“Almost Home”: Rosa Parks è arrivata a casa…a Napoli

Rosa Parks Napoli

Fino al 6 Gennaio 2021 nel cortile d’onore del Palazzo Reale di Napoli è visitabile gratuitamente “Almost Home – The Rosa Parks House Project” dell’artista Ryan Mendoza

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Natale 2020: sempre più digitale senza dimenticare l’artigianalità

Natale 2020

Natale 2020: sempre più digitale senza dimenticare l’artigianalità

Si possono trovare creazioni artigianali di qualità anche sul web?  Certo che sì! Leggete per credere

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Ormai ce l’hanno fatto capire in tutte le “salse”: le imminenti festività non saranno uguali a quelle degli anni passati. Niente feste, grandi celebrazioni e spostamenti limitati. Per molti, è inutile negarlo, il web diventa ancora una volta la piattaforma principale dove interagire e fare acquisti. Non sempre, però, l’online diventa sinonimo di prodotti di massa. Se si sa ben cercare spuntano fuori molte realtà artigianali che utilizzano le piattaforme digitali per farsi conoscere e vendere le loro creazioni. Si va dalla tavola, all’arredamento, dall’abbigliamento agli accessori. I social media poi sono diventati una vetrina dove scoprire piccole meraviglie, come il milanese Pourquoi Pas Lab di Francesca Meana o CocCami & Miranda, di cui vi parlerò nelle prossime righe.

Ho virtualmente conosciuto Camilla e Simona qualche mese fa su Instagram e, dopo alcune chiacchierate, è nata una collaborazione e la creazione di alcuni gioielli.

Sarà Simona, alias Miranda, a spiegarvi la loro attività 🙂

Natale 2020

– Lauree in “Sociologia delle perline” e “Filosofia del taglia e cuci” è uno dei vostri motti. Come nasce CocCami & Miranda?

Il nostro nome, CocCami & Miranda, è formato da due anime, la cui formazione non ha seguito un percorso prettamente artistico. CocCami è Camilla, laureata in sociologia, ma con la passione fin da bambina di perline e bijoux. Ha iniziato con un corso in oreficeria per poi non fermarsi più, creando piccole collezioni originali e romantiche. Le sue creazioni sono spesso dettate dalla voglia di sperimentare nuovi materiali, anche inusuali per il campo della bigiotteria. Un’apertura e una voglia di sperimentare sempre coniugata con un gusto vagamente retrò e sognante.

Miranda sono io, Simona. Mi sono laureata in filosofia, ma sono sempre stata attratta dal mondo manuale e artistico/creativo. Appena laureata mi regalarono una macchina da cucire e mi si aprì un mondo. Da quel momento ho deciso di apprendere le tecniche sartoriali presso una sarta professionista. Ho iniziato con piccole collezioni di cappelli e borse fino ad arrivare all’abbigliamento. Proprio dalla nostra formazione viene il nostro primo motto “Sociologia delle perline e Filosofia del taglio e cuci” che sintetizza il nostro approccio all’artigianato. Un artigianato che attinge molto dalla cultura in generale, cerca ispirazione nella letteratura, nel pensiero dell’uomo e, in particolare, nell’arte figurativa.

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– “Civetterie per dame e signorine”: come si caratterizza il vostro spazio e quale è la filosofia sottesa al vostro laboratorio artigianale?

Siamo un piccolo brand il cui laboratorio e show room si trovano in una romantica corte nel centro storico di Ravenna, a pochi passi da San Vitale. Produciamo minute collezioni, meglio, appunto, “civetterie per dame e signorine”. Le nostre creazioni trovano ispirazione nell’arte, nella musica, nella cultura con un amore particolare per i primi decenni del Novecento. Non seguiamo le logiche e le tendenze del mercato e, anche se questo a volte ci penalizza, abbiamo costruito su tale particolarità la nostra identità.

I nostri accessori amiamo definirli “accessori sentimentali”: una lavoro artigianale non è per noi solo una collana, un orecchino o una borsa … ma è qualcosa di più. L’”accessorio sentimentale” racchiude in sé il seme del sentimento che evoca e risveglia sensazioni e ricordi. Oltre che dalla tecnica e dalla sapienza nasce dal pensiero e dal cuore dell’artigiano che, con il suo lavoro, dà vita al racconto di una storia che si dipanerà e prenderà una strada diversa a seconda di chi la sceglierà.

Un altro elemento che ci contraddistingue è quello di realizzare personalizzazioni su richiesta. Chi deve partecipare ad una serata, ad un evento importante come, ad esempio, un matrimonio può indossare un accessorio unico che non fa da contorno all’abito, ma viene creato in armonia con esso.

É il particolare che valorizza il tutto.

Natale 2020

Coccami e miranda
Natale 2020: sempre più digitale senza dimenticare l’artigianalità – CocCami & Miranda

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– Quali sono le collezioni alle quali siete più legate?

Ce ne sono tante e tutte per motivi diversi fra loro. Sicuramente una alla quale siamo affezionate è “C’era una volta un separé ”, del 2016. Fino a quella collezione io e Camilla avevamo ideato linee in parallelo, mentre in quell’occasione abbiamo lavorato insieme partendo dalla stampa del tessuto e dalla costruzione dei modelli. Il design che abbiamo utilizzato è nato da un nostro disegno ispirato da un vecchio separé esposto in atelier. Da lì è sorta una piccola collezione di casacche, gonne e pantaloni impreziosita da romantici bijoux.

 

– “Estro armonico” è la linea di bigiotteria che trae ispirazione dalle grandi opere d’arte del passato: come è nata l’idea e cosa significa l’arte per voi?

Il termine “Estro Armonico” deriva dalla raccolta di dodici concerti (op.3) di Vivaldi. Il titolo dell’opera è un ossimoro che vuol evidenziare la ricerca del perfetto punto di equilibrio fra due esigenze opposte: da una parte l’estro, cioè la pura fantasia che si scatena in totale libertà, dall’altra gli stretti vincoli matematici dettati dalle regole dell’armonia. Una buona parte della collezione si concentra sulle opere di Michelangelo ed in particolare sulla cappella Sistina, ma spazia anche fra altri grandi dell’arte come Tiepolo, Leonardo, Botticelli, Boldini…

E’ una collezione in itinere o meglio è una linea che ha un inizio, ma non una fine proprio perché il nostro amore per l’arte è sconfinato. Continueremo, nel tempo, a produrre accessori che andranno a comporre questa collezione. L’arte rimane il nostro campo di azione privilegiato. É proprio da lì che traiamo ispirazione sia per i sentimenti che ci suscita, sia per la bellezza estetica che va a qualificare e valorizzare una creazione artigianale. Crediamo molto anche nel bene e nella forza curativa che la cultura ha sull’uomo ed è proprio per questo che non ci stancheremo mai di parlare di arte e bellezza a tutte le persone che ci seguono.

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– Due amiche, due donne, un’idea alla quale, di recente, si è aggiunta anche la fotografa Tania Melnikova. Possiamo sfatare il mito che i team tutti al femminile non funzionino?!

