagine del continente che ci propinano i media alla luce dei recenti fatti di cronaca.

I 24 milioni di chilometri quadrati che si estendono da est a ovest a meridione del Sahara sono un bacino dinamico ed innovativo di produzione cinematografica, musicale ed artistica. Del resto Africa Africa è un progetto che ha visto la collaborazione di più enti tra cui Mia Photo Fair ed il Festival del Cinema Africano Asia ed America Latina.

La sezione fotografica è stata infatti curata da MIA Photo Fair Projects e da Maria Pia Bernardoni in rappresentanza del LagosPhoto Festival, internazionale della fotografia che si tiene annualmente nella più grande città nigeriana.

Non va dimenticato che uno dei “focus” della Mia Photo Fair 2018 è stato proprio il continente africano.

Insomma un’Africa da scoprire ed un’arte africana da riconsiderare in quanto troppo spesso connessa al gusto per l’etnico ed il tribale.

Tale mission è propria di un interessante trimestrale edito a Cape Town ed intitolato “ArtAfrica“.

La rivista è infatti dedicata all’arte contemporanea africana al fine di farla conoscere all’estero sfatando il mito del “buon selvaggio”.

Bisogna inoltre sottolineare che alcuni artisti africani non hanno avuto vita facile nemmeno in patria: avvicinarsi a modalità espressive “occidentali” abbandonando le tradizioni veniva spesso interpretato come un sottomettersi “agli invasori” soprattutto  nel difficile periodo della convivenza pre e post apartheid.

Attualmente la gestione politica internazionale del fenomeno migratorio non ha agevolato la diffusione di un’idea chiara sull’Africa che mai come di questi tempi ci è sembrata così vicina.

Ben vengano dunque iniziative di questo tipo che aiutano a sfatare il binomio “invasori/vittime” in cui si incasella chi arriva dal continente “vero”. 

Sì, continente “vero” piuttosto che continente nero, riprendendo la felice espressione inserita nel sottotitolo del bimestrale “Africa. Missione e cultura“.

Tutte queste realtà, redazioni giornalistiche ed associazioni, purtroppo ancora poco conosciute, sono state coinvolte nei vari eventi milanesi: ArtAfrica è stato media sponsor proprio della MIA Photo Fair, mentre il direttore di “Africa. Missione e cultura“, Marco Trovato, ha partecipato ad un talk del Festival del Cinema Africano Asia ed America Latina.

Tornando all’esposizione di Palazzo Litta, dopo il preambolo, il visitatore viene gradualmente accompagnato nella vitalità della creazione africana tramite il corridoio dedicato al tessile. Tessuti in realtà non autoctoni in quanto prodotti dall’olandese Vlisco e diffusisi nel continente tra il XIX ed il XX secolo.

Stampe colorate, simboli, colori accessi che sono diventati una vera e propria forma di comunicazione per i gruppi etnici locali. Un sorta di “linguaggio tessile”.

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema consiglio il volume di recente pubblicazione “Anthologie des tissus imprimés d’Afrique” dell’antropologa francese Anne Grosfilley.

Africa Africa: exploring the Now in African design and photography
AfricaAfrica: exploring the Now in African design and photography. Jean Servais Somian, “Banquette Pirogue”, 2018.

Tra i tessuti spunta la “Banquette Pirogue” del designer ivoriano Jean Servais Somian, un divano in legno di framirè rivestito di stoffa Bazin. Di Somian sono esposti altri pezzi interessanti.

Percorrendo le sale l’arredamento si accompagna alla fotografia, in prima battuta ad alcuni scatti del progetto “Africadia” di Siwa Mgoboza. Sempre di questo giovane fotografo sudafricano è l’immagine coordinata della milanese fiera internazionale di fotografia 2018.

Si entra poi nel vivo dell’esposizione dove a catturare l’occhio non sono solo i pezzi esposti, ma anche il contrasto creato tra questi e le decorazioni barocche delle sale in cui sono ospitati.

Le creazioni di Hamed Ouattara colpiscono per l’abilità di ideare mobilio tramite materiale di scarto. Nello studio che ha aperto a Ouagadougou in Burkina Faso si modellano e battono a mano soprattutto i barili di scarto del petrolio per ottenere madie, cassettiere ed armadi.

Creatività che non solo stupisce, ma fa riflettere su temi quali lo sfruttamento del territorio da parte delle multinazionali straniere.

Hamed Ouattara stesso, nel video che accompagna la sua scheda biografico esplicativa, sottolinea la possibilità di utilizzare ciò che si ha disposizione, senza dover sempre dipendere dall’estero.

L’artisticità che nasce da prodotti di scarto o di grande diffusione è uno dei fili conduttori dell’esposizione: bottiglie di plastica, sacchi per la spesa inseriti in progetti fotografici o suole di infradito cucite insieme a formare un tappeto. 

Notevoli spunti di riflessione inducono anche i ritratti di Omar Victor Diop dal progetto “Project Diaspora” e soprattutto le creazioni di Gonçalo Mabunda.

Mabunda, originario del Mozambico, è un artista conosciuto a livello internazionale per le sue opere composte da scarti di materiale bellico. I suoi “troni” esposti al Centre Pompidou ed alla Biennale di Venezia invitano davvero ad un esame di coscienza.

Africa Africa: exploring the Now in African design and photography
AfricaAfrica: exploring the Now in African design and photography. Gonçalo Mabunda, “The Throne of the new wall”, 2017.

L’illuminazione delle singole opere è ben congegnata: si creano dei particolari effetti che le amalgamano con le sale. Proseguendo si giunge alle creazioni del congolese Maurice Mbikayi, del sudafricano Heat Nash, di Osborne Macharia e di Stephen Burks.

Burks è un designer di fama internazionale che collabora con brand quali Missoni e Roche Bobois. Sono famose le sue lanterne antropomorfe tessute a mano in vari materiali.

Africa Africa: exploring the Now in African design and photography
AfricaAfrica: exploring the Now in African design and photography. Stephen Burks, “The Others” Collection, 2017.

Ritornando sui propri passi si arriva alle ultime sale della mostra. In realtà queste stanze potevano essere viste anche all’inizio, in quanto il percorso di visita è molto libero.

Qui troviamo esposti i lavori del designer Inoussa Dao e di Joana Choumali.

Dao dopo aver mosso i primi passi in Burkina Faso, si sta affermando all’estero grazie alle sue creazioni strutturate. La fotografa ivoriana Choumali impreziosisce le stampe cromatiche con lavori di ricamo nel progetto “Traslation“.

Africa Africa non mira ad essere un’esposizione esaustiva, bensì fornisce uno spaccato sulla vitalità del panorama creativo contemporaneo del continente. Tutte le opere esposte sono state prodotte nel biennio 2016/2017.

Peccato per la breve durata  della mostra (19 giorni totali) e per gli orari di apertura limitati, oltre alla mancanza di una brochure da poter conservare per aver traccia degli artisti presentati.

Molti fotografi e designer, dopo un inizio nella propria patria d’origine, hanno studiato all’estero. Addirittura alcuni di essi lavorano anche a Milano.

La maggioranza però è ritornata a casa per far crescere la propria arte lì dove è stata inspirata e dare una possibilità, oltre che una dimostrazione, ai propri connazionali.

Dimostrare che sì, si possono sviluppare idee imprenditoriali sul territorio: l’Africa dunque non è solo una fonte di inspirazione, ma anche una fucina di creatività.