Penso che non ci sia neanche bisogno di parlare di questo falso mito: si sono sprecate fin troppe parole. Fa parte di una cultura retrograda e misogina che tende ad associare la donna a sentimenti di invidia, rivalsa ed ipocrisia. Sono convinta del fatto che siano le qualità delle persone a determinare la forza o meno di un team e non di certo il sesso di chi ne fa parte. La visione del team al femminile come fallimento è probabilmente una storia che hanno raccontato per tanto tempo gli uomini, ma ormai non ci crede più nessuno.

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Natale 2020
Natale 2020: sempre più digitale senza dimenticare l’artigianalità  CocCami & Miranda

Natale 2020

– Nel logo di CocCami & Miranda compare anche un levriero: quale è il vostro legame con gli amici a quattro zampe?

Abbiamo sempre amato gli animali, ma è stata Tania, unitasi a noi 3 anni fa, a infonderci con più forza questo sentimento. Con lei lavoriamo su vari progetti, oltre a condividere uno spazio comune di lavoro. In showroom ha allestito un piccolo atelier fotografico dove ama immortalare anche gli amici a quattro zampe. Spesso succede che con alcuni scatti fotografici significativi vengano creati anche bijoux come ciondoli, collane, bracciali o t-shirt, offrendo così al cliente un ricordo molto intimo e personale.

coccami e miranda

– Secondo voi il “made in Italy”, rappresentato dalle piccole botteghe, è davvero valorizzato? Quali azioni si dovrebbero intraprendere per sostentarlo maggiormente?

E’ un discorso molto complesso e che, naturalmente, ci sta molto a cuore. Grazie a internet anche il piccolo artigiano si è potuto affacciare al mondo. Un mondo molto complesso, con mille regole e dinamiche articolate, ma che può offrire tanto. Sicuramente la politica dovrebbe ricordarsi che l’Italia è piena di queste piccole realtà, che tengono vivo il tessuto sia dei paesi che delle grande città. Il turista stesso va alla ricerca dell’artigiano, della bottega nascosta fra i viottoli delle nostre meravigliose cittadine.

Penso che la creazione artistica si possa proporre sulla rete anche con risultati efficaci, ma la sensazione che si prova andando di persona a “casa” dell’artigiano è impagabile ed unica. Sarebbe interessante sviluppare una politica in questo senso, una volta cessata l’epidemia. Incentivare un turismo orientato alla ricerca del prodotto “made in Italy”, ma con tutto un percorso di conoscenza, workshop, seminari, esperienze pratiche sul campo. Così come lo è il comparto enogastronomico italiano anche il micro settore artigianale potrebbe diventare una grande fonte economica, oltre che culturale, per il nostro paese.

Natale 2020

– I vostri prossimi progetti?!

I tragici eventi legati al COVID-19 hanno certamente rallentato i nostri progetti, ma solo nei tempi di realizzazione. Ricollegandomi allo sviluppo della micro artigianalità stiamo lavorando ad un’idea che vede impegnate piccole realtà cittadine. Vorremmo, in futuro, proporre delle giornate di visita a Ravenna che non si riducano solo al tour dei monumenti, ma integrino anche esperienze nelle botteghe e negli atelier. Naturalmente continueremo a percorrere il nostro viaggio nell’arte sviluppando ulteriormente la collezione “Estro Armonico” che, oltre ai bijoux, lavorerà anche sui tessuti attraverso la stampa e la proposta di linee e modelli sartoriali che si ispirano ad alcune famose opere del mondo dell’arte.

 

Carla Mura: arte, filo e perfezione – Art Nomade Milan

Carla Mura

Carla Mura: arte, filo e perfezione – Art Nomade Milan

L’arte non si ferma! Alla Libreria Bocca, in Galleria Vittorio Emanuele, fino al 3 dicembre si potrà visitare la personale di Carla Mura, a cura di Vera Agosti.

Un bel segnale per la città e la cultura quello dato da una delle aziende librarie più antiche rimasta in attività. Del resto dal 1775, anno in cui i fratelli Giovanni Antonio Sebastiano e Secondo Bocca aprirono bottega a Torino, di stravolgimenti storici la libreria ne ha visti eccome. La Rivoluzione Francese, la dominazione austriaca, Napoleone, le Guerre di Indipendenza, due guerre mondiali e la Grande Crisi del ’29. Delle cinque sedi storiche (Parigi, Firenze, Roma, Torino e Milano) solo quella meneghina è aperta, acquisita nel 1979 dalla famiglia Lodetti.

Di certo non ci si poteva far scoraggiare dalla seppur grave situazione pandemica e così, stante tutte le norme di sicurezza sanitaria, si è deciso di aprire la mostra di Carla Mura.

L’artista cagliaritana, classe 1973, dopo un lungo periodo dedicato alla pittura, ha iniziato a realizzare delle opere utilizzando un materiale a lei molto caro: il filo.

Arte e filo

Carla Mura
Carla Mura: arte, filo e perfezione – Art Nomade Milan

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Per descrivervi la personale milanese voglio partire dal titolo, che è già di per sé molto significativo: “L’arte perfetta“.

É dalla notte dei tempi che il genere umano si interroga sul concetto di “perfezione”, specie se rapportato all’arte. Ad esempio il mondo arabo sosteneva che l’eccellenza massima appartenesse solo ad Allah. Così gli annodatori degli antichi tappeti persiani inserivano volontariamente un errore nelle loro creazioni, al di là delle imperfezioni del colore o del mix di materiali utilizzati.

Oggi questa tradizione è pressoché scomparsa, a seguito dello sviluppo della produzione industriale.

La poetica di Carla Mura, però, non è da caratterizzare come fiber art tout court. Si ascrive, invece, nell’ampio spettro dell’arte, non è adatta ad essere incasellata sotto una dicitura stringente, vista la sua completezza.

Di certo l’artista conosce a fondo le opere di maestri quali Maria Lai, ma affronta un percorso intimo e originale, molto caratterizzato dal suo vissuto e dai temi quotidiani che ci circondano. Lo si comprende dai titoli che accompagnano le sue opere che, a volte, richiamano sensazioni e sentimenti (“Silence”, “Light”, “Autoritratto”), altre ricordano tematiche ecologiche e ambientali (“Architetture/green”, “Modelli meteorologici”) che le stanno a cuore.

Carla Mura

Peculiare per Carla Mura è proprio il filo. Il cotone diventa lo strumento per creare infinite composizioni astratte e combinazioni di cromie differenti. A volte utilizza anche la lana, che conferisce maggiore spessore, quasi come un pennello più ampio, oppure della corda, ancora più materica. I materiali di supporto delle sue creazioni sono i più vari: tela, marmo, pietra travertino, legno e plexiglass. I fili vengono annodati o incrociati, formando labirinti o pattern uniformi, dove il monocromo è spezzato da pochi accenni di una tinta differente.

Tra Process Painting, Arte Povera e Optical Art, nell’astrazione di Carla Mura c’è chi comunque legge un riferimento alla realtà: paesaggi visti dall’alto o da un treno in corsa.

La sua personale ricerca di perfezione, senza nessuna sbavatura, l’utilizzo di tinte brillanti e le geometrie armoniose rivelano la bellezza del pensiero e delle proporzioni.

Inoltre il filo è già di per sé portatore di significati estremamente simbolici: quello di Arianna serve a Teseo per trovare l’uscita dal labirinto del Minotauro; quello delle tre parche è legato alla vita dell’uomo.

Il filo di Carla è però speciale.

Nuovo, contemporaneo, sottile e preciso, porta in sé la perfezione e l’armonia della matematica, che si congiunge alla filosofia e all’infinito.

 

 

 

 

 

 

 

 

Fiori sul Ciglio della Strada – La Collezione Korolnik

MUSEC Lugano

Fiori sul Ciglio della Strada – La Collezione Korolnik MUSEC Lugano

Prosegue fino al 10 gennaio 2021 al MUSEC – Museo delle Culture di Lugano l’esposizione dedicata all’arte tessile del Marocco. 

Il 2020 ha sconvolto i piani ed i calendari di tutte le istituzioni culturali. Rinvii, cancellazioni, ma fortunatamente anche proroghe.

É questo il caso di “Fiori sul Ciglio della Strada – Tappeti e tessuti dal Marocco. La Collezione Korolnik“, esposizione all’ultimo piano di Villa Malpensata che sarebbe dovuta terminare in Ottobre.

Io ho avuto il piacere di visitarla quest’estate, ma gli appassionati di arte tessile hanno tempo fino alla prima decade del nuovo anno per farlo.

In realtà l’indagine sullo stato nordafricano dell’istituzione ticinese era stata avviata con la rassegna di fotografie impressioniste di Roberto Polillo, allestita nello Spazio Maraini.

Fiori sul Ciglio della Strada

Ma veniamo al progetto dedicato ai Korolnik, che ha il pregio di essere la prima esposizione monografica interamente dedicata alla collezione. Infatti solo alcune delle opere erano già state esposte presso prestigiosi musei internazionali (Musée du quai Branly, Parigi; Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid; Indianapolis Museum of Art , Indianapolis; Museum Bellerive, Zurigo).

Un grande amore per il Marocco quello dei due coniugi, Annette e Marcel, che si è materializzato in un’approfondita ricerca sul tema durata ben trent’anni. Un’analisi capillare che ha portato i Korolnik all’acquisizione di preziose opere tessili, che vanno dalla seconda metà dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, afferenti a ben trenta diverse regioni etniche marocchine.

La mostra presentata al MUSEC, curata da Paolo Maiullari e dalla stessa Annette Korolnik, si suddivide in cinque sezioni. Vengono presentati al pubblico 18 manufatti tessili, accompagnati da altri oggetti che aiutano il visitatore a comprenderne il contesto di produzione. Così ai tappeti, alle coperte, agli scialli ed ai coprisella fanno da contrappunto, ad esempio, terrecotte dipinte provenienti dalle medesime zone dei tessuti, oltre che fotografie.

MUSEC Lugano

MUSEC Lugano
Taheddoun oppure handira. Scialle da spalla decorato con frange di lana, cotone e seta, impiegato per cerimonie e feste nuziali. Marocco. Medio Atlante occidentale. 1920. Etnia Zemmour. Lana, cotone, seta, carminio, pigmenti. Tecnica mista. 147×270 cm. Collezione Korolnik. © 2020 MUSEC/Fondazione culture e musei, Lugano.

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Il percorso di visita mira ad esaltare i valori estetici, storici, antropologici e artistici dell’arte tessile marocchina.

Ciò che sicuramente colpisce chi si accosta per la prima volta in maniera così approfondita a quest’arte è l’incantevole diversità e intensità cromatica delle opere. La tradizione marocchina è ricca di contrasti di colore che riflettono le ricche e variegate tradizioni culturali delle popolazioni locali.

La creazione di elementi tessili rispondeva in primis ad esigenze pratiche e ciò lo si può facilmente dedurre dalle tecniche utilizzate per la produzione. Tessiture, materiali e dimensioni permettevano ai singoli oggetti di assolvere più funzioni. Normalmente si utilizzava la lana e le decorazioni trasmettevano messaggi inerenti la sfera religiosa, sociale, politica od economica.

In Marocco le tradizioni berbere ed arabo islamiche si sono fuse, generando particolari sincretismi culturali rispecchiabili anche in questo campo artistico. É così che diversi stili etnici si sono via via sovrapposti.

Lugano

MUSEC Lugano
Coperta da sella utilizzata dagli uomini per celare le merci acquistate al mercato (suk), per evitare l’insorgere di gelosie da parte degli abitanti del villaggio. Marocco. Alto Atlante meridionale. Area di Siroua. 1930. Etnia di Ait Ouaouzguit. Lana, indaco, pigmenti. Tecnica mista. 129×124 cm. Collezione Korolnik. © 2020 MUSEC/Fondazione culture e musei, Lugano.

Fiori sul Ciglio della Strada

Elemento dominante dell’arte tessile marocchina è l’uso di ripetizioni delle forme, di simmetrie, di moduli geometrici che si combinano con colori vivaci. Sono state le condizioni geografiche e climatiche, che vanno dal deserto alla neve dei Monti dell’Alto Atlante (si contano ben sei comprensori sciistici), a favorire una così ricca varietà.

Studiare la produzione tessile significa iniziare a conoscere in profondità le popolazioni che hanno abitato quelle terre.

Prendendo ad esempio i tappeti, ognuno di loro rivela il villaggio in cui è stato prodotto, i materiali utilizzati, le pratiche di tessitura locali, l’ambiente sociale del suo impiego. Una vera e propria ricerca antropologica quella condotta dai coniugi Korolnik, focalizzata su ben trenta etnie. Unica tecnica che hanno volutamente tralasciato, nel costituire la loro collezione, è quella del ricamo, sviluppatasi nelle grandi città. A loro interessavano soprattutto le produzioni dell’entroterra prima del 1950, perché proprio in quel periodo è nata la produzione orientata al mercato ed ai turisti.

Infatti negli Anni Cinquanta del Novecento i caratteri tradizionali dei tessuti hanno cominciato ad essere usati in maniera disgiunta rispetto alle motivazioni originarie. Sono diventati elementi puramente estetici, inseriti per ingraziarsi mercanti ed acquirenti stranieri.

Fiori sul Ciglio della Strada

Ma perché i Korolnik si sono proprio concentrati sul Marocco?!

La risposta è contenuta nel bellissimo catalogo che correda l’esposizione, in cui vengono presentate ben 31 opere tessili, premesse da una ricca intervista ad Annette Korolnik (il marito e compagno di ricerche Marcel è venuto a mancare nel 2008).

Avevamo sete di libertà e di esperienze oltre i confini di un mondo sempre più anonimo e asettico. Cercavamo una dimensione non disturbata dalla modernità. Ci hanno attirato molto i Berberi, nativi del Marocco, persone dallo spirito libero che nulla si lasciano imporre.”

Viaggiando nell’interno della nazione l’incontro con il mondo arabo islamico è poi sorto in maniera spontanea.

Ed è davvero il caso di dirlo: quando sboccia l’amore per l’Africa, non puoi più tornare indietro.

Venezia e l’arte contemporanea africana: AKKA Project | Artist Residency

AKKA Project

Venezia e l’arte contemporanea africana: AKKA Project | Artist Residency

Nonostante le enormi difficoltà, legate al periodo che stiamo vivendo, AKKA Project è riuscita a dare il via alla seconda edizione del suo programma di residenze. Protagonista l’artista Kelechi Charles Nwaneri. 

Classe 1994, Kelechi Charles Nwaneri, giovane artista autodidatta nigeriano, non si è lasciato intimorire dalla situazione e, arrivato a Venezia agli inizi di ottobre, ha effettuato i 10 giorni di quarantena previsti per legge, prima di gettarsi a capofitto nella creazione. In realtà anche il vivere forzatamente nello stesso ambiente, evitando i contatti con l’esterno, fornisce alla persona la possibilità di misurarsi con una situazione foriera di ragionamenti introspettivi.

A scegliere questo artista è stato il team di AKKA Project, in particolare la sua co-fondatrice e vera anima del progetto, Lidija Khachatourian. Curatrice del Padiglione Nazionale del Mozambico alla Biennale di Venezia 2019, ha fatto della promozione dell’arte contemporanea africana la sua mission.

Un lavoro enorme, considerando la frammentarietà e vastità del continente, che AKKA Project porta avanti non solo nell’hub italiano, ma anche a Dubai e ben presto in Svizzera. Corollario digitale di tutto ciò è il sito www.artandaboutafrica.com, che vi avevo menzionato qui.

Venezia e l’arte contemporanea africana: AKKA Project | Artist Residency

Oltre alla vastità dell’impresa bisogna aggiungere anche una buona dose di coraggio per comprendere il lavoro di AKKA Project. Infatti il team ha scelto di portare avanti  il “vero” lavoro del gallerista, di ricerca, di investimento, di scoperta, senza arroccarsi sulle difensive ed intraprendere la più facile via del “secondo” mercato. Ovvero occuparsi esclusivamente di compravendita di artisti già noti, posizione che sembra andare per la maggiore, complice anche i tempi non rosei e i costi fissi delle strutture da coprire.

AKKA Project rimane, invece, sulla sua posizione e per la seconda edizione di  “Residenza d’artista a Venezia” ha selezionato appunto Kelechi, giovane artista nigeriano, autodidatta, che è considerato una grande promessa nel panorama artistico contemporaneo.

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Kelechi
Venezia e l’arte contemporanea africana AKKA Project Artist Residency  Kelechi Charles Nwaneri, “Portrait”.

Venezia e l’arte contemporanea africana: AKKA Project | Artist Residency

Il suo lavoro mescola diverse correnti artistiche come il fotorealismo, il surrealismo ed il postmodernismo. I media utilizzati per esprimersi sono molti vari. Kelechi passa dalla matita all’acrilico, dal collage agli acquerelli, fino ad arrivare ai colori ad olio su carta o tela. Una delle caratteristiche distintive delle sue opere è l’uso dell’iconografia africana e della simbologia tribale nigeriana. Emblemi mistici ed allegorici, figure ibride umanoidi e le geometrie di Adinkra e Nsibidi, oltre a quelle dei tessuti africani Adire. I temi trattati sono, però, molto contemporanei: il cambiamento climatico, l’avvento dei social media, la simbiosi tra gli esseri umani e il loro ambiente.

La residenza, che si svolge nello Studio/Galleria di AKKA Project nel cuore culturale ed artistico di Venezia, durerà fino al 21 dicembre.

Le opere saranno poi oggetto di un’esposizione.

Venezia e l’arte contemporanea africana: AKKA Project | Artist Residency

AKKA Project | Venice Artist Residency”, giunta alla sua seconda edizione, ha lo scopo di sostenere gli artisti africani autodidatti e di creare nuovi punti di incontro ed interazione con il patrimonio artistico-culturale locale ed internazionale. Lo svolgimento del progetto prevede un programma diversificato, costruito in funzione delle attitudini, interessi e tecniche dell’artista residente. Vengono inoltre organizzati talk e workshop con maestranze locali. La durata massima della permanenza è di tre mesi.

Costituisce un ottimo messaggio per il mondo della cultura il fatto che si sia deciso di portare avanti l’edizione anche quest’anno, senza optare per un rinvio.

Anzi, l’attività di promozione non si è fermata virando sull’invio, tramite posta, della riproduzione di una delle creazioni di Kelechi Charles Nwaneri.

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AKKA Project
Venezia e l’arte contemporanea africana AKKA Project Artist Residency  Kelechi Charles Nwaneri, “The tourist at the beach”.

Venezia e l’arte contemporanea africana: AKKA Project | Artist Residency

Nel mentre lo spazio espositivo di AKKA, in Calle de la Verona, è stato occupato dal corpus di opere relativo alla prima edizione della residenza. Protagonista il mozambicano Rodrigo Mabunda. Il titolo della solo exhibition, che ha inaugurato il 25 ottobre, è “ENCICLOPE_DIA”. L’artista, infatti, si caratterizza per l’utilizzo di  scatole da imballaggio su cui disegna con penne biro forme, figure e soprattutto scene di vita quotidiana. Durante la residenza, che si è svolta a cavallo tra ottobre e novembre 2019, è stata anche avviata un’importante collaborazione con la Fondazione Moleskine. Rodrigo Mabunda ha creato un’opera con uno dei loro taccuini.

Il ritmo frenetico pre pandemia, Venezia affollata dai turisti in tutta la sua maestosità, ha profondamente affascinato il giovane artista mozambicano, nato nel 1985.

La serie, frutto della residenza e attualmente esposta da AKKA Project, è costituita da 15 opere, realizzate sui cofanetti dell’Enciclopedia Universale dell’Arte.

Venezia e l’arte contemporanea africana: AKKA Project | Artist Residency

AKKA Project
Venezia e l’arte contemporanea africana AKKA Project Artist Residency  Rodrigo Mabunda, “ENCICLOPE_DIA”.

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L’artista narratore ha vissuto e lavorato tra due culture diverse ed il risultato è un’indagine delle intersezioni tra il sé e l’altro. Nei suoi disegni l’intreccio onirico tra corpi, gondole, dipinti e opere monumentali, rivendica una volontà che va oltre la materialità dell’immagine. Le nozioni di luogo e identità diventano molto fluide.

Il risultato è avvincente: del resto alcune opere di Rodrigo Mabunda fanno già parte della collezione Pigozzi.

Personalmente non vedo l’ora di curiosare anche tra le creazioni che Kelechi Charles Nwaneri sta realizzando in questi giorni.

Vi assicuro che le soprese non mancheranno.

 

 

REA! Art Fair colpisce nel segno – Art Nomade Milan

REA Art Fair

REA! Art Fair colpisce nel segno – Art Nomade Milan  Rea Art Fair

Si è conclusa con ottimi risultati la prima edizione della mostra mercato alla Fabbrica del Vapore. 

Inizialmente erano poche le persone che ci davano credito“, sottolinea con un sorriso Maryna Rybakova, ideatrice della manifestazione.

Insomma una sorta di progetto utopico che in molti sconsigliavano di perseguire, ma la caparbietà ha vinto.

E le idee dell’associazione culturale no-profit REA Arte non si fermano qui: il team promette altre “sorprese” nei mesi a venire, DPCM permettendo.

REA Arte è infatti la realtà che ha organizzato la mostra mercato alla Fabbrica del Vapore ed il suo organico è totalmente femminile, per caso e non per scelta.

Maryna Rybakova, la presidente, Maria Myasnikova, Elisabetta Roncati, Tuğana Perk, Laura Pieri, Paola Shiamtani, Pelin Zeytinc, Bianca Munari, Gohar Avetisyan, Beatrice Dezani, Antonella Spanu, Maria Ryseva: un affiatato gruppo multiculturale dove ogni membro ha svolto un ruolo ben preciso.

Rea Art Fair

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REA! Art Fair colpisce nel segno – Art Nomade Milan Il team di Rea Arte.

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Differenti nazionalità anche tra gli artisti partecipanti, di cui 29 provenienti da nazioni europee ed extra-europee, come Thailandia e Messico.

Cinque delle ragazze di REA Arte hanno svolto il compito di curatrici (Maria Myasnikova, Tuğana Perk, Laura Pieri, Paola Shiamtani e Pelin Zeytinci), selezionando tra oltre seicento candidature i cento artisti presentati durante la manifestazione.

Ai creativi è stato richiesto solo un piccolo contributo per partecipare all’open call, chiusasi in estate.

Ottimo anche il numero delle opere vendute, che ha permesso all’associazione di presentare dei bilanci in attivo.

Se non avete fatto in tempo a visitarla, eccovi i nomi degli artisti che vi hanno partecipato:

Adamou Elena; Arta Raituma; Asai Sayaka; Barletta Nausica; Bellini Gaia; Bislacchi;
Brandimarte Antonio; Camani Martina; Caruso Beatrice; Cecchini Alessandra; Cescon
Stefano; Cestrone Lavinia; Chinchue Alisia; Cichon Magdalena; Cogliati Leo; Colombini
Luna; Cordier Pauline; Costanzo Alessandro; Cro Dominique; Cubas Gianella; D’Amico
Michele; Dardano Valeria; Del Gatto Cecilia; Di Bonaventura Cecilia; Draghi Alessandra;
Dicker Ana; Elson Alexander; Falco Clarissa; Fasso Damiano; Fava Ernesto; Figuccio
Valerio; Freedman Naama; Furlan Giulia; Garita Robert; Gentzsch L.R; Gibertoni Fabian;
Granziera Maddalena; Gromoll Kim; Guarda Alessio; Gugliotta Eleonora; Guillaume Elise;

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Haas Sebastian; Hay Emily; Haywood Xander; Huang Jueyuan; Ivanova Anna; ILAZ;
Ishakoglu Sirma; Jonhardsdóttir Jana; Kenneally Anna; Koloosova Anna; Knowels Jeremy;
Lemberg Lvova Anastasia; Lotti Noela; Manes Steven Antonio; Marchetti Mattia; Martins
Natacha; Massa Benjamin Mario; Miners Jade; Moffat Freya; Morout Penelope; Narcisi
Fabrizio; O’Dononvan Elinor; Orazio Teresa; Pacelli Francesco; Papanti Lorenzo; Papp
Mattia; Perera Alejandra Valeria; Piras Yara; Pleuteri  Aronne; Prasse Antonella; Roaro
Eleonora; Rubegni Luca; Rubin Clara; Russo Valentino; Sa’ Fernandes Eurico; Salomone
Sergio; Sambo Giovanni; Schnitzer Clarissa e Utech Robert; Selvaggio Alessio; Semi
Audiovisual; Shaposhnikova Lena; Shuai Peng; Simone Jerusa; Siniscalco Gabriele;
Spolverini Agnese; Stavley Jonathan; Sugamiele Mattia; Temchenko Alisa; Ventura,
Chiara; Vera Vera; Vicentini Fabiano; Vinci Alessandro; Wu Mengyuan; Xu Yang; Zancana
Vincenzo; Zapf Margherita; Zicari Nuccio; Zornetta Giacomo; Zotti Federica.

Inoltre, a questi si sono aggiunti anche 4 guest artistsMyasnikova Maria, Rebor, Martini Matete e Zeytinci Pelin.

Rea Art Fair

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REA! Art Fair colpisce nel segno – Art Nomade Milan Cecilia Di Bonaventura, “Estetica della difesa (I)”, video installazione.

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L’idea alla base di REA! Art Fair è nata dalla constatazione dell’assenza nel panorama italiano dei cosiddetti “degree show”: le mostre di fine corso accademico che consentono agli artisti emergenti un primo confronto con il mercato.

É per questo che il team di REA Arte si è dedicato ai creativi alle prime armi, senza discrimine di età e evitando di scaricare sui partecipanti i costi di gestione della mostra mercato.

La fiera era suddivisa in 6 sezioni espositive (fotografia, digital art, performance, pittura, scultura, installazioni) e comprendeva più di 150 opere. Personalmente ho trovato molto interessante la parte dedicata alla digital art.

Inutile sottolineare che i prezzi erano ben esposti, sfidando così determinate “prassi” ancora in vigore nel sistema dell’arte contemporanea.

Uno degli obbiettivi di REA! Art Fair è stato proprio quello di garantire il maggior livello di trasparenza possibile.

Inoltre, vi è ancora la possibilità di acquistare le opere online sul sito www.reafair.com , così come il catalogo della manifestazione anche in limited edition.

I proventi derivanti da eventuali vendite vanno, in buona parte, a sostegno degli artisti medesimi.

Infatti, per sovvenzionare tutto l’apparato, è stata lanciata qualche mese fa una campagna di raccolta fondi su GoFundMe

REA Arte ha così portato nella città di Milano un’idea nuova di fiera, che non si concentra sulle gallerie bensì sugli artisti.

mostra mercato

Rea Arte
REA! Art Fair colpisce nel segno – Art Nomade Milan Da sx a dx Laura Pieri, Maria Myasnikova, Elisabetta Roncati, Maria Ryseva, Tugana Perk, Maryna Rybakova.

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Il Comune meneghino è stato ben felice di patrocinare il tutto e non sono mancate nemmeno collaborazioni con numerose altre istituzioni cittadine e regionali. Tra i partner si elencavano infatti: Artsted, Attiva, Fondazione Adolfo Pini, Hub Art, MF Manifutura collective, MoCDA (Museum of Contemporary Digital Art).

Invece i media partner sono stati: Artebella, Art Nomade Milan, Artribune, The Artists and The Others, The Art Gorgeous, Future young talent, Milano Beat Radio.

Prendendo dunque posizione al fianco dei giovani artisti la fiera ha creato un dialogo tra nuovi meritevoli talenti, collezionisti, grande pubblico e istituzioni.

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Durante la manifestazione sono stati assegnati differenti premi: la Fondazione Adolfo Pini ha messo a disposizione due riconoscimenti del valore di Euro 1.500 ciascuno andati a Freya Moffat e Yara Piras. Una decisione presa dalla giuria composta da Adrian Paci e Marco Meneguzzo.

Inoltre ben 10 creativi si sono aggiudicati il REA! Art Prize, che garantisce la possibilità di esporre le opere a Milano durante una mostra specifica che sarà organizzata nei prossimi mesi.

I fortunati sono stati: Jeremy Knowles, Peng Shuai, Clara Rubin, Lorenzo Papanti, Alessio Guarda, Alisa Chunchue, Dominique Cro, Giacomo Zornetta, Kim Gromoll, Leo Cogliati.

Ha completato l’offerta un ricco panel di conferenze, svolte su diverse piattaforme online, quali Zoom e Facebook. Gli argomenti trattati sono stati: collezionismo e arte contemporanea, mercato emergente, identità e rappresentazione, nuovi progetti editoriali e spazi espositivi al femminile. Un’occasione di confronto su temi attuali nel mondo dell’arte, dibattuti da illustri professionisti di settore.

Gli interventi sono ancora visionabili sulla pagina Facebook Rea Fair.

Senza dubbio REA! Art Fair si è dimostrata, a pieno titolo, come un’occasione per fruire d’arte, di creatività e di cultura a 360 gradi.

Alla scoperta degli studi d’artista milanesi: WALK-IN STUDIO 2020

WALKINSTUDIO 2020

Alla scoperta degli studi d’artista milanesi: WALK-IN STUDIO 2020  WALKINSTUDIO 2020

É in corso la seconda edizione del Festival degli Spazi e Studi d’Artista: 5 giornate per scoprire la nostra amata Milano ed i creativi che la rendono così speciale.

Anche in questo folle 2020 Walk-In Studio non si è fermato e, rispettando tutte le normative sanitarie del nuovo DPCM, ha aperto le porte di più di 60 studi d’arte.

Il motto a sostegno del progetto di quest’anno è Walk-In /Walk-Out: un invito a riflettere su un Walk-Out Studio che possa favorire l’avvicinamento sociale, ristabilendo un contatto seppur non fisico.

Lo studio d’artista diventa così un catalizzatore per riattivare dinamiche di vicinanza, anche solo di spirito.

Del resto il rapportarsi al contesto, alla città ed alla cittadinanza è sempre stato uno degli elementi caratterizzanti la filosofia dell’evento.

Volontariamente non si impone un tema preciso ai partecipanti. Mostre ed eventi sono organizzati in totale autonomia da artisti e curatori, spinti a creare connessioni con altri creativi invitandoli ad esporre presso il proprio intimo spazio milanese. Legami sviluppati da tutti i partecipanti.

Le idee che più mi hanno colpita sono state quelle di Studio Pepe 36 e Studio Manzoni.

Di solito la manifestazione si svolge in primavera ed è in quel periodo che gli artisti hanno iniziato ad elaborare i progetti, poi vagliati dal comitato organizzativo.

I fatti a noi tutti tristemente noti hanno obbligato ad un rinvio, ma è un ottimo segnale che la manifestazione si sia comunque tenuta evitando cancellazioni.

Si cerca di andare avanti in vista di tempi migliori, che di certo arriveranno.

WALKINSTUDIO 2020

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Alla scoperta degli studi d’artista milanesi: WALK-IN STUDIO 2020 Casa Fantasy, Media Apache, Ph Andrea Cagno.

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La prima call indetta da Walk-In Studio è stata fatta proprio durante il lockdown, in un momento di forte smarrimento per gli artisti e per tutti noi. In quel periodo l’arte ha raggiunto una capacità di intrattenimento, anche grazie ai mezzi digitali, che mai aveva avuto prima in Italia.

I creativi hanno progettato mostre e iniziative ispirate proprio all’esperienza vissuta, all’emergenza e alle sue complicazioni.

E così i numeri dell’edizione 2020 si sono rivelati più che confortanti: 374 artisti, 49 curatori e oltre 63 tra mostre e eventi, per un totale di 5 giorni di appuntamenti in città.

Si è partiti proprio questo Martedì, 20 Ottobre, e il Festival si concluderà oggi, Sabato 24. Ogni giornata è stata dedicata ad una zona differente della città, unendo diversi quartieri: Porta Vittoria-Forlanini; Vigentino-Chiaravalle-Gratosoglio; Baggio-De Angeli-San Siro-Primaticcio; Garibaldi-Niguarda; Stazione Centrale-Gorla-Turro-Greco-Primaticcio.

WALKINSTUDIO 2020

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Alla scoperta degli studi d’artista milanesi: WALK-IN STUDIO 2020 Studio di Giovanni Pasini, Flowers by the window (I part) Mimesi, Ph Andrea Cagno.

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Gli spazi d’artista si aprono così all’esperienza del quotidiano, alla strada, alla città.

Gli artisti fanno rete con il territorio, attivando un circuito di scambio e stimoli creativi.

Ma da dove nasce l’idea di Walk-In Studio?!

Dagli artisti stessi insieme a curatori e professionisti del settore, uniti nell’associazione non-profit Studi e Spazi festival.

Una realtà a cui tutti noi possiamo aderire 🙂

Studi e Spazi festival è nata nel febbraio 2019 con l’obbiettivo di restituire Studi Festival alla città di Milano, una manifestazione che, qualche anno, fa apriva le porte proprio degli spazi creativi. Dalla loro collaborazione e dalle rispettive esperienze è nato Walk-In Studio, che ha inaugurato una nuova stagione di iniziative.

L’associazione dà struttura e forma al progetto, garantendo continuità, coerenza e trasparenza delle scelte.

L’idea è quella di sviluppare anche altri eventi durante l’anno, pensati di comune accordo con tutti i soci. Se si condivide la medesima passione e devozione per l’arte contemporanea, credendo nel sostegno di nuove idee creative, aderire è molto semplice. Si può scaricare la domanda di ammissione direttamente dal sito del Festival, inviarla firmata e versare la quota associativa di Euro 10,00. L’iscrizione ha valore annuale, partendo dal giorno dell’adesione.

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Alla scoperta degli studi d’artista milanesi: WALK-IN STUDIO 2020 Taher Nikkhah, Versificare, Ph Nasrin Abbasi.

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Vista la natura non-profit del festival, non partecipano a Walk-In Studio gallerie d’arte, case d’asta o qualsiasi altra tipologia di operatori che preveda un pagamento da parte degli artisti.

Il Festival è infatti basato sulla collaborazione e sulla condivisione.

Lo stesso sito web è stato così sviluppato in modo da dare la possibilità ai giovani autori di mettersi alla prova. Sono alcuni studenti dell’Accademia di Belle Arti di Brera che fotografano tutte le iniziative, caricando giorno per giorno gli scatti. Un team di curatori in erba provenienti sia dell’Accademia che dalla NABA, offre invece al pubblico una lettura critica delle proposte degli artisti. É così possibile seguire Walk-In Studio anche online, vedere e rivedere le proposte degli artisti e leggere le riflessioni e i racconti che hanno attivato.

Partner dell’edizione 2020 sono stati proprio: BraeraKlasse, Biennio di fotografia Accademia di Brera; Visual Cultures e Pratiche curatoriali Accademia di Belle Arti di Brera; Naba, Nuova Accademia di Belle Arti; Casa degli Artisti; Ufficio Stampa Lara Facco P&C; Presspoint Milano; NonRiservato; Combo; Humanbit.

A questo punto vi chiederete…e i must seen dell’edizione 2020 quali sono?!

Ve ne menziono solo alcuni: La Cattedrale Studio, Omuamua, Viafarini, Stefano Ferrari, Armenia Studio…occhio però che manca ancora una giornata di iniziative 🙂

Io non vedo l’ora di scoprire oggi pomeriggio nuovi creativi, e voi?!

Caravaggio, un pittore…contemporaneo – Art Nomade Milan

Caravaggio il contemporaneo

Caravaggio, un pittore…contemporaneo – Art Nomade Milan

Al Mart ha aperto i battenti l’esposizione “Caravaggio. Il contemporaneo”, che accosta l’artista ad Alberto Burri e Pier Paolo Pasolini. Art Nomade Milan ha visitato la mostra in anteprima, senza lasciarsi sfuggire altre meraviglie artistico culturali trentine.

Ha fatto tanto parlare di sé, soprattutto negli ultimi decenni, ed anche questa volta non si smentisce: Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, è sempre una garanzia in fatto di mostre “blockbuster”.

Questa volta però il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, propone un progetto legato al pittore meneghino interessante e sui generis.

Si parte dall’assunto che tutta l’arte sia, in un certo senso, contemporanea. La definizione di contemporaneità è legata ad un discorso temporale e non ideologico. Anche ciò che è stato prodotto in passato e continua, in un dato modo, a vivere può essere definito contemporaneo.

Il presidente dell’istituzione, Vittorio Sgarbi, ha così deciso di affiancare al “Seppellimento di Santa Lucia” del Merisi opere di Alberto Burri e un excursus su Pier Paolo Pasolini.

Al Mart l’idea di rapportare antico e contemporaneo era già stata sperimentata nel 2013 quando Antonello da Messina entrava in dialogo con la ritrattistica successiva. Si è passati poi a Bernardo Strozzi e Yves Klein e si proseguirà fino al 2022 con Raffaello e Picasso, Canova e Mapplethorpe.

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Ma che legame possono avere Caravaggio, Burri e Pasolini (con un’incursione di Cagnaccio di San Pietro)?!

Tutto parte dal “Seppellimento di Santa Lucia“(1608), prima opera sicula dell’artista, destinata alla chiesa di Santa Lucia alla Borgata e attualmente custodita in Santa Lucia alla Badia, nella meravigliosa isola di Ortigia.

Il dipinto raffigura l’inumazione della Santa nelle buie catacombe. Quasi due terzi di esso non sono occupati da figure, bensì dallo sfondo del sepolcro.

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Caravaggio il contemporaneo
Caravaggio, un pittore…contemporaneo – Art Nomade Milan “Il Seppellimento di Santa Lucia”

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La forma sembra così sgretolarsi e ricordare la “non struttura” di Alberto Burri. Inoltre, nella parte inferiore della tela, il colore è talmente sgranato che rammenta i “sacchi” del celebre artista umbro.

Dunque forme che si dissolvono sia nelle opere di Caravaggio che in quelle di Burri.

Inoltre quest’ultimo era profondamente legato alla Sicilia: come non menzionare il famoso “Cretto di Gibellina“, straordinaria opera di land art sorta sulla città distrutta dal sisma del 1968?!

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Caravaggio il contemporaneo
Caravaggio, un pittore…contemporaneo – Art Nomade Milan Alberto Burri, “Sacco combustione”, 1952-1958

Caravaggio il contemporaneo

Prima di passare a Pier Paolo Pasolini, il percorso espositivo propone un’opera di Cagnaccio di San Pietro, appartenente alla ricca collezione del Museo.

Nel dipinto realista è rappresentato un naufrago, prosecuzione del tema della morte e del cadavere disteso ai piedi degli astanti. La connessione alla moderne tragedie del mare è inevitabile.

Dal realismo si passa al neorealismo, giungendo a Pier Paolo Pasolini, uno dei più grandi artisti ed intellettuali del XX secolo.

Qui i legami con il genio deceduto nel 1610 sono tantissimi. Pasolini, nato a Bologna, si trasferì anch’egli a Roma, non prima di essere stato allievo del celebre storico dell’arte a cui si deve la riscoperta proprio di Caravaggio: Roberto Longhi.

I “ragazzi di vita” delle borgate romane, a cui Pasolini dedica anche un romanzo, assomigliano in maniera impressionante ai modelli utilizzati dal Merisi nei suoi primi dipinti romani: il “Ragazzo morso da un ramarro“, il “Bacchino malato“, il “Fanciullo con canestro di frutta“, il “Bacco” conservato agli Uffizi e l’ “Amor vincit omnia”.

Un legame che continua fino alla fine: il corpo martorizzato di Pasolini, immerso nel fango del luogo del suo assassinio, rievoca quello di Santa Lucia, tornando così al punto da cui tutto era partito.

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L’esposizione, visitabile fino al 14 febbraio 2021, non è l’unica attualmente allestita nei cinquemila metri quadri museali. Consigliatissima anche “Carlo Benvenuto. L’originale” dedicata ad uno dei più interessanti artisti contemporanei, in dialogo con de Chirico, Morandi e Guttuso.

Come preannunciato all’inizio, ho avuto la fortuna non solo di partecipare al vernissage dell’esposizione su Caravaggio, bensì di fermarmi in quel di Rovereto per alcuni giorni 🙂

La cittadina è stata una vera scoperta: paesaggi incantevoli, piste da sci a poca distanza, buona cucina e soprattutto tante opportunità per gli amanti dell’arte e della cultura.

Il tutto a prezzi contenuti, il che non guasta mai 😉

Partendo dai panorami mozzafiato merita una visita la Campana dei Caduti, memoriale dedicato alle vittime di tutte le guerre. Lo strumento nasce dalla fusione del bronzo dei cannoni degli Stati che hanno preso parte al primo conflitto mondiale. Prima di essere posizionata sul colle di Miravalle si trovava all’interno del castello cittadino, dove ha sede il Museo Storico Italiano della Guerra.

Passeggiare per Rovereto e dintorni assomiglia ad un viaggio con la macchina del tempo: dalla Grande Guerra si passa al Medioevo, visitando Castel Beseno, la più grande fortificazione trentina.

Caravaggio il contemporaneo

Castel Beseno
Caravaggio, un pittore…contemporaneo – Art Nomade Milan Castel Beseno

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Sulle pendici della collina si coltiva il vitigno moscato bianco che Cantina Salizzoni, un’azienda agricola a conduzione familiare, trasforma in un eccellente vino che prende il nome proprio dal castello.

Pronti a tornare nel centro cittadino per un nuovo salto temporale?!

La Casa d’Arte Futurista Depero, a pochi passi dal Municipio, vi aspetta.

Il progetto si deve allo stesso Fortunato Depero, che ha ideato il percorso espositivo, la disposizione delle sale, i mosaici del pavimento e gli arredi, tra i quali spiccano numerosi arazzi in tarsie di panno.

Pensate che si tratta del primo e unico museo futurista in Italia e attualmente fa parte del patrimonio artistico del Mart.

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casa futurista depero
Caravaggio, un pittore…contemporaneo – Art Nomade Milan Interno della Casa d’Arte Futurista Depero

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Insomma arte, cultura, montagne a due passi dove poter ammirare gli splendidi colori autunnali passeggiando lungo il Lago di Cei, pranzi in malga da dieci e lode (consigliatissima la Malga Cimana): il Trentino, ed in particolare la Vallagarina, sono comodamente raggiungibili da Milano in poche ore di auto.

Vi assicuro: più soggiornate, più avete voglia di scoprire.

Che ne dite, prossimamente facciamo un altro giro magari alla volta di Trento?!

 

 

 

 

 

 

“Out of the Blue”: la calligrafia cinese incontra Alcantara a Palazzo Reale

Out of the Blue

“Out of the Blue”: la calligrafia cinese incontra Alcantara a Palazzo Reale

Ultimi giorni per visitare l’esposizione gratuita nell’Appartamento dei Principi, che chiuderà i battenti domenica.

Alcantara S.p.A. non demorde ed anche in questo annus horribilis presenta un’esposizione site specific nella splendida cornice di Palazzo Reale. Il felice connubio aveva preso avvio nel 2015 con “Alcantara, technology of dreams“, in concomitanza con l’Expo, per poi proseguire, anno dopo anno, fino ad arrivare a “Nove viaggi nel tempo. Alcantara e l’arte nell’Appartamento del Principe” che avevo personalmente recensito.

Il celebre tessuto sintetico, normalmente associato all’automotive, rivela tutta la sua versatilità fungendo da supporto per interventi di arte e design. In cinque anni artisti affermati ed emergenti si sono confrontati con l’azienda orgoglio del Made in Italy, in attività dal 1972, creando sempre installazioni site specific.

Infatti il rapporto con la location è fondamentale: i creativi seguono il tema curatoriale, senza dimenticare il pregio e la rilevanza storica della sede che li ospita.

Un legame tra soggetti privati, Alcantara S.p.A., e pubblici, Comune di Milano-Cultura e Palazzo Reale, da prendere ad esempio, visto che in Italia tal tipo di partnership stenta a fiorire, a differenza di altre nazioni.

Per il 2020 le curatrici Dagmar Carnevale Lavezzoli e Katie Hill propongono al visitatore un’immersione nella calligrafia cinese, dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, strizzando l’occhio anche alla contemporaneità.

Inaugurata ad inizio settembre, durante la Milano Art Week, “Out of the Blue” gioca proprio sull’opposizione tra tradizione e modernità. Il tema viene maggiormente caricato di pathos grazie al lay out espositivo immersivo ed all’abile gioco di luci.

“Out of the Blue”: la calligrafia cinese incontra Alcantara a Palazzo Reale

Out of the Blue
“Out of the Blue”: la calligrafia cinese incontra Alcantara a Palazzo Reale – Qu Lei Lei.

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Gli artisti in mostra sono sei, tutti molto affermati anche a livello internazionale: Qin Feng, Qu Lei Lei, Sun Xun, Mao Lizi, Zhang Chun Hong, Wang Huangsheng. I creativi sono riusciti a caratterizzare le opere sia dal punto di vista della memoria personale che di quella collettiva.

Infatti la calligrafia è una delle più elevate forme artistiche del paese, molto considerata a livello istituzionale, ma spesso pratica in solitaria: un’attività sacra che invita alla riflessione. Da millenni questa antica disciplina è veicolo di conoscenza.

La sue valenze comunicative, ma anche estetiche ed artistiche, sono innegabili ed il percorso a Palazzo Reale le rende ancora più esplicite spaziando tra rotoli e proiezioni digitali.

Il calligrafo, così come il visitatore, viene naturalmente portato ad interrogarsi sulla relazione che intercorre tra l’essere umano ed il mondo naturale che lo circonda.

Nella prima sala la foresta di ideogrammi di Qu Lei Lei, membro fondatore del gruppo Stars battutosi per la libertà artistica, avvolge lo spettatore evocando la frammentazione delle informazioni con cui veniamo a contatto nel nostro quotidiano.

Zhang Chun Hong, invece, utilizza la metafora dei capelli fluenti per esprimere la forza vitale in un’unione inscindibile di calligrafia, corpo e natura.

“Out of the Blue”: la calligrafia cinese incontra Alcantara a Palazzo Reale

Palazzo Reale
“Out of the Blue”: la calligrafia cinese incontra Alcantara a Palazzo Reale – Zhang Chun Hong.

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Qin Feng , artista cinese nato nel 1961, è considerato uno dei massimi esponenti della pittura ad inchiostro e a Palazzo Reale si è espresso attraverso una tecnica simile al dripping. Schizzi, tracce e gesti in cui il tè rappresenta l’Oriente e il caffè l’Occidente. La loro mescolanza, sullo sfondo dei dipinti, allude al tentativo di unire le due culture.

I paraventi di Mao Lizi spiccano per i colori vivaci e l’installazione digitale di Wang Huangsheng disorienta e rifocalizza lo sguardo di chi osserva. Wang, oltre ad essere artista, è anche curatore e direttore di alcuni musei.

L’ultima sala è dedicata a Sun Xun, il più giovane creativo in mostra. Una video proiezione e un lungo rotolo dipinto fanno nascere visioni oniriche: animazioni contemporanee che legano due culture molto distanti tra loro.

Palazzo reale

Out of the Blue
“Out of the Blue”: la calligrafia cinese incontra Alcantara a Palazzo Reale – Sun Xun.

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Così ciascuna sala offre interpretazioni differenti della Cina contemporanea, in bilico tra passato millenario e voglia di futura freschezza.

La Cina è vicina”, preconizzava nel 1967 Marco Bellocchio e ancora oggi si utilizza questa espressione, molto spesso in maniera sarcastica. “Out of the Blue” ci insegna, invece, a guardare con occhi diversi, ad esplorare senza preconcetti, scendendo nelle profondità e nella ricchezza che caratterizza ciascuna cultura.

Un messaggio di vitale importanza, specie in questo periodo, visti i rapporti tesi che si sono venuti a creare a causa della pandemia globale, scoppiata proprio nella Repubblica Popolare.

Il monito è comprendere attraverso l’arte per allargare i propri orizzonti mentali…in attesa del prossimo progetto made by Alcantara.